Referendum, quando no significa sì

Dal sito di Forza Italia

Negli ultimi decenni l’utilizzo del referendum abrogativo è andato man mano aumentando, passando da grandi temi particolarmente sentiti (divorzio, aborto), a temi di interesse più specialistico. Nel contempo si è pure passati da una formulazione elementare del quesito referendario ("volete voi abrogare la tale legge che non ci sta bene?"), ad una formulazione che, con la tecnica della recisione chirurgica ("volete voi cancellare dalla legge le tali e tal’altre parole?") ottiene l’effetto di modificare il significato della legge creando nel concreto qualcosa di nuovo invece di abrogare qualcosa di preesistente. Non sfuggirà ad alcuno che i padri costituenti dovevano avere in mente il primo stile referendario nello stendere l’articolo 75 della Costituzione piuttosto che il secondo. Ma il passaggio a tematiche meno sentite portò alla ribalta un’altra peculiare caratteristica del referendum abrogativo: se non si raggiunge il quorum di votanti del 50% degli aventi diritto, l’effetto è identico alla vittoria dei No. Ergo gli astensionisti sono di fatto alleati dei No, ma solo se non si raggiunge il quorum… Ma qui sta la peculiarità più incredibile: se i Sì da soli non hanno la forza di superare il 50% degli aventi diritto, chi vota No senza essere in grado di superare i Sì diventa di fatto un alleato dei Sì in quanto determina la vittoria del Sì col superamento del quorum. Se d’altro canto il Sì supera da solo il quorum dei votanti ha già la maggioranza assoluta, e nessun voto No lo può contrastare. Vi sembra possibile che un No possa valere per un Sì e che questo No non possa sapere prima che significato avrà il suo voto? E’ chiaramente un errore, un errore scritto sulla nostra costituzione, una svista, qualcosa di non voluto da chi ha steso l’articolo 75; potevano i padri costituenti coscientemente accettare che un No valesse per un Sì? Visto che la situazione è questa, chi è per il No ha una sola scelta razionale per ottenere il suo risultato: comportarsi come un astensionista e cioè non andare a votare. Ma se non tutti i No fossero razionali? E’ un bel problema, poiché pochi No espressi col voto potrebbero far passare il Sì, e resterebbe il dubbio che andando a votare No si sarebbero potuti contrastare, superandoli. Anche questo rischio sarebbe però superabile se i comitati per il No dichiarassero pubblicamente e senza pudori che la loro indicazione per ottenere la vittoria dei No è quella di non andare a votare. Perché vergognarsi, se si tratta semplicemente di una difesa da un istituto che nell’attuale formulazione contiene un errore? La strategia per il No fin qui promossa è ovviamente il male minore, ciò che realmente auspico è che, riconosciuta la presenza nell’istituto del referendum abrogativo di un grave errore strutturale, si intervenga per sanarlo. Non sarebbe difficile risolvere il problema. Se la preoccupazione dei padri costituenti era quella di non permettere l’approvazione della proposta referendaria senza la garanzia che si fosse espressa una quota significativa degli aventi diritto, lo stesso risultato si può ottenere spostando il quorum su una quota minima di Si, piuttosto che sulla quota minima di votanti. Il quorum odierno prevede che un referendum possa passare con una quota di Sì sugli aventi diritto che va dal 50%+1 (nel caso che votassero solo i Sì) al 25%+1 (nel caso che Sì e No si equivalessero perfettamente). Un buon quorum in termini di quota minima di Sì sugli aventi diritto dovrebbe stare in questa fascia, e 1/3 (33,3%) sembrerebbe una buona soluzione. Chi è per il No correrebbe sempre a votare, poiché la quota del 33,3% dei Sì è facilmente raggiungibile quando il tema è di interesse; nessun voto No potrebbe assumere più il significato di Sì, poiché si svincolerebbe l’approvazione del referendum dal numero di No intervenuti. Se andremo a contare ex post il numero dei votanti di una proposta referendaria approvata, difficilmente potrà essere inferiore al 50% definito oggi come quorum.


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