L’amore per la guerra

http://www.generazioneelle.it/public/immagini/hillman.jpgPresentazione a J. HILLMAN Un terribile amore per la guerra, Adelphi 2005, euro 17,00.

Di Gianni Buganza

“Noi siamo per gli dei come mosche per i monelli/ ci uccidono per divertimento”. Re Lear, IV, I, 36

L’immenso James Hillman de Il codice dell’anima e di Puer aeternus, ci invita in questo suo libro sulla guerra alla necessità del “comprendere e immaginare”. Ma se io immagino la guerra mi vengono in mente alcune frasi di Sant’Agostino (più volte citate anche da Cacciari), dei miei studi giovanili, sull’inutilità di sottrarvisi, “tanto l’uomo è condannato a morire lo stesso”. E le prime immagini di Apocalipse Now di Francis Ford Coppola, con le pale che girano vorticosamente sopra un letto sudato, e le note di The End sotto. Non solo Eraclito dunque. Ma Hillman spinge verso gli archetipi e i miti per immaginare l’inimmaginabile, per arrivare “fino agli abissi disumani della crudeltà, dell’orrore e della tragedia”, come la Susan Sontang che cita e che criticherò a conclusione. Mentre a mio avviso ne capiva di più Elias Canetti in un vecchio libro che ricordava l’unico di Stirner, felice di essere sopravvissuto alla morte, e alla morte degli altri. E ne capiva di più Quentin Tarantino in molti passi del suo Natural Born Killers. La mia sensazione è che il grande Hillman abbia scritto questo pur utile libro per dei ragazzini della vita e della politica. Poiché considerare la “normalità” della guerra non ce la fa accettare di più. E anche l’idea schmittiana del nemico ci ha stancato. Meno Tocqueville che parlava di “nuovo tipo di servitù” la spinta verso la “sicurezza”. E la psicologia dell’uomo della folla solitaria, stupendamente descritta da Celine nel suo Viaggio al termine della notte, non spingeva alla bramosa ricerca di alcun nemico – che già le nostre amarezze son tante. “Immergiti nell’elemento distruttivo” diceva Conrad, quando l’amato Marx di Hillman immaginava già con chiarezza il sostrato vero, altro che archetipi, della guerra: la lex mercatoria. Ovvero la nostra legge. Ciò che fonda il nostro contemporaneo. Scriveva Eisenhower “quando ricorrevi alla forza (…) non sapevi dove ti avrebbe portato. Se ti spingevi sempre più a fondo, non c’erano praticamente limiti”. Il problema vero era ed è la formazione alla violenza, e l’uso che ne fa l’ordine della divisa, l’ordine delle Istituzioni. Come nella distruzione di un ragazzino Somalo innocente da parte del civile esercito di pace canadese citato da Hillman a pagina 75. Inutile dire come non abbia amato questo volume, pur nella notevole messe delle sue informazioni. Invito il mio immenso Hillman e la meno immensa Sontag – così piena di stupore – a mettere il loro nasino elegante dentro l’Area Rossa di un qualunque Pronto Soccorso di una qualunque città nord-americana. E di scriverci un bel libro sopra, senza bisogno di teatri di battaglia. Quando riscriveranno di guerra avranno toni diversi, più disincantati e più intelligenti. “Perché non provo niente? Perché non riesco a piangerlo?” cita a pag. 72 e a pag. 100 e 101, Hillman. Grandi gli psicologi, si.


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