Archive | aprile, 2005

Contro la crisi di futuro una nuova classe dirigente

Di Marco Paolemili

“Damose ‘na svejata” potrebbero bastare queste parole, pronunciate da Mario Adinolfi, direttore di Media Quotidiano, per riassumere il messaggio proposto dalla conferenza organizzata da Società Aperta Giovani a Roma. All’Art Cafe, il 28 aprile, erano in tanti gli ospiti intervenuti per lanciare un appello alle nuove generazioni. “Diamo una scossa al sistema o pagheremo il prezzo più alto del declino del Paese”, era il titolo dell’incontro e anche il senso della relazione introduttiva di Luca Bolognini, Presidente di Società Aperta Giovani. In un paese dove identità ed ideologie del passato sembrano essere tramontate, dove è evidente lo scollamento tra società e sistema politico, i giovani sembrano persi, risucchiati forse da quel declino economico che l’Italia sta attraversando. Bolognini critica l’attuale politica italiana “ridotta a campagna elettorale permanente, a scontro ideologico senza ideologie, a leaderismo senza leader” e auspica l’avvento di “nuove generazioni in grado di essere soggetto politico”. Giuliano Da Empoli, Direttore di “Zero”, cerca di sdrammatizzare, di rendere il quadro meno critico, condanna il vittimismo giovanile, la voglia di apparire come “banda di sfigati”, ma la sua lista-esempio di giovani che sono arrivati in posti di potere è molto misera e finisce per avvalorare così la tesi precedente. Lucida è invece la sua analisi del sistema Italia, che definisce di “padrini e figliocci”, sistema che costringe questi ultimi ad aderire al modello dominante per poter ottenere poi un po’ di posto dal vecchio padrino. Il risultato è, naturalmente, che non v’è nessuna innovazione seguendo questo modello di sviluppo. L’interessante proposta di Da Empoli è quella di mettere in rete questi giovani cervelli, anche quelli “esiliati” all’estero. Per cercare di dar vita ad un movimento nuovo, simile (non per ideali però) a quello dei Neocon americani. Ma per Mario Adinolfi, i vecchi non hanno la minima idea di lasciar spazio ai giovani, e un esempio lampante sono i direttori dei giornali e delle televisioni: nessuno di loro è un under 40. Adinolfi poi, con un po’ di retorica, ricorda le vicende dei giovani trentenni che escono dalla casa dei genitori con un contratto a progetto, ma poi sono costretti a rientrarvi alla scadenza di questo. Pierluigi Diaco, cerca di fare la voce fuori dal coro e, con una invettiva troppo sopra le righe, esprime la sua sfiducia verso i giovani d’oggi, ripudia i discorsi sulle generazioni, troppo legati a fatti di costume che ad altro e propone (qui viene la parte interessante del suo discorso) la priorità di un investimento individuale che i giovani dovrebbero fare su loro stessi. La gavetta, per Diaco, è necessaria e, prima di mettersi in rete, bisogna aver fatto esperienza, essere in grado di portare un valore aggiunto alla rete stessa. Sulle conoscenze, e spesso sulla mancanza di queste da parte di molti ragazzi dalle grandi speranze, s’interroga anche Alessandro Piperno, autore del libro “Con le peggiori intenzioni”, che dipinge i giovani italiani come una massa d’ignoranti. Omette di riflettere sul fatto che forse qualche colpa la hanno anche gli insegnanti, ma aspettarselo da chi lo fa di mestiere (Piperno è un professore di letteratura) sarebbe troppo. La necessità di creare qualcosa di nuovo, di formare una nuova classe dirigente continua ad essere il tema fondante della serata. Guglielmo Forgeschi, coordinatore di “Dyalogue” Italia, spera che le associazioni creino luoghi per la formazione dei giovani e lancia l’ennesimo allarme riguardo la mancanza di investimenti sui giovani da parte dell’università: siamo un paese con pochi ricercatori (sottopagati), pochi laureati (anche se dovrebbe ricordare quante volte la laurea sia inutile per il mestiere che poi s’intraprende) e quanto sia difficile dal punto di vista economico aprire un’azienda per un giovane. Giuliano Gennaio, direttore di Liberal Cafe, commenta così la situazione italiana: “la casa brucia e io non so come spegnerla”. Bisogna migliorare la classe dirigente, è venuta l’ora di essere soggetto politico nuovo, afferma con convinzione. L’ultima parola spetta a Enrico Cisnetto, presidente di Società Aperta, il quale ricorda la sua trascorsa militanza, in gioventù, nel Partito Repubblicano. La classe dirigente di allora, quella che fece la Repubblica, era diversa, oggi è necessario un “progetto di paese”, strategie per il futuro, “altrimenti i figli staranno peggio dei padri”. Un discorso che suona un po’ come un “si stava meglio quando si stava peggio”, una velata critica a Berlusconi e la nostalgia di un vecchio sistema che, ma Cisnetto non sembra accorgersene, ha prodotto quella crisi attuale che tutti gli ospiti hanno evidenziato. Speriamo davvero che i giovani riescano a vincere il conservatorismo dei vecchi e riescano anche a sbarazzarsi di quei giovani che sono in realtà già vecchi, quelli che popolano le sezioni giovanili dei partiti “guidati” dai grandi o che aspettano la raccomandazione del papà per cominciare a lavorare.

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Giovani e potere II

Brano tratto dal libro “Giovani, sesso e potere” di Fabrizio Amadori

In Italia i dipendenti pubblici, compresi i professori universitari, guadagnano sempre di più col passare del tempo. A 60 anni un docente ha effettivamente il vantaggio di avere al proprio attivo un numero superiore di pubblicazioni: ma come un anziano pugile non viene quotato più di un ragazzo solo perché ha sostenuto un numero superiore di incontri, così un vecchio professore non deve essere quotato più di uno giovane. Viene pagato di più perché ha pubblicato cinquanta libri invece di dieci e continua a pubblicarne, anche se la loro originalità cala via via; egli insomma viene premiato ora per qualcosa che ha fatto prima. Come un anziano pugile tipo Foreman attira l’attenzione del pubblico ritornando sul ring dopo anni di inattività, così un professore attira gli studenti col suo nome. Ma mentre Foreman non viene più seguito dopo le prime sconfitte, il professore non teme un simile avvenimento perché non deve affrontare avversari. Gli allievi, quelli mediocri, non si accorgono del suo declino. Anzi, alcuni sono contenti di seguire un vecchio perché dà loro speranza per il futuro, sperano di diventare più tardi come lui, non essendolo ora. Si danno i soldi agli anziani, sempre di più, e niente ai giovani. I vecchi sono tenuti a mantenere i ragazzi sino, poniamo, ai 18 anni, poi basta. Tra i 18 e i 30 anni, cioè nell’età migliore, vengono mandati allo sbaraglio. Prima sono nelle mani della famiglia, ora della società che li può utilizzare come vuole. I soldi invece andrebbero dati innanzitutto ai giovani affinché essi possano realizzare qualcosa d’importante senza stress e preoccupazioni. I ragazzi deboli, purtroppo, gettano la spugna presto, e sono disposti ad accettare le regole del sistema che li ha psicologicamente distrutti in ciò che hanno di meglio, talento ed entusiasmo, e sono pronti a diventare a propria volta dei vecchi nemici del talento e dell’entusiasmo degli adolescenti. Essi, una volta invecchiati, si sentono autorizzati a criticare i ragazzi perché sono stati a propria volta giovani, e dicono: «Anche io la pensavo così, ora però ho finalmente capito che sbagliavo!» Buffone! L’«hai capito» semplicemente perché chi parla non è il ragazzo che sei stato, il quale probabilmente non sarebbe d’accordo con te, ma il vecchio che parla a nome suo senza autorizzazione. Infatti, chi sei tu per permetterti di parlare a nome di un te stesso di 20 anni prima? Canetti, a dire il vero, considera pericolosa tale posizione. Scrive infatti: «Che la vita di un uomo si frammenti in innumerevoli dettagli che non hanno fra loro alcun rapporto è una concezione che si può anche sostenere, ma è stata spinta troppo in là, e le sue conseguenze non sono positive. Essa sottrae all’uomo il coraggio di resistere, perché per avere questo coraggio l’uomo deve sentire che resta uguale a se stesso. Nell’uomo ci deve essere qualcosa di cui non si vergogni, qualcosa che ponga dinanzi agli occhi e registri le vergogne che sono necessarie …» (La coscienza delle parole, cit., pag.293). Thomas Mann scrive a questo proposito che «un ritorno che avviene dopo 25 anni non riguarda più lo stesso io che era partito col proposito di star via pochi anni » (Thomas Mann, Le storie di Giacobbe, Oscar Mondadori, Milano, 1990, pag.219). Gli adulti vogliono stare al centro dell’attenzione. Vogliono che ci si occupi di loro. E vogliono che siano proprio i giovani a farlo. Fanno valere nei confronti dei ragazzi, di cui hanno paura, l’argomento «esperienza», e nei confronti dei vecchi l’argomento «efficienza». Sui giovani hanno il vantaggio di essere venuti prima al mondo e di aver quindi sistemato le cose a proprio favore; sui vecchi hanno il vantaggio della maggiore giovinezza. La giovinezza sembrerebbe perciò un talento soltanto a partire da una certa età: prima – a quanto pare – rappresenta un limite, ma solo per governare. Non è un limite quando si tratta di andare in guerra, quando si tratta di fare lavori pesanti, quando si tratta di massacrarsi su un ring per divertire gli adulti, quando si tratta di fare all’amore: in questo ultimo caso gli adulti sono ben felici di poterne approfittare, portandosi a letto una bella ragazza, o un bel ragazzo, con l’esca dei quattrini che loro hanno e i giovani no. Esistono migliaia di adolescenti di grande talento, forza, bellezza, intelligenza in gravi difficoltà perché i governanti se ne fregano di loro, ed anzi sono segretamente soddisfatti che il mondo sia fatto così, che penalizzi la giovinezza a favore della vecchiaia. Il punto –ripeto- è che il vecchio è nato prima e ha sistemato le cose a proprio vantaggio: del resto questo succede anche in natura. Solo che la natura se ne è accorta, e ha preso provvedimenti: ha dotato il giovane di una forza maggiore tale da consentirgli di far saltare ogni marchingegno difensivo del vecchio egoista e di cacciarlo con sollievo di tutti quanti. Nella nostra società l’uso della forza è illegale. Il ragazzo che si permetta di picchiare il capoufficio meschino e incapace rischia la galera. Del resto, si sa, le leggi non le hanno fatte i giovani. Nulla di ciò che regola la società è stato fatto dai ragazzi: viceversa al potere non ci sarebbero solo vecchi … Neanche la forza delle idee viene premiata. Giovani molto intelligenti sono costretti a fare la gavetta. Non lo sono invece ragazzi dotati di capacità fisiche di un certo livello. Gli adulti, infatti, amano assistere alle prestazioni dei grandi campioni: non amerebbero ugualmente assistere alle prestazioni dei cervelli dei colleghi più giovani perché in tal caso gli sfortunati avversari sarebbero essi, e i ragazzi toglierebbero così loro il lavoro. I primi a venire criticati per tutti i soldi che guadagnano sono comunque gli atleti: proprio in questi anni, in Italia ci si domanda se sia giusto sborsare tanto per i giocatori di calcio, che spesso vengono pagati parecchi miliardi all’anno. Il motivo per cui questo succede, però, io non lo trovo strano perché siamo in una fase di passaggio: è la prima volta insomma che attorno al pallone ruotano tanti quattrini. La gente non protesterà più quando si sarà abituata a tale cambiamento. Del resto esistono anche centinaia di atleti con stipendi da fame. Il mondo dello sport è come il resto della società: persone che faticano nella stessa misura guadagnano in maniera completamente diversa. Solo che, a differenza che altrove, è difficile che chi prende di più non goda di un talento effettivamente maggiore. Ma per alcuni tale discorso è vero finché rimaniamo nell’ambito dello stesso sport e non lo è più quando ne usciamo: è vero che un fuoriclasse, che guadagna alcuni miliardi all’anno, è molto più bravo di un giocatore della serie B che guadagna trecento milioni. Ma è più bravo di un grande campione di un altro sport che attrae molto meno interesse e che, di conseguenza, paga meno? Le regole, però, non le ha fatte il fuoriclasse. Non è colpa sua se lui guadagna tanto. Pretendere che egli si rifiuti di incassare fior di miliardi significa prendere troppo sul serio quel detto secondo cui chi è superdotato fisicamente è anche molto stupido. Si dovrebbe esigere piuttosto che tutti gli altri vengano pagati in misura maggiore, perché è invece sicuramente vero che i giovani, in questo come in tutti i campi, guadagnano molto meno di quanto facciano incassare agli altri, e questo a partire da Ronaldo. Il quale è stato pagato di più dagli italiani non perch&eacute
; essi siano più bravi degli spagnoli, ma semplicemente perché sono in grado di guadagnare di più su di lui. Infatti il presidente Moratti, persona stimabilissima, non è certo un pazzo, uno che butta i miliardi fuori dalla finestra. Tra parentesi: i cento bilioni che egli ha dovuto sborsare per pagare Ronaldo non li ha intascati quest’ultimo, bensì il presidente del Barcellona, a cui era legato da un contratto. Se fossero i giocatori a stabilire le regole probabilmente cercherebbero di ottenere una fetta maggiore di torta: ma chi comanda in realtà sono i presidenti, e i calciatori non lo possono diventare perché non guadagnano ancora abbastanza. Una cosa comunque è certa: che chi prende di più nel mondo del pallone non sono i calciatori. E questo è strano, perché, se non ci fossero loro, non esisterebbe neppure tale sport. Mi si potrebbe obiettare che un simile discorso è tendenzioso, in quanto l’ingiustizia per cui essi vengono pagati meno di altri ha come rovescio della medaglia il fatto non irrilevante che guadagnano di più di quanto guadagnerebbero gestendosi da soli. Vogliono essere indipendenti? Benissimo, guadagnino solo loro: vedremo se saranno anche contenti di ottenere molto meno di quanto non ottengano ora essendo seguiti da persone competenti. Sembra un po’ la storia del bambino capriccioso che pur di non dividere un giocattolo con un altro è disposto a romperlo. In realtà la mia critica intende spostare più in là i termini del problema: nessuno vuole rivoluzionare un sistema efficiente. Si vuole solo cercare di cambiare le persone alla guida di tale sistema, le quali non sono le più adatte, né tantomeno le più competenti. Qualcosa in Inghilterra sta già cambiando: essa è forse la nazione più avanzata dal punto di vista calcistico. È di poco tempo fa la notizia della scelta di un grande giocatore olandese come allenatore-calciatore. A lui, poi, è subentrato un famoso calciatore italiano. Nella mente contorta degli inglesi è cioè passata una stranissima idea: non può essere che un calciatore molto in gamba, alle prese ogni giorno con i problemi del campo, sia più indicato di un altro che ha superato la cinquantina, e che quindi ha giocato un calcio diverso parecchi anni prima, a fare l’allenatore? Inoltre si tratta di un giovane, per cui gode di una lucidità mentale superiore al cinquantenne, e questo è vero soprattutto in tale settore, dove sono in gioco persone con poca istruzione, e che perciò tendono a perdere lucidità mentale col passare degli anni più rapidamente di quanto non avvenga alle altre. Potrebbe avere ragione anche chi sostiene che non bisogna esagerare le difficoltà poste dalla preparazione di una partita: si tratterrebbe anzi di un compito piuttosto facile, al punto da non risentire dei cambiamenti in peggio che avvengono in una persona con l’età. Per cui un uomo anziano potrebbe prepararla bene quanto un giovane. A questo punto, però, ci si potrebbe chiedere come mai dovrebbe essere proprio il vecchio a farlo come è avvenuto sino ad oggi: il fatto che, nella migliore delle ipotesi, egli la possa preparare bene quanto un giovane, non significa appunto che la possa preparare meglio. Anzi, proprio questo è passato per la testa degli inglesi: che appunto perché non la può studiare meglio di quanto non lo possa fare un giovane, che è più lucido anche se non è necessariamente più bravo di lui da tale punto di vista, egli non gode di alcun vantaggio sul ragazzo, da cui anzi viene superato sotto altri aspetti, come appunto la familiarità col campo e col gioco moderno. Qualcuno potrebbe sostenere che il compito di studiare l’incontro tocca all’anziano in quanto egli non deve giocare: come fa infatti un atleta che deve allenarsi continuamente a trovare il tempo per preparare una partita? Una ragione importante per cui sinora sono stati scelti, per fare l’allenatore, tra i calciatori in attività, soltanto dei campioni mi pare appunto questa: che essi possono compensare un allenamento difettoso con le qualità naturali. Ma una simile risposta porterebbe al punto di partenza: è vantaggioso oppure no per un allenatore non giocare a pallone? Se lo è dal punto di vista del tempo che ha a disposizione non lo è dagli altri a cui ho accennato. A me pare che in questo, come in tutti gli altri campi, i giovani allenatori facciano fatica ad emergere per l’opposizione di quelli più anziani che dalla loro hanno il nome. Essi sarebbero ideali per una squadra, perché conoscono meglio il gioco moderno e perché hanno tutto il tempo per lavorare bene. Ma se appoggiando loro appoggio una battaglia persa in partenza, allora preferirei che ad allenare fossero i giocatori ancora in attività piuttosto che gli allenatori anziani. Che non necessariamente recluterei tra i più bravi, ma tra quelli svegli e non indispensabili per il gioco della squadra. Quando ad allenare è un calciatore c’è il pericolo di rivalità tra lui e gli altri atleti perché essi si sentono in competizione. Si tratta di una rivalità fisica naturale, riscontrabile in molte circostanze della vita, ma che bisogna riuscire a tenere fuori dallo spogliatoio, se essa può determinare scelte sbagliate. Il vantaggio di scegliere un campione in attività per fare l’allenatore può essere eliminato perché è facile che egli creda di bastare lui a fare vincere una squadra. Si veda appunto il caso di chi è stato capace di tenere fuori giocatori come Vialli con la scusa –pare- che fumasse. Per non parlare poi dell’esclusione di Zola, mandato in panchina nel suo momento migliore. I campioni, si sa, spesso sono egoisti, e non si capisce perché essi dovrebbero esserlo solo dentro il campo. Gli allenatori anziani, poi, sono talvolta soggetti a smanie di onnipotenza, come un famoso ex ct della nazionale, il quale era convinto di aver diritto a quasi tutto il merito di un’eventuale vittoria: la gara non avveniva tra due squadre, ma tra due allenatori, perché ciò che contava non erano gli uomini, ma il modulo. O, al massimo, tra lui e la squadra avversaria. Il muscolare Sacchi avrebbe volentieri gareggiato da solo contro di essa, e poi, dopo la sconfitta, si sarebbe giustificato lamentando di non poter applicare da solo i suoi meravigliosi schemi. La verità è che ciò che conta veramente non sono gli schemi ma gli uomini, e che bisogna far giocare i campioni dopo aver fatto loro raggiungere la condizione migliore. I fuoriclasse non hanno solo doti tecniche o fisiche eccelse, ma anche capacità mentali tali da renderli imprevedibili, e punire un campione perché non si è attenuto ad uno schema significa considerarlo alla stregua di un soldato. Se egli lo fosse veramente, una specie di soldato, non si potrebbe fare a meno di considerarlo un ufficiale, e non un semplice fante, un capo che ha mostrato il suo valore sul campo, e che quindi merita di comandare: purtroppo, però, a comandare è il vecchio allenatore, egli è considerato troppo spesso quasi come qualsiasi altro, e per impedire che tale situazione innaturale si rifletta negativamente su di lui, che non avrebbe più una seria ragione di distinguersi, viene stimolato con la promessa di un particolare guadagno. La logica è la stessa di quella riscontrabile sotto le armi. In guerra il soldato valoroso viene ricompensato con medaglie al valore militare. Nello sport con i quattrini. Da un punto di vista generale non c’è alcuna differenza, perché entrambe le cose procurano piacere senza pesare su nessuno: neanche se sono ingaggi miliardari, perché il guadagno di chi li paga è m
olto superiore alla spesa. Lo scopo in ogni caso è quello di tenere sotto controllo i giovani. E’ infatti meglio conferire un’onorificenza che elevare al grado di generale un ragazzo, o fargli guadagnare qualcosa in più piuttosto che impedire a se stessi di accumulare parecchio denaro.

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Ayaan, la donna che non si sottomette

Di Paolo Tatti

Ayaan Hirsi Ali è una bella donna somala di 36 anni, vive nei Paesi Bassi, nascosta in luogo segreto, sotto scorta perché rischia di essere uccisa da qualche fanatico islamista. E’ una ribelle nata: già da ragazzina osava disobbedire al suo maestro di Corano e alla madre, da adolescente s’innamorò di un ragazzo molto religioso col quale intrattenne una relazione proibitissima piena di peccaminosi baci, nonostante tutto rimase molto fedele alla religione islamica. Suo padre è stato un’esponente di spicco della politica somala e quando lei nacque era in prigione (lo conoscerà a sei anni), la sua famiglia per seguirlo dovette fuggire prima in Arabia Saudita poi in Etiopia e in Kenia. Nel 1992 fu costretta dal padre a sposare un lontano cugino emigrato in Canada che nemmeno conosceva: è la storia di ogni donna musulmana. Lei ebbe la fortuna di dover partire per il Canada e da uno scalo tedesco fuggì in Olanda dove si rifugiò in un centro di accoglienza per donne immigrate. E’ l’unica che parla inglese e inizia a lavorare come interprete. Già il fatto di avere un’occupazione e di poter studiare oltre l’adolescenza è per lei una grande conquista rispetto al destino di donna rinchiusa nelle mura domestiche, di giovane madre forzata che qualcuno aveva deciso per lei. Suo padre, infatti, la ripudia. Nel corso di suo lavoro ha l’occasione di conoscere la vita e i drammi delle altre immigrate in Olanda: aborti di ragazze minorenni che nulla sanno di sessualità, violenze domestiche, infibulazioni, stupri. Questi fatti avvengono –direte voi- in ogni società ma all’interno delle comunità islamiche sono la conseguenza di una morale religiosa arcaica e non vengono condannati. Oggi Hirsi è deputata olandese, lotta per i diritti delle donne musulmane, si dichiara atea (crimine atroce per chi è nato musulmano) e condanna il multiculturalismo, si batte cioè contro coloro che nelle società occidentali tollerano in nome del relativismo che sopravviva all’interno delle famiglie islamiche la segregazione della donna, le mutilazioni genitali femminili, la diversa educazione tra bambini e bambine. Il nome di Ayaan Hirsi Ali è diventato celebre anche da noi per essere stata la sceneggiatrice del film “Submission” che costò la vita al suo regista, Theo Van Gogh: il fanatico che lo sparò infilzò sul suo corpo una lunghissima lettera di minacce per la deputata somala. Da allora lei vive nascosta e il film è stato ritirato dal suo produttore per timore che scorra altro sangue. Submission non è altro che la traduzione letterale di Islam e racconta la sottomissione che vive la donna nel mondo islamico. Sono 11 minuti provocatori, blasfemi per chi è devoto ad Allah: in Italia è arrivata solo qualche immagine di un dorso nudo di donna coi segni delle frustate e marchiato dalle Sure del Corano che sanciscono la punizione per i suoi peccati. In questi giorni esce nelle librerie italiane la traduzione del libro di Hirsi Ali, Non sottomessa (Einaudi, pp.120, 11,50 €): è una raccolta di articoli e il racconto della sua vita. Ma anche di tante altre piccole vite, invisibili, di donne sottoposte all’autorità del padre, dei fratelli e del marito. Il libro ci pone davanti agli occhi una donna che è una macchina sforna-figli, che non deve provare piacere, non deve cercare soddisfazioni, a cui fin da piccola viene insegnato che deve preservarsi vergine per il matrimonio. Alla bambina musulmana non viene impartita alcuna educazione sessuale, sa solo che deve preservarsi illibata per il matrimonio: “una ragazza il cui imene non sia intatto è come un oggetto usato”. E’ quella che Hirsi chiama la gabbia delle vergini: le famiglie proteggono in tutti i modi la verginità impedendole di uscire dalla quattro mura domestiche (se non velata da capo a piede). In questa logica s’inserisce anche la barbaria delle mutilazioni genitali femminili che, con la cucitura delle grandi labbra, impedisce alla donna di avere rapporti clandestini. Va sottolineato che questa è una pratica pre-islamica di origine animista e che sul Corano non esiste alcuna prescrizione che la giustifichi (su questo puntano le ONG che lavorano per abolirla) ma non è stata mai proibita né dal Profeta né dai suoi successori. “La diffidenza delle donne raggiunge l’apice la prima notte di nozze, è allora che avviene la prova decisiva: la sposa è ancora vergine oppure no? A causa della segregazione che tiene lontane le donne dalla vita pubblica, l’uomo non ha la possibilità di incontrare donne di cui potersi innamorare e pertanto affida la scelta della moglie alla propria famiglia. (…) Succede dunque che gli sposi appena uniti in matrimonio spesso non si conoscano nemmeno, e tuttavia la prima notte sono costretti ad avere un rapporto sessuale. La ragazza anche se non vuole vi è costretta comunque. Magari nemmeno lo sposo vorrebbe quel rapporto, ma deve dimostrare che è uomo, capace di farlo e fuori i convitati aspettano di vedere il lenzuolo insanguinato. Questo rapporto dunque corrisponde ad uno stupro autorizzato (…)” Inutile aggiungere che spesso si tratta di ragazze poco più che bambine.. All’interno del matrimonio prosegue la segregazione e la moglie deve obbedire in modo servizievole al marito. Non sottomessa è anche un grido d’aiuto a quell’Occidente che per tanto tempo si è interessato del mondo musulmano solo per sfruttarlo e colonizzarlo, l’Occidente che prima dell’unici settembre ha considerato i paesi arabi come delle pompe da benzina o poco più. Sia chiaro che Hirsi ama i valori che l’Occidente secolarizzato si è conquistato con secoli di rivoluzioni e involuzioni, con pensieri e roghi, con l’Illuminismo. Le conquiste di cui ha bisogno l’islam non si ottengono sulla punta della baionetta ma con le guerre culturali, la circolazione delle idee: "quasi tutti i libri che i musulmani scrivono sull’islam sono testi religiosi (…) oltre a questi esistono romanzi d’amore o di politica in cui si finisce per leggere che bisogna attenersi alle prescrizioni religiose (…) Quello di cui la cultura musulmana ha bisogno sono libri, teleromanzi, poesie e canzonette che mostrino come stanno veramente le cose e si facciano beffa dei precetti religiosi. Quando uscirà un Brian di Nazareth con Maometto nel ruolo di protagonista per la regia di un Van Gogh arabo avremo fatto un passo enorme" Infatti il problema non è l’islam in quanto tale ma il fatto che la sua dottrina sia rimasta fossilizzata ai tempi di Maometto: in tema di diritti delle donne, per quell’epoca, la sharia era più civile rispetto al mondo cristiano che ancora si interrogava se la donna avesse o meno l’anima. Il vero dramma è che tutto è rimasto tale e quale ad allora: la ragione per Hirsi va ricercata nella mancanza di dialettica teologica interna al mondo islamico, nella chiusura secolare alle altre civiltà (che ha chiuso a sua volta la metà femminile in una gabbia dentro la gabbia) e nella repressione delle voci dissenzienti: ancora oggi opere dei pensatori considerati eretici sono proibite e stampate all’estero. E allora la sua speranza sono gli immigrati che vivono da noi e hanno potuto sperimentare le libertà civili, la società aperta che ha nell’individuo il suo elemento fondamentale. C’è un pericolo però: che mentre i paesi islamici più all’avanguardia come il Marocco si riformino pian piano dall’interno i suoi emigrati non percepiscano questi cambiamenti vivendo nei ghetti delle periferie europee con le vecchie conce
zioni e senza integrarsi. Colpisce molto, infatti, che molti immigrati islamici ben poco devoti nel loro paese abbiano riscoperto la religiosità in terra straniera come reazione alla nuova società che li accoglieva. E’ stata questa la sorte che ha unito due persone diverse e vicine per cause opposte all’autrice del libro: sua sorella e l’omicida di Theo Van Gogh. Compralo su bol.com!

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Tra i due litiganti La Terza è fottuta

26-04-2005 di Valeria Manieri

Giro stamane per i corridoi della mia facoltà. Una enorme rassegna stampa troneggia all’ingresso,attaccata nella bacheca ove molte volte ho provato a far risaltare la scritta generazione L,e quella delle iniziative radicali,senza successo,poichè due secondi dopo venivano strappate. La rassegna stampa,un poco autocelebrativa annoverava tutti gli articoli dedicati agli scontri avvenuti giovedì 21 e venerdì 22 aprile. Un volantino mi avverte che gli studenti:"Rifiutano con forza questa semplificazione". Rifletto sul fatto che non ci sia bisogno che li "semplifichino"gli altri:ci riescono benissimo da soli. sul" con forza"invece condivido pienamente: non conoscono il gandhismo e la nonviolenza. E ancora:"Venerdì 22 aprile la facoltà di Scienze Politiche è per l’ennesima volta assurta agli onori della cronaca per la presenza di gruppi neofascisti contrastati e combattuti da "gruppetti di sinistra".Di nuovo su quasi tutti i giornali abbiamo letto di giovani con il pugno chiuso che cantavano "bella ciao"e di altri giovani che romanamente inneggiavano al Duce". Dopo ulteriori provocazioni-si parla dei giovani di azione universitaria,del Foro 753,si dice di ultras dello stadio- studenti-non meglio identificati,ma credo sinistrorsi-hanno allontanato dall’edificio i "fascisti". "Non siamo dunque davanti a due opposti estremisti che si fronteggiano,ma da una parte c’è chi è nostalgico di un regime,chi fa della violenza la sola arma di dialettica politica,dall’altra c’è chi difende la Costituzione,ricordando che l’Antifascismo è uno dei più importanti valori alla base della nostra democrazia.Essere antifascisti,praticare l’antifascismo non è prerogativa degli "studenti di sinistra",ma dovrebbe diventare un dovere civile e morale comune,ricordando che 60 anni fa la Resistenza,armata e non,al nazifascismo,poneva le basi per lo sviluppo democratico del nostro paese. LA LIBERAZIONE è UN ESERCIZIO QUOTIDIANO" Questo quanto da me letto stamane,firmato dal Collettivo Scienze Politiche. Giovedì andrò a discutere con loro,con una immagine di Gandhi. Vorrei che si rendessero conto che essere antifascisti non significa praticare "sfascismi" di altro tipo. La situazione a Roma tre e a scienze politiche è ormai insostenibile. Studenti che picchiano altri studenti… un camerato dà un cazzotto ad uno di sinistra perchè gli strappa il volantino… breve tafferuglio… dopo e ancora oggi "fuori fascisti dalla facoltà". Mi chiedo: quali?Come si esce da questa spirale di violenza che se qualcuno inizia,altri di certo non contribuiscono a placare? Sono contro ogni tipo di fondamentalismo e per la libertà diespressione… giovedì esporrò in facoltà con un cartellone: "tra i due litiganti La Terza è fottuta". I terzi sono esclusi, chi non si mischia al pastone non ha chance di partecipazione, la vera forma di democrazia, elementare, fondamentale. La terza università è ormai un teatrino e io, come studentessa, come nonviolenta, come radicale, sono stufa, lo sono da tempo. Dovrei essere abituata, ma non riesco più a sopportare che il tempio del sapere si tramuti in un ring da combattimento. Dove la discussione deve essere prerogativa di una sinistra che semplifica anche il "mio" messaggio, dicendo che devo "liberarmi" da"altri" che altro non sono che la proiezione di loro stessi. Agirò nell’unico modo in cui posso veramente far sentire la mia voce, con un gesto amichevole e nonviolento. Contro ogni tipo di sfascismo.

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Giovani e potere I

Brano tratto dal libro “Giovani, sesso e potere” di Fabrizio Amadori

A detta di molte persone il bene più prezioso della società sono i bambini, al punto che ogni suo aspetto è volto più o meno direttamente ad educarli, anche se da alcuni decenni i giovani accettano con sempre maggiore riluttanza un educazione proveniente dall’alto. Quest’atteggiamento dei ragazzi è, a parere di alcuni, la causa di un disinteresse sempre più grande della società nei loro confronti. L’antipatia dei giovani nei riguardi di tale società sembrerebbe quindi giustificata in quanto è bastato manifestare una simile insofferenza perché essi venissero dimenticati. La società ovviamente non si può dimenticare completamente dei ragazzi e questo per vari motivi. Essi sono troppo esuberanti e chiassosi per accettare di rimanere in un angolino isolato, e chi fa chiasso non può passare inosservato. Ma, soprattutto, se ci sono i figli ci sono pure i genitori, i quali perlopiù aiutano i giovani a fare carriera. Questo ovviamente non significa che sarebbero disposti a sacrificare la carriera per i figli, soprattutto oggi che essa rappresenta un elemento fondamentale della vita anche se, per lo stesso motivo, lo è quella dei figli per i genitori, che li considerano un patrimonio da far fruttare. Per molti i figli oggi sono considerati un patrimonio dai genitori meno di un tempo, quando si mettevano al mondo un gran numero di bambini per mandarli a lavorare giovanissimi e guadagnare sulla loro pelle. Io credo di no: io credo che oggi si sia solo elevato il livello di educazione a partire da cui si può incominciare a considerare un figlio un patrimonio, e che anzi appunto per questo si possa veramente considerarlo così soltanto oggigiorno. Ai nostri giorni un figlio incomincia a valere qualcosa con una laurea in tasca: la laurea non è soltanto un titolo come lo è un titolo nobiliare, ma ha un collegamento diretto col mondo del lavoro, a differenza dell’altro, che infatti è caduto in disuso. Per mantenere un figlio a scuola sino alla laurea un padre spende veramente un mucchio di quattrini, ed è normale che si aspetti qualcosa in cambio. Insomma i legami tra genitori e figli sono di carattere economico, oltreché affettivo, ed il fatto che la loro natura sia stata spinta un po’ più in là, per non stare in vista, deriva dalla superiore cultura rispetto ad un tempo delle persone in gioco. Molti adulti non concorderanno assolutamente con la mia premessa iniziale: per loro, cioè, i vecchi non si sentono in competizione con i giovani e sopportano benissimo di venire superati da essi. Come prova sventolano il proprio amore per i figli, o l’affetto per questo o quel ragazzo di loro conoscenza, senza comprendere che ciò non significa amare dello stesso amore tutti gli altri adolescenti, che anzi sono temuti in quanto concorrenti dei figli nella corsa alla carriera. Insomma, i grandi amano solo un giovane, il proprio ragazzo, cui dedicano cure particolari, nella speranza di ottenere –come ho già detto- qualcosa in cambio nella propria vecchiaia, ed è evidente che quasi nessuno metterebbe al mondo dei bambini se sapesse in anticipo con certezza di non ottenere nulla da loro una volta diventati grandi. Questo spiega perché numerosi adulti si sentono in competizione con i giovani come e più dei figli, anche quando non avrebbero ragioni particolari per esserlo. Gli altri ragazzi sono, sì, molte volte amici dei figli, ma non i loro, ed anzi i padri si servono dei figli per competere con i primi nella gara per la conquista di una posizione che essi, una volta ottenuta, sentiranno propria anche se a conquistarla non sono stati loro. Io stesso ho dovuto competere da ragazzo con adulti che si servivano dei figli per umiliarmi, per farmi notare che ero certamente un saputello ignorante. Ricordo soprattutto un caso in cui avevo sostenuto che la capitale della Libia era Tripoli mentre un compagno di un’altra classe, in seconda media, aveva sostenuto che la capitale non era Tripoli ma Bengasi. Subito la madre, giunta all’improvviso, lo spalleggiò, ed io mi trovai così a dover affrontare non un avversario, ma due. Quando poi uno dei tuoi antagonisti è un adulto, e tu che sei un giovinetto te lo trovi contro inaspettatamente, perché non sei stato certo tu a provocarlo, provi una strana impressione, perché nessun ragazzino desidera farsi nemico un adulto, da cui invece si aspetta per natura, anche se è un estraneo, un gesto di simpatia o d’amicizia. L’adulto però non sempre è disposto a concederla, soprattutto quando è una persona delusa e insoddisfatta della vita, una persona debole abituata a ferire quelli più deboli di lei, e un ragazzetto rappresenta quindi un facile bersaglio. Specialmente le persone deboli, poi, tengono in gran conto il figlio, perché rappresenta il proprio giustiziere, cioè chi, in altre parole, deve vendicarli dei molti dispiaceri inflitti loro dalla vita. I figli, insomma, debbono riuscire dove essi hanno fallito. Pretendere questo però significa risultare doppiamente insopportabili per i giovani: innanzitutto per gli estranei considerati degli avversari e quindi, al momento giusto, maltrattati; e poi per i figli, i quali sebbene, o appunto perché, sono la pupilla degli occhi dei genitori, vengono continuamente stressati da loro al fine di raggiungere risultati sempre migliori, o addirittura disprezzati e dimenticati quando mostrano infine di non essere proprio all’altezza della situazione. Così però si rovinano psicologicamente i ragazzi i quali, poi, una volta cresciuti, si comporteranno alla stessa maniera con i figli. Per evitare che questo succeda bisogna cambiare le cose, a fondo. Il giovane non deve essere un frustato, ma per ottenere questo egli deve avere la possibilità di esprimere le proprie capacità subito, e non quando esse hanno incominciato a declinare – ché questo manterrebbe una dose d’amarezza -. Il bambino non deve tentare di realizzare ciò in cui i suoi parenti hanno fallito, ma godere della presenza di genitori soddisfatti, sani, capaci di comprendere e condividere le emozioni del figlio, cosa difficilmente verificabile quando essi non sono più giovani. Oggi accade esattamente il contrario, che cioè le persone mettano al mondo dei figli dopo i trent’anni, e questo specialmente per ragioni economiche. Il fine nella composizione della famiglia non è la felicità dei grandi, ma quella del bambino, perché egli non ha chiesto di venire al mondo, e quindi bisogna che la società gli metta a disposizione i genitori migliori che può, e non deve permettere a quelli mediocri di tentare di fare di lui un bambino super, in quanto difficilmente gli strumenti da essi utilizzati non saranno mediocri come lo sono loro. Ovviamente è difficile tracciare un quadro del «buon genitore»: però credo che sia scorretto permettere a persone non più nel fiore dell’età di avere bambini, e in questo caso seguirei l’esempio della natura che impedisce ad individui maturi di fare figli, in conformità col principio della selezione. In natura viene vietato ad individui troppo giovani o troppo vecchi di procreare, mentre nel nostro sistema viene spesso impedito soltanto ai primi. Quando parlo di persone anziane non mi riferisco semplicemente a quelle impotenti, ma a quelle ancora in grado di rendere gravida una femmina, ma che non possono perché hanno perso la sfida con un avversario giovane e forte. Che del resto viene spesso preferito dalla femmina stessa, come avviene nella società umana, ancor prima che i due abbiano ingaggiato battaglia. In natura perciò i maschi non più nel fiore dell’età vengono tenuti fuori dal ciclo della riproduzione e quindi dell’educazione, ment
re nella società umana questo non avviene perché gli adulti si sono organizzati in un fronte unito contro i giovani, tenuti a bada innanzitutto con il potere fornito dal controllo dell’educazione dei ragazzi. Ma un parallelo tra società umana e società animale è pericoloso innanzitutto perché le società animali non sono tutte uguali, e poi perché talvolta viene da chiedersi, anche a noialtri non cattolici, se tra animali superiori e uomini non vi sia soltanto una variazione nel grado di sviluppo, ma addirittura un salto. Io credo che i giovani non si ribellino con più fermezza contro gli adulti perché essi, in quanto uomini, intrattengono con il tempo un rapporto diverso rispetto agli animali, i ragazzi non si fermano a guardare l’oggi ma anche il domani, e immaginando di invecchiare come sono invecchiati i padri vogliono essere prudenti, e accettano di spostare un po’ più in là il momento di ottenere ciò che spetta loro. Ma – questo è il punto – quando l’otterranno essi saranno cambiati rispetto al passato, chi otterrà ciò che negli anni precedenti aveva desiderato forse non sarà la stessa persona, per cui occorre appunto chiedersi se rimanga vero che quello che finalmente ha ottenuto gli spetti di diritto quanto prima. Dal suo punto di vista sì, anzi, appunto perché ha aspettato tanto ciò gli spetta di diritto a maggior ragione; da un punto di vista assoluto no, perché chi ora ha finalmente ottenuto qualcosa è diverso dalla persone che, a maggior titolo, avrebbe dovuto ottenerlo parecchio tempo prima per via della sua superiorità fisica e psichica, e ogni giorno che passa quel qualcosa gli spetta paradossalmente sempre meno. «Quello che sarò d’ora in avanti» – scrive Montaigne –« non sarà più che un mezzo essere, non sarò più io (ora che sono incamminato sulla via della vecchiaia). Ogni giorno sfuggo e mi sottraggo a me stesso» (Michel de Montaigne, Saggi, Gherardo Casini editore, Roma, 1953, pag.666). E aggiunge un passo tratto dalle Epistole (II, II, 55) di Orazio: «Singula de nobis anni praedantur euntes» (ibi, pag.666), ossia : «Gli anni che passano portano via ad uno ad uno i nostri beni». Magari fosse vero! Il punto è che invece beni che contano, quelli materiali, aumentano via via che l’uomo invecchia – almeno sino ad una certa età che è troppo avanzata in ogni caso – ed è un po’ come se il nostro sistema volesse consolare l’uomo della perdita delle forze: ciò in sé non sarebbe un male, ma purtroppo lo fa in maniera completamente sbagliata, penalizzando chi tali forze ce le ha ancora. L’adulto pensa di non essere cambiato molto rispetto a quello che era vent’anni prima soprattutto quando si tratta di reclamare diritti risalenti a quell’epoca lì. Questo è vero almeno in parte, forse, ma ciò non cambia nulla ai fini del nostro discorso, perché le variazioni, anche se piccole, intervenute nel frattempo, sono sufficienti a rendere non idonea la persona mutata che adesso li reclama, essendo intanto cresciuti dei ragazzi che, sotto i punti di vista che ci interessano, sono più simili a quello che lui è stato vent’anni prima rispetto a quanto non lo sia egli stesso ora, e quindi maggiormente idonei a reclamarli rispetto a lui. Ovviamente esistono delle eccezioni, ma esse non ci devono preoccupare adesso. E’ evidente quindi perché l’uomo invecchiato si senta legato all’Io di quando era giovane e contemporaneamente provi sentimenti poco amichevoli nei confronti di chi è giovane ora, diversamente da come farebbe se fosse veramente rimasto un bel po’ del ventenne di allora in ciò che è adesso. Io non credo che le mie siano solo vuote elucubrazioni di nessun interesse pratico, perché secondo me molti ragazzi sono arcistufi dell’attuale sistema di cose che li penalizza appunto perché giovani. Le ragazze, poi, dovrebbero provare per esso un particolare interesse, perché se è vero che per i compagni maschi la segregazione durerà nella migliore delle ipotesi soltanto alcuni anni, per troppe di loro durerà per sempre. Le giovani donne non possono certo competere fisicamente neanche con uomini maturi, ma lo possono di sicuro intellettualmente, e quindi devono cogliere l’occasione migliore per farlo, quando questo è particolarmente vero, quando cioè sono giovani. Ragazzi e ragazze devono capire che una battaglia per l’eguaglianza tra i sessi non può prescindere da una battaglia per i diritti sacrosanti della gioventù.

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Pie illusioni

Di Fabrizio Amadori

Molti pensano che Ratzinger possa stupirci, dando un taglio netto col proprio passato. Questa è solo una pia illusione, su cui occorre riflettere. I cattolici si aspettano che qualcosa possa veramente cambiare in una istituzione in cui i mutamenti sono guardati con enorme sospetto. In un certo senso, è come se il cambiamento non fosse tollerato. E questo non deve stupire, la Chiesa ha in uggia il concetto di progresso proprio perché “progresso” fa rima con “mutamento”. Umberto Eco, nel suo celebre romanzo “Il nome della rosa”, fa dire al vecchio frate assassino Jorge che la storia non è altro che una magnifica ricapitolazione; parole assolutamente coerenti col messaggio cristiano perché i credenti, a partire dai sacerdoti, pensano di avere già raggiunto la Verità. Se questo è, in effetti, per loro il progresso può toccare solo la superficie delle cose. Qua sta il punto fondamentale del dibattito. Da quando è salito al trono Benedetto XVI, si è parlato di aria fritta. È stato un inquisitore (pardon, il responsabile del Sant’Uffizio), ed ora tutti si chiedono se cambierà, se diventerà più umano, tollerante e aperto al dialogo. Ingenue domande, perché Ratzinger non è solo il “portavoce” della Verità rivelata, come molti auspicherebbero per il bene di tutti, credenti e non. È molto di più, è della Verità l’interprete unico e il difensore, è colui che si deve curare della Verità come di una pianta, bella e delicata, esposta agli attacchi esterni. Ma per curare una pianta si usano le cesoie e queste, purtroppo, sono strumenti pericolosi. Un’analisi serena, direi “super partes”, mi spinge ad una critica radicale, perché il papa, oggi come ieri, fonda il suo potere su un’Inganno e, a prescindere dai risvolti materiali di una situazione simile, sul “sonno” della ragione. Questo è il vero guaio, nonostante l’attenzione di molti vada all’aspetto economico, quello di un’istituzione chiamata ad imbrigliare la mente, a impedirle di pensare con autonomia. La discussione sull’attuale papa, quindi, è una buona occasione per affrontare questioni fondamentali. Noto invece che tutti evitano il punto principale, l’opportunità dell’esistenza stessa della Chiesa. Non si tratta di un colpo di pistola alle nuvole: come è possibile non porsi il problema della natura della religione? Soprattutto quando essa è “incarnata” da una grande istituzione, capace di suscitare perplessità pari al suo potere? Se il concetto di un dio antropomorfo è tanto problematico, come pensano in molti, perché tenerlo in vita? Forse sarebbe meglio limitarsi a parlare di Mistero. Una simile proposta, me ne rendo conto benissimo, Ratzinger la spedirebbe dritta dritta al Sant’Uffizio. Ma perbacco, caro Joseph, questo sarebbe un “peccato” vero!

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L’ultimo disco dei Cure

Recensione di : "L’ultimo disco dei Cure" di Massimiliano Nuzzolo, Sironi Editore

Questo è un romanzo che parla di appuntamenti. Con l’amore. Con il difficile momento del passaggio dalla gioventù all’età adulta. Con i concerti del tuo gruppo preferito – i Cure, naturalmente. E, infine, con la morte. Pietro, il protagonista della storia, ha appena compiuto trent’anni. Non ha mai avuto una meta precisa, né "superato l’impasse della partenza". Conserva una fotografia scattata molti anni prima sulla spiaggia di Rimini: un bambino e una bambina che si tengono per mano nella luce piena dell’estate, come ricompresi dall’azzurro sconfinato del mare alle loro spalle. Un giorno, senza sapere bene perchè, Pietro partirà per Rimini insieme a un amico, in cerca del passato, della perfetta innocenza contenuta in quella fotografia. Alice, l’altra protagonista del romanzo, è una giovane manager discografica. Si tratta di una donna di successo, che vive sola in una casa bella e un po’ aliena, al punto che la sera cerca di tornarvi il più tardi possibile. Anche lei andrà a Rimini per assistere al concerto d’un gruppo emergente che forse produrrà. E, in mezzo alla ressa, alla musica e alle luci del Velvet, il locale dove si terrà l’esibizione, ognuno dei personaggi farà i conti con se stesso, con la radice delle proprie scelte. Le voci che parlano, in questo romanzo di Massimiliano Nuzzolo, colpiscono per la loro coraggiosa, totale sincerità. Dopo poche pagine ci sembra di conoscere da sempre tutti i personaggi e sentiamo la musica che avvolge le loro vite – i Joy Division di Ian Curtis, e poi Velvet Undergound, Jesus & Mary Chains, Robert Smith. L’ultimo disco dei Cure suona una musica malinconica ma non rassegnata. Si fa strada lentamente, così come deve essere. E poi resta con te. Romolo Bugaro Compralo su bol.com!

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Canada: approvata vendita pillola del giorno dopo senza ricetta

Da antiproibizionisti.it

Fonte: ANSA OTTAWA, 21 aprile 2005 – Le donne canadesi potranno acquistare la cosiddetta ”pillola del giorno dopo” senza bisogno di ricetta medica. Lo hanno deciso le autorità sanitarie canadesi. La pillola, se presa entro 72 ore dal rapporto sessuale, ferma la gravidanza evitando che l’embrione eventualmente fecondato aderisca all’utero. Tre Province canadesi – Quebec, Saskatchewan e Columbia Britannica – avevano gia’ da tempo reso possibile acquisto di levonorgestrel, non più considerato farmaco che richiede la ricetta medica. Si calcola che in Canada una gravidanza su due non sia pianificata o voluta.

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In Italia il primo bicchiere a 11-12 anni

Da Corriere.it

ROMA – In Italia sono troppi gli adolescenti che bevono alcol. Mentre è diminuito del 3,6% il numero dei ragazzi fra i 15 e i 16 anni nel 2002, contemporaneamente è aumentato del 9,2% il numero dei bevitori fra i giovanissimi con meno di quell’ età. L’Italia detiene un primato: quello del primo bicchiere consumato a 11-12 anni, l’età più bassa dell’Ue, dove la media si aggira sui 14 anni e mezzo. In tutto circa 800 mila giovani subiscono il fascino della bottiglia e fra il 4 e il 20% degli infortuni sul lavoro è causato proprio dall’alcool. L’occasione per tirare le somme sul rapporto alcol e giovani è stata la giornata di prevenzione dall’alcol, che vede oggi la presentazione della campagna del ministero della Salute e di una iniziativa dell’Istituto Superiore di Sanità nelle scuole medie. Nel complesso, l’ISS ha contato nel 2002 fra gli under 16 ben 723 mila consumatori di bevande alcoliche. Rispetto al 2001 il calo registrato è stato del 3,6%, fortemente sostenuto dalle teenagers (-12,6%). Tuttavia l’analisi delle tendenze di medio periodo fra il 1998 ed il 2002 mette in luce che mentre per i quindicenni e sedicenni si registra una diminuzione del numero di consumatori, sono proprio i più giovani, i quattordicenni, a registrare un incremento del 9,2%. Un dato che trova conferma in altri studi secondo i quali ben il 7% dei giovani dichiara di ubriacarsi 3 volte a settimana. Le cose non vanno meglio nel mondo del lavoro, dove ogni anno l’Inail riceve circa 940 mila denunce di infortuni di cui una percentuale compresa tra il 4 e il 20%, pari a 37-188 mila incidenti, è dovuta al consumo di alcolici. Per la prima volta da numerosi anni, si è osservata una lieve flessione nel numero dei consumatori di alcol, che comunque rappresentano l’88,6% della popolazione maschile ed il 60,1% di quella femminile. Nel 2002 sono stati stimati 36 milioni i consumatori di alcol in Italia (21 milioni circa gli uomini, 15 le donne). Nonostante il consumo medio pro-capite di alcol puro sia diminuito del 37% negli ultimi 20 anni, da circa 4 anni il consumo medio si è stabilizzato a 7,4 litri pro-capite per anno. Nelle scelte gli italiani preferiscono sempre meno il vino (-41,4%), i superalcolici (-77,1%) mentre aumentano i consumi di birra (+68,1%). Questo ha comportato un notevole calo della mortalità per alcol correlata alle patologie croniche come la cirrosi epatica, ma ha influito poco sugli incidenti stradali e domestici e sulle patologie acute. Si stima infine, sempre secondo i dati forniti dall’ISS, che gli alcolisti siano circa un milione, in maggioranza maschi, con un rapporto di 3 a 1 rispetto alle donne. Gli astemi rappresentano il 27,2% della popolazione 21 aprile 2005

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Cina e cristianesimo

Dal blog di Tommaso Ciuffoletti

Senza dubbio il commento ufficiale più "originale" sulla celebrazione dei funerali di Papa Giovanni Paolo II è stato quello rilasciato dal portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Qin Gang: "l’Italia deve evitare il ripetersi di eventi simili". Il riferimento è alla concessione del visto al presidente di Taiwan Chen Shui-Bian, che venerdì 8 aprile sedeva nella prima fila dei posti assegnati alle numerose autorità venute da ogni parte del mondo a rendere l’ultimo omaggio al Pontefice. Fra loro anche il presidente siriano Bashar Assad, il premier iraniano Mohammad Khatami e persino Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe e formalmente bandito dal suolo europeo; ma nessun rappresentante della Repubblica Popolare Cinese. Un’assenza dettata proprio dalla volontà di evitare l’incontro con la massima autorità di Taiwan – che Pechino continua a considerare una "provincia irredenta" – e che ha finito col farsi notare più delle numerose presenze. Dietro la linea di condotta tenuta dagli alti funzionari del regime cinese non c’è però soltanto la rinnovata ostilità nei confronti di Taiwan, ribadita di recente con l’approvazione di una "legge antisecessione" che "autorizza" la Cina ad intervenire militarmente in caso di eventuali eccessi "indipendentisti" da parte del governo di Taipei, ma anche la sotterranea ed aspra tensione che caratterizza da decenni le relazioni tra Pechino e il Vaticano. Relazioni che, per la verità, si sono ufficialmente interrotte nel 1951, quando la furia ideologica del neonato regime maoista portò all’espulsione dal paese del nunzio apostolico monsignor Riberi. Tuttavia la storia delle alterne fortune del cristianesimo nella terra di Cina ha origini assai più remote, come narra la stele di Si-ngan-Fu, rinvenuta nel 1625 a Xian e risalente al 781 d.C.. Incisa nella sua pietra si trova la più antica testimonianza della penetrazione cristiana in Cina, avvenuta ad opera del monaco nestoriano Alopen, che nel 635 era giunto a Chang An, antica capitale dell’impero Tang, per predicare la "religione della luce". Perseguitato nell’Impero bizantino dopo il Concilio di Efeso del 431, il cristianesimo nestoriano si era diffuso in Persia e di qui aveva raggiunto la Cina, ove, grazie alla buona disposizione dell’imperatore Tang Taizhong, poté liberamente organizzarsi. La Bibbia fu tradotta in cinese e numerosi monasteri vennero eretti nel paese. Sulla stele si legge che i ministri di questa religione "non hanno uomini o donne come schiavi; essi considerano tutti gli uomini, nobili o comuni, come uguali in dignità. Essi non ammassano né tesori, né ricchezze, e danno nella loro vita un esempio di povertà e rinuncia". Nella prima metà del IX secolo però, il clima di tolleranza verso le "religioni straniere" andò mutando rapidamente fino a sfociare nella grande persecuzione antibuddhista lanciata negli anni 843-845 dall’imperatore Wuzong per "tutelare" il confucianesimo ed il taoismo (oltre a poter così confiscare tutte le proprietà dei tempi buddhisti). Anche il cristianesimo nestoriano, così come lo zoroastrismo, fu vittima della repressione e dall’845 d.C. si perdono per lungo tempo le tracce della sua presenza in Cina. Durante il suo periodo più "luminoso", il cristianesimo nestoriano si era però diffuso in particolare tra i mongoli Kereit e proprio a seguito della conquista mongola della Cina nel XIII secolo il culto poté rientrare nei territori del Celeste Impero. Il cosmopolitismo che caratterizzò gli anni del dominio “barbarico” dei mongoli favorì non solo la rinascita della predicazione nestoriana, ma anche i contatti con un Occidente prima intimorito e poi incuriosito dalle grandi conquiste del popolo che era stato unito e guidato dal terribile Gengis Khan. Nel 1245 Papa Innocenzo IV inviò nella zona del Karakorum il frate francescano Giovanni di Pian del Carpine, che scrisse la Historia Mongolorum; nel 1271 ebbe inizio il celebre viaggio della famiglia Polo, mentre sul finire del XIII secolo un altro francescano, Giovanni da Montecorvino, partì per raggiungere il cuore dell’Impero. Giunse fino a Kambalik, vicino all’attuale Pechino, nel 1294 e nel 1307 Clemente V lo nominò arcivescovo di Pechino e patriarca dell’Oriente. Grazie alla tolleranza religiosa che caratterizzò il dominio mongolo anche il cattolicesimo ebbe dunque modo di diffondersi. Negli anni Trenta del XIV secolo però, contro i dominatori stranieri scoppiarono grandi rivolte organizzate da società segrete cinesi, molte delle quali di chiara ispirazione religiosa (buddhista) – come la celebre setta del Loto Bianco e quella dei Turbanti Rossi – e connotate anche in senso nazionalistico. Con la cacciata dei dominatori mongoli e l’avvento della dinastia Ming la politica imperiale in ambito religioso mutò nuovamente e l’influenza del cristianesimo sia nestoriano che cattolico venne drasticamente ridotta. Tuttavia proprio sotto la dinastia Ming giunse in Cina il gesuita Matteo Ricci, conosciuto anche come Li Madou, la cui figura ha un ruolo estremamente rilevante ed originale nella storia del cristianesimo. Giunto a Macao nel 1582, tre anni più tardi si stabilì a Nanchang e, dopo una prima visita a Pechino presso la corte imperiale, ottenne nel 1601 il permesso di stabilirsi definitivamente nella capitale. Egli seppe guadagnarsi grande prestigio grazie ad una profonda conoscenza della cultura cinese che gli permise di coniugare quest’ultima con la fede cristiana e le proprie conoscenze. Era padrone della lingua cinese e ne conosceva i classici, visse come i bonzi buddisti e come i letterati confuciani e la sua scienza di matematico ed astronomo gli valse la simpatia e l’ammirazione del “Figlio del Cielo”, quale era ritenuto essere l’imperatore. Proprio l’opera “Ammaestramenti del Signore dei Cieli” (Tien Chu Shih), rimane il suo scritto più discusso, in cui cerca un difficile sincretismo tra cristianesimo e confucianesimo*. Matteo Ricci fu il primo di molti gesuiti che si succedettero nel corso degli anni alla corte degli imperatori cinesi e, grazie alla benevolenza di questi ultimi, la predicazione portò la comunità cristiana di Pechino a contare 100 mila fedeli nel XVIII secolo. Ma la fortuna dei gesuiti iniziò a declinare dopo l’emissione di due bolle papali, la prima del 1715 e la seconda del 1742, che imponevano loro di astenersi dal partecipare ai riti in onore dei defunti e di Confucio – entrambe tradizioni molto forti e radicate nella cultura cinese – facendoli così incorrere in sospetti ed inimicizie crescenti da parte della corte fino a che non fu loro proibita l’evangelizzazione. Tra le ultime tappe della penetrazione cristiana in Cina vi è quella successiva ai Trattati Ineguali, che l’impero dei Qing fu costretto a firmare alla fine delle due guerre dell’oppio del 1842 e del 1862. La libertà di evangelizzare venne imposta dai due trattati, legando così la predicazione cristiana (cattolica e protestante) al ricordo delle umiliazioni subite dall’Impero cinese per mano delle potenze coloniali. Non fu un caso, dunque, se durante la rivolta dei Boxer (1900) la violenza degli insorti si scatenò anche contro i cristiani. Migliaia di convertiti e molti padri missionari vennero massacrati nel nord del paese. Nel 1901, però, il movimento antistraniero dei Boxer venne soffocato nel sangue, ma nonostante la crescente influenza europea e giapponese l’Impero sopravvisse fino al 1912, quando Sun Yat Sen, che era stato battezzato in gioventù, divenne il primo Presidente della Repubblica di Cina. Il cristianesimo convisse con le tormentate vicende cinesi di quegli an
ni. Secondo varie stime, nei primi anni della Repubblica vi erano nel paese alcune centinaia di italiani impegnati in particolare proprio in attività missionarie. Nel 1926 il delegato apostolico, monsignor Celso Costantini, ordinò i primi 6 vescovi cinesi. Gli anni Trenta furono quelli in cui i rapporti tra il governo fascista italiano e quello nazionalista cinese si fecero più solidi, ma a partire dagli anni precedenti alla Seconda Guerra Mondiale questi andarono deteriorandosi, fino a precipitare con la vittoria della Rivoluzione maoista. Come detto, fin dai primi anni successivi alla Rivoluzione il regime si caratterizzò per il proprio violento ateismo di Stato, che intendeva sostituire al culto religioso quello del grande Mao, del marxismo e della Repubblica Comunista. Nel 1957 venne fondata l’Associazione Patriottica dei Cattolici Cinesi (APCC) col compito di fungere da tramite fra il Partito Comunista Cinese e la Chiesa cattolica. Una Chiesa che però non era e non è quella di Roma, bensì quella “gradita” al PCC. Da quel momento si è creata di fatto una spaccatura tra la Chiesa ufficiale cinese, a cui è impedito ogni rapporto formale col Vaticano, ed una Chiesa “sotterranea” che sopravvive nonostante le persecuzioni e continua ad operare sul territorio cinese sfuggendo ai vincoli dell’Associazione Patriottica e cercando di mantenere i contatti con la Chiesa di Roma. Durante la Rivoluzione Culturale, la repressione si scatenò contro tutti i culti: chiese, templi e monasteri vennero saccheggiati, distrutti o trasformati in magazzini per accogliere magari gli scarsi frutti delle riforme agrarie di Mao; preti, monaci e fedeli furono perseguitati, deportati o uccisi. Come ha scritto padre Bernardo Cervellera “dal ’66 al ’76 tutta la Chiesa cinese, ufficiale e non ufficiale, è una Chiesa di martiri”. Con l’avvento di Deng Xiaoping la politica religiosa del regime si caratterizzò più che mai per un atteggiamento ambiguo. Se da un lato veniva ostentata la volontà di apertura nei confronti della libertà di culto, compreso quello cattolico, dall’altro gli interventi delle autorità erano diretti a rinsaldare il recinto legislativo ed repressivo all’interno del quale era permesso praticare la religione, ma sempre sotto il costante controllo delle autorità della RPC. Nel 1994 sono stati infine emanati i “Regolamenti per le Religioni” che obbligano tutte le comunità a registrarsi presso l’Ufficio Affari Religiosi, il quale controlla gli apparati ecclesiastici del paese, mentre sono continuate le persecuzioni contro le chiese non ufficiali ed i loro fedeli. A tutt’oggi è questo il principale ostacolo nei rapporti sino-vaticani, molto più che non il legame diplomatico della Santa Sede con Taiwan. Nel 1999 l’allora Segretario di Stato vaticano, cardinale Angelo Sodano, rilasciò la seguente dichiarazione: “La nostra nunziatura a Taipei è la nunziatura in Cina e, se il governo centrale lo permette, possiamo spostarla a Pechino”. Nonostante il Vaticano non abbia mai rotto unilateralmente i rapporti diplomatici con alcuno Stato, la vera partita con la Repubblica Popolare si gioca sull’autonomia che questa è disposta a cedere alla Chiesa di Roma sulla Chiesa cattolica cinese, sulla nomina dei vescovi e sui 12 milioni di cattolici che si stima siano oggi presenti in Cina. Ciò che però non renderà agevole il lavoro di coloro che sono impegnati nella difficile tessitura di questa trama è il particolare ruolo che le minoranze religiose hanno nel paese. La più rilevante fra queste è quella musulmana, che conta più di 20 milioni di fedeli, raggruppabili in dieci nazionalità e concentrati soprattutto nella regione speciale dello Xinjiang. Tale zona è una delle più turbolente dell’intera Cina. Il movimento nazionalista e indipendentista che si è sviluppato in particolare a partire dal 1979 è stato più volte represso dalle autorità cinesi, ma tuttora le spinte autonomiste non sembrano sopite. Anzi, in seguito ai recenti avvenimenti nel Kirghizistan, lo Xinjiang, in cui è presente una minoranza kirghiza e che confina direttamente con la ex repubblica sovietica, è adesso più che mai oggetto delle preoccupazioni di Pechino. Concedere maggiori libertà ai cattolici nel breve periodo sarebbe una mossa presumibilmente poco conciliabile con il rigido protocollo usato nei confronti dei musulmani. Tantopiù che negli ultimi decenni le minoranze islamiche del paese sono cresciute demograficamente in maniera esponenziale rispetto alla popolazione cinese han, proprio perché esentate dal rispettare i severi programmi di pianificazione familiare attuati da Pechino. Giovanni Paolo II, che il 1° ottobre del 2000 proclamò santi 120 martiri della Cina, ha scritto: “l’Asia: ecco il nostro comune compito per il III millennio”. Il suo successore, chiunque sarà, è atteso da una prova estremamente ardua. * A qualcuno di voi è per caso venuta in mente la canzone di Battiato "Centro di gravità permanente"?! "Gesuiti euclidei, vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming". Esatto! e quell’"euclidei" serve a ricordare che Matteo Ricci tradusse la "Geometria euclidea" in cinese.

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Habemus Papam…

Di Valeria Manieri

Stamattina alla manifestazione in Piazza San Pietro, con Pannella , trampolieri, scritte e buoni propositi lo avevo confessato candidamente ad un signore africano,vestito normalmente, mentre tenevo lo striscione insieme agli altri militanti. Il Signore africano che mi toccava la spalla mi chiedeva: "Va bene, Giovanni XXIII, ho capito, il Papa del concilio, dell’apertura… Ne vorreste un altro… ma chi non ti piace?" "Beh, Ruini e Ratzinger non mi fanno certo impazzire, sa com’è… da cattolica e da radicale". Mi posa nuovamente la mano sulla spalla, mi sorride, e prendendomi di sorpresa mi esclama: "Brava, e io sono un Vescovo!" Sarò scomunicata per questo, padre in borghese che mi sorrideva teneramente e simpaticamente? Non ne sono proprio sicura a dire il vero, parlo del "teneramente e simpaticamente"… E invece, fumata bianca, Habemus Papam, nuntio vobis gaudium magnum… Solo due giorni di conclave già mi suggerivano quei due nomi. Si chiama Joseph Ratzinger, ho i miei dubbi, non molte speranze per una Chiesa più aperta,ma non ho preconcetti… le vie del Signore sono infinite… Magari ci stupisce, Benedetto XVI. Il nome tuttavia è di quelli aristocratici, Papa Benedetto XV era nobile e conservatore, parecchio invischiato nellle cose dello Stato, aveva insistito perchè alla Società delle Nazioni ci fosse un rappresentante dello stato Vaticano… Papa in un certo senso non interventista nei conflitti internazionali, non prese posizioni contro coloro che scatenarono la prima guerra mondiale… A parte la scelta del cardinale a noi particolarmente noto, la scelta del nome non sembra presagire molto di buono… Così è se ci pare, altrimenti è così comunque. Speriamo ci sorprenda. I miei migliori auguri a Papa Benedetto XVI e altrettanto per radicali e laici tutti. Credo ne avremo bisogno. eccovi una biografia: Benedetto XV (1914-1922) Benedetto XV (Giacomo Della Chiesa) [Genova 1854 - Roma 1922], papa (3 settembre 1914-22 gennaio 1922). Di nobile famiglia, giovanissimo si laureò in diritto, mentre nel collegio Capranica a Roma attese agli studi delle discipline sacre. Fatto sacerdote, fu col nunzio pontificio in Spagna, e successivamente incaricato di importanti affari nella Curia romana. Fu segretario del cardinal Rampolla alla nunziatura di Madrid (1883-1887), poi suo sostituto alla segreteria di Stato (1901-1907), fu arcivescovo di Bologna nel 1907 e cardinale nel giugno 1914. Succeduto poco dopo a Pio X, durante la prima guerra mondiale fu esposto alle pressioni di tutti i belligeranti che pretendevano da lui una condanna dei rispettivi avversari. Egli cooperò ad alleviare le miserie della guerra da lui definita “inutile strage”, tentando con proposte di pace (come quella del 1° agosto 1917) di troncare le ostilità e di salvare l’Europa. Riusciti vani i suoi sforzi, nonostante la sincerità dei suoi intenti, Benedetto XV fu, soprattutto in Italia, avversato in taluni ambienti nazionalisti. Dopo la guerra e in base al patto di Londra, l’Italia si oppose a che egli avesse un rappresentante alla Società delle Nazioni. Sul piano diplomatico, la guerra e il dopoguerra portarono un certo raffreddamento nelle relazioni tra la Santa Sede e alcune nazioni europee (Gran Bretagna, Paesi Bassi, Francia). Nuove relazioni, invece, furono stabilite con gli Stati appena sorti nell’Europa centrorientale (Ungheria, Cecoslovacchia, Iugoslavia). Sul piano religioso animò lo zelo missionario con le precise direttive impartite alle missioni dall’enciclica Maximum illud(1919), mostrò grande sollecitudine nei riguardi delle Chiese separate d’Oriente (congregazione per le questioni della Chiesa orientale) e promulgò il codice di diritto canonico (1917).

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La teoria dei tipi di Russell, secondo Severino

Di Luigi Pavone

Tautótes è un testo fondamentale per capire l’ontologia di Severino. Qui Severino indica le ragioni del fallimento del concetto di Identità pensato nel modo della filosofia occidentale. La radice di tale fallimento è ciò che egli definisce pensiero isolante. Molto brevemente – e senza la pretesa di esaurire in poche battute una questione molta complessa –, il pensiero isolante è tale in quanto separa le determinazioni del pensiero, di modo che la sintesi si costituisce inevitabilmente come identificazione degli opposti, come posizione dell’impossibile identificazione dei non identici. Il pensiero isolante è anche la vera causa del carattere contraddittorio della classe delle classi normali. Se si vuole evitare la contraddittorietà di tale concetto è quindi insufficiente la teoria dei tipi proposta da Russell, la quale sarebbe avvolta dalla stessa contraddizione che intende risolvere. La critica di Severino alla teoria dei tipi è inserita in un contesto più ampio, in una più ampia critica al concetto stesso di classe logica. Credo che la sua critica all’esistenza di classi logiche abbia buonissime ragioni, e credo altresì che se la logica delle classi logiche non ha altro modo di pensare l’identità che in termini di proprietà, allora è certissimo che la teoria dei tipi di Russell rende impossibile pensare l’identità. In Tautótes (p. 203 e sgg.) e La legna e la cenere (p. 201 e sgg.), Severino afferma che l’applicazione della teoria dei tipi conduce alla stessa contraddizione che intende superare. Propone cioè un argomento ulteriore, che dovrebbe rilevare la contraddizione della teoria dei tipi senza uscire dalla logica delle classi. Non sono d’accordo. Innanzitutto, che cos’è la teoria dei tipi di Russell e qual è il problema che intende risolvere? Russell comunica a Frege l’antinomia presente nel concetto di classe delle classi normali, in una lettera a lui indirizzata. Brevemente, se si definisce normale la classe che non contiene sé stessa come elemento, e non normale la classe che contiene sé stessa come elemento, si pone la questione se la classe delle classi normali sia normale oppure non normale. Il paradosso consiste in questo: che quale che sia la risposta, essa implica una insanabile contraddizione: se si risponde che la classe delle classi normali è normale, allora in quanto normale non contiene sé stessa come elemento, e non contenendo sé stessa come elemento è non normale; se invece si risponde che la classe delle classi normali è non normale, allora in quanto non normale contiene sé stessa come elemento, e contenendo sé stessa come elemento è normale. In sintesi, se la classe delle classi normali è normale, allora è non normale, e se è non normale, allora è normale. Russell suggerisce la teoria dei tipi per risolvere questa antinomia. La teoria dei tipi propone questa soluzione: la convenienza di un predicato o di una classe n deve sottostare al principio secondo cui il soggetto deve trovarsi ad un livello logico inferiore n-1. La classe delle classi logiche viola questo principio, e tale violazione comporta le contraddizioni sopra prospettate. In Tautótes (p. 203 e sgg.) e La legna e la cenere (p. 201 e sgg.), con riferimento alla formulazione corrente del paradosso rilevato e risolto dalla teoria dei tipi, Severino si chiede se T (teoria dei tipi) è sottostante a T, dove T sta per «teoria dei tipi». Per Severino, quale che sia la risposta a questa domanda, si cade nella stessa contraddizione che la teoria dei tipi intende risolvere. Quale che sia la risposta, la teoria dei tipi è violata. Se T è sottostante a T, allora la teoria dei tipi sarebbe violata, in quanto sottostante a T è dello stesso tipo o livello logico di T. Se invece T non è sottostante a T, allora T è di nuovo violata, in quanto non sarebbe valida per ogni oggetto, la teoria dei tipi rappresentando così una eccezione alla teoria dei tipi. Ora, è indubbiamente vero che se T non è sottostante a T, allora T è violata, in quanto non sarebbe vera per tutti gli oggetti – ed è indubbio che la teoria dei tipi intende avere una estensione totale, nel senso che la sua validità non è limitata da alcun che, è cioè assoluta –, ma da ciò non consegue che l’alternativa a questa risposta sia daccapo la stessa violazione del principio della teoria dei tipi. Il presupposto della argomentazione di Severino è che T (teoria dei tipi) sia dello stesso tipo o livello logico di sottostante a T, in quanto sottostante a T include T. Ma il senso di questa inclusione non implica che T sia dello stesso livello logico della classe di tutti gli oggetti sottostanti alla teoria dei tipi. Il predicato «sottostante a T» significa «la classe di tutti gli oggetti per i quali è valida la teoria dei tipi». A questa classe conviene quanto Severino afferma erroneamente di T, che è «l’oggetto più ampio, al quale tutti gli oggetti vanno ricondotti». È bensì vero che la teoria dei tipi è valida per tutti gli oggetti, ma questo non significa che tutti gli oggetti sono elementi della classe T, per cui si potrebbe dire ad es. che ogni oggetto è T. A quanto pare, secondo Severino, la validità universale di T significa che per ogni oggetto è possibile dire che è T. Invece si deve dire che ogni oggetto, ad es. il mio gatto è sottostante a T, cioè anche il mio gatto non si sottrae alla teoria dei tipi, ma che questo non significa che il mio gatto è T, cioè che il mio gatto è un elemento di T. Stante quel presupposto, la conclusione di Severino è inevitabile. Ma quel presupposto è un errore. Concludo comunque con l’avvertimento che la critica all’argomentazione di Severino contro la teoria dei tipi di Russell non vuole affatto sostenere la validità di tale teoria, che propone sì una regola per evitare l’antinomia della Classe delle classi normali, ma tale regola è per l’appunto una regola ad hoc, e incapace, per quanto ne posso capire, di mostrare di essere anche un principio logico incontrovertibile.

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