Internet salverà la destra?

Da Libero, 27 marzo 2005

Sarà Internet a salvare quel variegato magma che passa sotto la stropicciata etichetta di “cultura di destra”? Anche in Italia il paesaggio della rete si sta pian piano tingendo di azzurro, sono già centotrenta (sì, centotrenta) i “blog” che hanno aderito a un appello della rivista “Ideazione”, per convergere su di una piattaforma comune. Veloce ripasso per chi non vive incollato a una tastiera: i “blog” sono l’ultima metastasi della rete, siti personali che offrono una continua cascata d’opinioni, e se si tratta di opinioni affilate tanto meglio. Ce ne sono parecchi che non rientrano nel perimetro presidiato dalla sinistra che pensa: e ora cercano un posto al sole, sfilando tutti in un’unica vetrina. L’iniziativa è affascinante e ha il sapore fresco delle cose spontanee. Dietro c’è la mano di gente che ci crede, e la feconda ossessione di fare un uso politicamente smaliziato di Internet. A monte, s’intravede l’incredula ammirazione per il panorama che si presenta a chiunque bazzichi i siti della “rive droite” statunitense: una sterminata prateria di idee, impossibile da dominare da questa parte dell’Atlantico. Il complesso del tu vo’ fa l’americano ha fertilizzato i nostri blogger, ha scosso le loro certezze al di là delle formule preconfezionate, li ha avvicinati a visioni del mondo inedite. Col tempo, spazzerà via la muffa che ha reso spesso impresentabile, quando non semplicemente inutile, la presunta “intellighenzia” che non s’identifica nel centro-sinistra. Oggi, puoi vivere nel più sordo paesino dell’Appennino lucano ma sei a un clic dal Cato Institute. C’è qualche “ma”. Aprire un blog su Internet costa poco, sostanzialmente giusto il tempo che ci si spende. Più che alla fondazione di un giornale, somiglia all’andare alla finestra e attaccare con un comizio, sperando in strada si formi una piccola folla. Gli USA vedono un continuo fiorire di fogli on line, alcuni intelligentissimi, ma accanto c’è la cavalleria pesante. Istituti di ricerca, club, università e case editrici, gente che opera nel mondo “vero”, che riesce con entusiasmo e pazienza ad aggregare interessi e sensibilità, dando loro concretezza. Ci sono anche persone, persone normali: non multimiliardari, che per tener vivo questo arcipelago mettono mano al portafoglio: meno del 10% delle donazioni annuali alla Heritage Foundation, un gigante da trentadue milioni di dollari (riempiono otto piani di palazzo) proviene da grandi imprese e corporation. Il resto sono individui e famiglie che, poco o tanto, sanno regalare respiro a ciò in cui credono. In Italia c’è una società civile che parla: in America c’è una società civile che paga, e la differenza si vede. Si vede soprattutto nel momento in cui, per mettere idee sul fuoco della politica, non ci si può affidare alle intuizioni estemporanee di qualche editorialista part time, ma serve tenere la testa sul pezzo dodici ore al giorno, sapersi destreggiare in punta di diritto, esibire l’autorevolezza istintiva che viene dalla consuetudine coi fatti e coi documenti. Che ci si senta obbligati a scommettere i nostri entusiasmi sui blog segnala almeno tre cose: la prima, se ci sono finite intelligenze di valore, è la mancanza di spazi sotto il sole della cultura ufficiale. E’ giusto decorare il sottoscala, farselo bello, ma sempre di sottoscala si tratta. Ora, gli spazi non si ereditano ma si costruiscono. Perché nessuno investe su cantieri più solidi e duraturi? In secondo luogo, la fioritura dei blog segnala una domanda d’ideologia. I partiti, destra o sinistra che sia, cercano il colpo di coda pragmatico, la “base” vuole punti di riferimento. Ma è difficile capire se ciò di cui si sente bisogno è più elaborazione politica, il che è solo un bene, o di giocare di nuovo la partita delle appartenenze, recitando l’eterno soggetto di guelfi e ghibellini che puntualmente distrugge ogni vagito di discussione seria. Francamente, il trend per il quale tutte le opinioni pesano lo stesso sembra naturalmente mirare in questa seconda direzione.


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