Cina, Usa, Taiwan

di Tommaso Ciuffoletti

La sessione annuale del Congresso Nazionale del Popolo cinese ha approvato lunedì la legge denominata anti-secessione con 2896 voti a favore, nessun contrario e due soli astenuti. I dieci articoli che la compongono ribadiscono il "principio dell’unica Cina" – secondo il quale esiste un solo paese su entrambi i lati dello stretto di Formosa – e di conseguenza l’assunto che "Taiwan è parte della Cina", la quale non permetterà alle "forze secessioniste" di lavorare per l’indipendenza del paese anche a costo di ricorrere a mezzi "non pacifici e ad altre misure necessarie per proteggere la sovranità e l’integrità territoriale cinese"; in base allo stesso principio, non tollererà l’interferenza di forze esterne nella soluzione di ciò che Pechino ritiene essere un "affare interno". I destinatari di questi espliciti messaggi sono in particolare il Presidente taiwanese Chen Shui-bian, rieletto in marzo sulla base di un programma fortemente independista, e gli Stati Uniti, storici alleati e veri garanti dell’indipendenza di Taiwan, nonostante anch’essi abbiano da tempo convenuto con la politica dell’unica Cina promossa da Pechino. Chen Shui-bian è leader del Partito Democratico Progressista (PDD), che però sia nella scorsa che in questa legislatura, rinnovata nel dicembre del 2004, non è riuscito ad ottenere la maggioranza dei seggi parlamentari, la quale è invece andata alla coalizione guidata dal Kuomintang e promotrice di una politica assai più prudente nei confronti della Repubblica Socialista. L’attuale "coabitazione" frena di fatto i progetti di Chen, che intendeva rivedere la Costituzione con l’obiettivo di rimuovere qualunque legame formale con la Cina e, cosa assai sgradita a Pechino, aveva in mente di stanziare finanziamenti per 15 miliardi di dollari nell’acquisto di armi dagli Stati Uniti. Gli obiettivi di questo investimento erano chiari nelle parole del ministro della difesa Lee Jye, che in ottobre ha dichiarato che in un eventuale conflitto contro una Taiwan equipaggiata con un arsenale bellico fornito dagli USA, la Cina potrebbe perdere dai 2/3 ai 4/5 della propria potenza militare e che "dopo un un calcolo dei costi, si renderebbe conto della non convenienza dell’impresa". Al di là della verosimiglianza di tali previsioni, si può notare come l’interesse di Taiwan e della Repubblica Cinese per l’acquisto di materiale bellico, pur non avendo dato luogo ad una vera e propria escalation militare, fornisca segnali preoccupanti per il futuro delle relazioni cino-americane. E’ nota infatti la richiesta delle autorità cinesi per il ritiro dell’embargo sulla fornitura di armi, deciso nel 1989 dall’Unione Europea in seguito ai fatti di piazza Tienanmen. In attesa della decisione della UE prevista per giugno, riguardo alla quale Washingtom preme decisamente affinchè l’embargo non sia revocato, domenica scorsa il Parlamento cinese ha ratificato la nomina di quattro nuovi membri della Commissione Militare Centrale (CMC), presieduta adesso dal Presidente e Segretario Generale del Partito Hu Jintao. Tra questi figurano i comandanti della marina e dell’aviazione militare, che per la prima volta entrano a far parte della CMC, segno esplicito di come l’esercito cinese abbia intenzione di adattarsi alle mutate condizioni "della guerra moderna". Per adesso gli Stati Uniti non hanno mancato di sottolineare come la legge anti-secessione "non sia d’aiuto" per la pacifica soluzione della questione taiwanese che essi auspicano. Da un lato quindi sono state avanzate critiche all’iniziativa del Congresso Nazionale del Popolo, dall’altro il Dipartimento di Stato aveva già provveduto a dichiararsi contrario a qualunque cambiamento di nome e status deciso da Taiwan unilateralmente. La prospettiva statunitense di riuscire a salvaguardare i rapporti con Pechino e allo stesso tempo riuscire a spingere il progetto di riunificazione con Taiwan, fortemente voluto dalla nuova leadership cinese, verso una soluzione pacifica, rischia di diventare sempre più difficile. Tuttavia, pur essendo il nazionalismo una leva fondamentale su cui l’attuale quarta generazione di dirigenti cinesi ha deciso di premere con decisione, il realismo che ha caratterizzato le leadership del paese da Deng Xiaoping in avanti rappresenta una credibile garanzia per non cedere ai timori di un prossimo conflitto nello stretto Formosa. La Cina descritta dalle parole del Presidente Hu Jintao nella conferenza stampa postcongressuale è un paese che ha ancora grossi problemi interni da risolvere a partire dal necessario miglioramento delle condizioni di vita nelle zone rurali alle questioni economico-finanziarie, dalle riforme sociali alla lotta alla corruzione; inoltre quella della Repubblica Socialista è un’economia legata a doppio filo a quella americana, che rimane la più grande e solida al mondo. E’ pertanto plausibile pensare che le intenzioni reali della pragmatica leadership cinese non prevedano di spingere troppo oltre la propria sfida agli Stati Uniti. Dall’altra parte dello stretto, invece, il premier taiwanese Chen Shui-bian, vista la composizione del Parlamento, che rappresenta una volontà popolare che appoggia solo in parte le sue istanze indipendentiste, dovrà inevitabilmente lavorare per cercare una collaborazione che mitigherà non poco i suoi slanci. Infine, in attesa che l’Unione Europea si pronunci sul ritiro dell’embargo alla vendita di armi alla Cina è necessario sottolineare l’importanza che tale decisione potrebbe avere sul futuro degli equilibri che legano Cina, Taiwan e Stati Uniti.


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