Delusioni di un liberale e liberista

Di Oscar Giannino, da Il Riformista

Caro Berlusconi, mi rivolgo a lei col cuore in mano. Non sono un Ferrara né un Feltri, ma un modesto pennivendolo che però è liberista nella testa e nell’anima. Di conseguenza, pur sapendo che nella politica nulla è per sempre e che la ventura può a volte più dei meriti, temo che i demeriti possano però tradursi nell’impraticabilità per anni di alcuni princìpi e obiettivi che a noi pochi liberisti stanno a cuore più di ogni altro. Sa com’è, ma di gente convinta davvero che avesse ragione Will Rogers, quando diceva che la differenza tra la morte e le tasse è che la morte non peggiora di volta in volta che il Parlamento si riunisce, in Italia non è poi che ce ne sian tanti. Di conseguenza, pensare di passare altri anni davanti al trionfo della spesa pubblica come garanzia ineludibile della giustizia sociale – quando in Italia garantisce soprattutto, privilegi, inefficienze e corporazioni – del prelievo fiscale come sacro dovere del cittadino – quando è la Bibbia a fissare nella decima il giusto imponibile e a precisare che se aumenta il reddito il prelievo deve aumentare in proporzione e non in progressione – della santità dell’intervento pubblico – quando a crescere in tutto il mondo sono i paesi dove la mano pubblica si riduce, con l’eccezione sempre citata a sproposito dei piccoli paesi scandinavi le cui economie sono concentrate su pochi grandi gruppi e non sono diversificate come nei grandi paesi al cui confronto li si vorrebbe mettere per sconfessare noi poveri antistatalisti – ecco lei capirà che tutti questi pensieri roteano nella nostra povera testa come avvoltoi in un cielo di brume. La prego di credermi, non si tratta affatto di giustificare per questo i tanti discutibili atti del suo governo. Anche i Feltri e i Ferrara non sono stati teneri, figuriamoci quanto potrei esserlo io, dalla mancata riforma ordinamentale della giustizia ai provvedimenti ad personam, fino a quell’incomprensibile e inesorabile distacco ostentato verso tutti i segnali che il paese vi lanciava, per farvi capire che non si ritrovava per nulla nel vostro linguaggio e nei vostri gesti, prima ancora che nei vostri provvedimenti adottati o in quelli promessi e non realizzati. Per tutto questo, le dirò caro presidente che proprio non capisco le mosse di questi ultimi giorni. Anche chi non si ritrova più da tempo nelle ragioni del suo governo, ma si augura un’Italia più liberale e liberista, di fronte al bivio non può che preferirla San Giorgio combattente piuttosto che San Lorenzo sulla graticola. La sua vittoria nel 2001 fu il più ampio mandato a cambiare dalle fondamenta l’Italia in senso antistatalista che mai storia italiana abbia espresso, e sa Dio quando, come e se qualcosa di analogo potrà di nuovo verificarsi. Quello spirito si è attenuato e annacquato, è chiaro a tutti. Ma il problema è se si tratti di constatare che sia svanito per sempre. Da più di due anni nella maggioranza c’è chi ha posto problemi. Non tutti inventati, e sempre meno liquidabili come fame di poltrone e nostalgia di vecchie camarille democristiane. E la lezione di due anni di maldigerita e peggio realizzata verifica di governo è stata proprio che non si doveva continuare a far finta di non vedere, a rinviare e sminuire, a sminuzzare e credere che tutto si sciogliesse nell’acclamazione personale in campagna elettorale. Tanto meno dopo la scoppola sonora di Forza Italia alle regionali, si doveva e poteva pensare di tapparsi occhi e orecchie di fronte al voltare le spalle degli italiani. Follini e l’Udc hanno chiesto discontinuità: se hanno ragione come la gravità della scoppola induce a credere, e senza per questo ammainare la bandiera liberista – anzi, tornando a issarla perché la si era abbandonata e compromessa negli anni – allora bisognava rilanciare in prima persona invece di minimizzare. Per rispetto assoluto del maggioritario e del bipolarismo da difendere contro ogni rigurgito del passato, avrei capito che lei stesso presidente si ripresentasse al vertice di maggioranza dicendo «cambio questo e questo, vi chiedo a mia volta di dirmi a vostro giudizio che cosa cambiare nel programma di governo di qui a fine legislatura, vi ascolterà ma facciamo in fretta, dopodiché stringiamo un accordo serio oppure ragazzi è meglio per tutti spiegarsi davanti agli elettori, e chiedere loro di scegliere». E’ questo per intenderci lo spirito di san Giorgio, non quello di mancare di rispetto ai propri alleati che protestano mostrando di non credere alla loro reale determinazione di formalizzare una crisi, sfidarli così a farlo, e di fronte al fatto che puntualmente lo fanno – com’è ieri accaduto da parte dell’Udc, compatta – scoprire solo a quel punto che è fatto un gravissimo errore, a levare dal tavolo per principio la carta delle elezioni anticipate in caso di mancato accordo. Perché senza l’ipotesi dello scioglimento anticipato allora sì che comincia una crisi al buoi di imprevedibile andamento e conclusione, allora sì che si rimaterializzano le ombre degli esecutivi balneari del passato, allora sì che si dà all’Italia l’immagine di voler solo puntare a prendere tempo per sistemare altre partite diverse da quelle dell’interesse nazionale, dell’economia che sanguina e delle riforme che continuano a mancare. E questo è invece lo spirito di san Lorenzo sulla graticola: con tutto il rispetto, sembra a me che ci sia messo lei, sulle braci roventi, e che nei prossimi giorni il rischio molto concreto sia quello di procedere in tutte le diverse tappe del martirologio cristiano, domenica a rimpiangere i carboni di fronte al male che faranno le tenaglie incandescenti, lunedì a contorcersi sotto le frecce, e via di questo passo nell’effusione di sangue e nella sempre più marcata distanza da un’opinione pubblica che non può avere comprensione per tutto questo. Neppure i pochi liberisti rimasti ad abbaiare alla luna, mi creda sinceramente, potranno comprendere un’oncia di questo zig zag il cui esito era prevedibile, e di cui dunque sfugge la logica, l’obiettivo e il tornaconto. A Londra Blair non ha sopportato Gordon Brown per anni. Ma ha fatto l’esatto contrario che cacciarlo dal governo per punizione di una presunta carente lealtà. Anzi, il premier ci sta facendo la campagna elettorale a braccetto per mezza Gran Bretagna. Chirac a Parigi non ha sopportato Sarkozy che legittimamente – come fanno nella Cdl Fini e Follini – pensa al domani che è un diritto di tutti. Ma a quel punto Chirac lo ha estromesso di incarico in incarico, dall’Economia come dagli Interni, se n’è assunto la responsabilità e se del caso ne pagherà il prezzo. Sono due casi diversi e quasi opposti, dello spirito di san Giorgio che deve animare i leader eletti dal popolo nei sistemi maggioritari. Ma una cosa è sicura. Lo spirito di san Lorenzo andava bene per un’Italia proporzionale e senza alternanze possibili, il meglio del meglio e il peggio del peggio che ha prodotto insieme in una sola persona si chiamerà sempre indefettibilmente Giulio Andreotti. Caro presidente, lei come Andreotti non funziona proprio, se lo lasci dire. Ché se proprio bisogna fare un riconoscimento a qualcuno in questo campo, è a Gianni Letta che ieri ha celebrato da par suo il suo settantesimo genetliaco. Da Mazarino che aveva vinto la fronda dei notabili prima e dei parlamenti poi, è oggi alle prese con la fronda dei nobili di cui Follini è il Condè. Ma quanto maggior gloria per il cardinale, laddove il Re inevitabilmente figura in minore età.


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