Due parole, senza ipocrisia, sul Papa e quelle sbarre

C’è un unico sentimento che mi accomuna a quell’uomo bello, fuori dal comune ed è la pena e l’interesse per chi vive in carcere

Di Paolo Tatti

Mi trovo a scrivere nei giorni del funerale del Papa senza aver seguito la maratona di beatificazione mediatica, senza aver letto i giornali (se non qualche numero de Il Foglio, saltandone tanti articoli) perché sono rimasto abbastanza indifferente (quell’abbastanza è però grande e va raffrontato a quanto si è detto e scritto.)Non ho grande ammirazione per Giovanni Paolo II in quanto è stato rappresentante di uno dei poteri temporali all’oggi ancora, dopo millenni, dei più reazionari.
Per capire quanto torbido possa essere l’ambiente della Curia Vaticana si pensi al testamento del Papa in cui si chiede che vengano bruciati tutti i suoi appunti. Avrebbe potuto “congelarli” per qualche decennio o per un secolo e lasciarli all’umanità e agli storici futuri per ricostruire il suo pontificato.
La logica vaticana, però, è vivere nelle tenebre, è nascondere, nascondersi, mostrare solo la facciata maestosa della Cupola di Michelangelo e chiudere gli interni dei palazzi con le porte e con le tende. E’ una logica che viene da lontano e non posso, forse, nemmeno permettermi di metterla in discussione; a me, agnostico, razionalista che si sforza ma non riesce a comprendere la fede in Dio, però questo pezzo del testamento fa riflettere.
C’è un unico sentimento che mi accomuna a quell’uomo bello, fuori dal comune ed è la pena e l’interesse per chi vive in carcere. Non so dove nasca questa affinità e non so nemmeno se in passato altri papi abbiano avuto la stessa attenzione di Wojtyla, ma il suo sguardo oltre le sbarre e il mio sono l’unica cosa che riescono a farmi identificare con quell’uomo.
Lo sguardo di comprendere che l’aver ucciso, rubato, sbagliato dipende dalle vicende della vita, lo sguardo di chi si sente fortunato per non essere un detenuto (o uno che quella scienza inutile che è la sociologia chiamerebbe “un deviante”) ma che per sua natura, umana e animale, avrebbe potuto e potrà esserlo.
Fa pena che questo sia estraneo a gran parte del mondo cattolico:
parlo dei cattolici con la puzza sotto il naso, quelli che preoccupati della sicurezza delle loro pellicce e dei loro gioielli, quelli che baciano l’anello al vescovo, quelli che si preoccupano di regolamentare la sessualità degli altri, quelli che <<ci sono troppi immigrati>>, i cattolici che si sentono in dovere di definirsi praticanti, quelli che ora stanno piangendo, quelli che se leggessero un’articolo di Socci non capirebbero quanto è stupido, quelli che in queste ore dicono “Pannella strumentalizza il Papa” .
Fa pena che essi siano gli avversari di questo sentimento cristiano di attenzione e comprensione della natura umana che accomuna me e l’unico Papa che ho conosciuto.


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