Leopardi, il suo umanesimo, la sua metafisica

Di Luigi Pavone

Nell’ultima produzione di studi sul pensiero leopardiano – quella degli ultimi due decenni – è riconoscibile un orientamento volto a cogliere una certa continuità tra le riflessioni filosofiche ed estetiche di Leopardi e la c.d. filosofia della crisi, di cui Nietzsche e Heidegger sono rappresentanti autorevoli. Contro questa interpretazione – definita ideologica – di Leopardi si scaglia il saggio del prof. Savoca, interamente dedicato al poeta recanatese, o meglio contro tutte le letture ideologiche (sic), che hanno di volta in volta compreso Leopardi in schemi troppo angusti, vincolando le sue riflessioni in divenire a etichette riduttive, come quelle del materialismo, dell’ateismo, dell’illuminismo, del pessimismo, e da ultimo appunto del nichilismo. Sorvolando sulle esplicite manipolazioni e strumentalizzazioni, Savoca ritiene che tutte le interpretazioni ideologiche derivano da un vizio di fondo che occorre evitare. Per restituire Leopardi a Leopardi, occorre cioè accostarsi alla sua opera poetica e filosofica con spirito storico – sulla scorta del suggerimento di De Sanctis, che invitava a seguire Leopardi passo passo, in senso per l’appunto diacronico, sgombrando l’interpretazione da giudizi anticipati –, seguendo cioè una direzione critica diametralmente opposta a quella che nell’opera leopardiana intende trovare a tutti i costi il sistema filosofico, e che per questo – per accreditare l’ipotesi interpretativa di turno – è costretta a trascurare i luoghi dell’opera del poeta che contraddicono quella ipotesi, o rimuovendoli, oppure… oppure tanto peggio per i fatti, come si dice. D’altra parte l’opinione che per comprendere in senso autentico la filosofia di un filosofo, o la stessa storia della filosofia, occorra piuttosto lo spirito dello storico che non quello del filosofo, e che forse le competenze filosofiche del critico siano in qualche modo d’impaccio, è condivisa dagli stessi filosofi di professione. Col seminare vento… Se non che, rimuovere l’esigenza di una visione globale e coerente del «sistema» di Leopardi, sulla base del rilevamento in esso di contraddizioni che sarebbero insanabili, che renderebbero impossibile una qualche sintesi, conduce talvolta ad insistere troppo su queste contraddizioni, scambiando contraddizioni che sono tali soltanto in apparenza con quelle effettive; e a questo si aggiunga un uso talvolta improprio del termine contraddizione – bandiera di certo pensiero postmoderno. Nella Dialettica trascendentale, a proposito della nomenclatura per i concetti della ragione, e della giustificazione dell’uso per essi del termine idea, sulla base di una certa affinità semantica, rispetto all’esperienza, che avvicina l’idea platonica all’uso trascendentale dello stesso termine, Kant svolge anche una lezione di scrittura filosofica, affermando che essa è tanto più proficua, quanto più il filosofo evita di cedere all’«amore della varietà», per il quale rischia di creare confusione nella nomenclatura e per conseguenza nei concetti. Amore della varietà di cui per mille ragioni non è affatto immune Leopardi, e che aggiunge ulteriori difficoltà ad ogni tentativo di sintesi e di visione globale della sua opera filosofica, ma che per l’appunto non deve farci confondere le contraddizioni della nomenclatura con quelle del «sistema». Sulla base di questo insegnamento, e soprattutto credendo così di rispettare la volontà stessa di Leopardi, che mostra in diversi momenti di voler pervenire ad una visione filosofica sistematica del mondo, ritengo che molte delle presunte contraddizioni rilevate nel testo di Savoca sono risolvibili con una più attenta e filosofica attenzione alle pagine dello Zibaldone, e sostanzialmente facendo appello, da un lato, all’umanesimo di Leopardi, e dall’altro, alla sua metafisica. Che l’umanesimo e la metafisica di Leopardi siano le chiavi di lettura a cui si deve fare costantemente riferimento è ciò che propongo, con alcuni esempi tratti dal libro di Savoca. D’altra parte, bisogna concedere qualcosa alla ricerca di Savoca. E questo qualcosa non è di poco conto. Una delle contraddizioni che l’autore crede di trovare il Leopardi è quella che riguarda la sua critica all’innatismo. Vediamo. La critica che Leopardi rivolge all’idea di spirito, intesa come idea negativa o privativa, a cui niente di congruo corrisponde nell’esperienza, e quindi in qualche modo non idea, si troverebbe in contrasto con la critica che in alcuni luoghi dello Zibaldone il poeta espone contro l’innatismo, e secondo la quale non soltanto le idee fisiche sono derivate dall’esperienza, ma anche tutte le altre, comprese quelle di spazio e tempo, compresa quella dell’ente supremo. Se non che, il rilevamento di questa presunta contraddizione di Leopardi è possibile sulla base di una confusione tra il concetto di derivazione dall’esperienza e il concetto di corrispondenza all’esperienza, che per Savoca, a quanto pare, sono sinonimi: nel senso, per l’appunto, che un’idea derivata dall’esperienza è per ciò stesso corrispondente ad essa, e che Leopardi, riconoscendo l’esistenza di idee a cui niente di congruo corrisponde nell’esperienza, affermerebbe implicitamente l’esistenza di idee che non si formano con l’esperienza, in contrasto con il suo esplicito empirismo o antiplatonismo. Non stupisce la profonda contraddizione che egli crede di vedere in Leopardi. Fondamentali contraddizioni sarebbero inoltre nel concetto di Natura, talvolta presentata positivamente, talaltra negativamente. Anche qui occorre andare oltre la nomenclatura e tener dietro a tutti gli scivolamenti semantici a cui va incontro questo termine. Ci aiuta in questo una straordinaria pagina dello Zibaldone, in cui è rivelato il segreto, per dir così: il sistema della natura, un po’ come il cosmo di Epicuro, prevede una certa spontaneità, e quindi la possibilità della hybris. Se Epicuro fa derivare l’esistenza del clinamen da esigenze fisiche e forse soprattutto etiche – la tutela del valore della libertà e della responsabilità, contro il determinismo –, Leopardi dalla infinità della natura e dalla sua capacità di mutare. La natura dunque per Leopardi ha un doppio significato: la natura come clinamen, da cui derivano l’infelicità e la disillusione, la natura come sistema. (cfr. Zibaldone, 1080 e sgg.). L’autore sostiene inoltre che c’è nelle riflessioni di Leopardi un certo sottofondo pascaliano, che assume talvolta forme esplicite, come ad es. in alcune pagine dello Zibaldone, nella consapevolezza della miseria e insieme della nobiltà dell’uomo. A queste pagine va però aggiunta anche quella dello stesso Zibaldone, in cui il poeta parla della sofferenza universale di tutti gli esseri sensibili, la quale è tanto più intensa quanto più grande è la sensibilità, e in cui si dice esplicitamente che il giudizio secondo cui gli esseri viventi sono piccoli quanto a estensione, ma grandi quanto a valore, è per l’appunto un nostro giudizio, cioè soggettivo, e quindi non corrispondente alla realtà vera delle cose, a cui è possibile accedere oltre le valutazioni soggettive, sebbene la dimensione della oggettività sia in Leopardi affatto problematica. Un certo sottofondo pascaliano sarebbe presente anche nella lirica pi&ugra
ve; celebre di Leopardi: L’Infinito. Prendendo decisamente le distanze dalla maggioranza degli interpreti, che identificano L’Infinito «all’indefinito e all’illimitato, ad un infinito materiale o semplicemente al nulla», egli sostiene che una corretta interpretazione della lirica leopardiana è possibile sulla base delle letture dei Ricordi d’ infanzia e di adolescenza del poeta, che ci aiutano a comprendere la natura profondamente religiosa di questo idillio. L’infinito sarebbe dunque per Savoca il Nulla divino della tradizione mistica. Un Nulla divino, quindi, che non è il niente, al contrario è l’essere stesso, al di là di ogni finitezza. E l’emergenza della finitezza ontologica degli esseri finiti in rapporto ad una infinità trascendente, oltre l’umana comprensione, ha un che di indubbiamente pascaliano, anche se, commenta Savoca, «alla consapevolezza della mancanza di continuità tra finito e infinito, e all’intuizione della necessità del salto, non fece riscontro in Leopardi la volontà positiva di accettare la scommessa di Pascal». Se non che, questa interpretazione, come per altro quelle che intende sostituire, è in contrasto con ciò che ritengo sia la cifra del pensiero leopardiano: il suo straordinario umanesimo, cioè la sua straordinaria capacità di filtrare il mondo, il finito come l’infinito, dal punto di vista dell’uomo e della sua condizione esistenziale. L’Infinito ha allora un significato umanistico: l’infinito di cui parla Leopardi non è né l’infinito materiale, né la Nada dei mistici spagnoli, ma è piuttosto un’esperienza umana, troppo umana. La descrizione di questa esperienza lascia sostanzialmente indeterminato lo statuto ontologico dell’infinito, se cioè esso è materia o spirito, il Dio della teologia positiva, oppure quello della teologia negativa, il Dio che si rivela o il Dio che si nasconde. Anche il parallelismo tra la contrapposizione pascaliana tra Cuore e Ragione e quella leopardiana tra Natura e Ragione deve essere valutata con cautela, tenendo conto del fatto che Pascal attribuisce al Cuore una certa capacità teoretica, o comunque conoscitiva, che Leopardi non riconosce alla Natura, intesa come facoltà immaginativa. Ma è indubbio il merito del libro di Savoca, che sottolinea le riflessioni di Leopardi sui limiti della conoscenza umana. Leopardi non conosceva Kant; conosceva però Locke, e quindi le problematiche gnoseologiche della filosofia moderna, a cui non risponde con l’ottimismo. Forse Savoca è d’accordo nel dire che Leopardi, almeno in questo senso, è pessimista. Ora è indubbio che le riflessioni di Leopardi sulle possibilità della conoscenza umana sono tendenzialmente scettiche. Ma per sottolineare questo scetticismo, Savoca propone una pagina dello Zibaldone in cui fa sostenere a Leopardi ciò che egli in effetti critica. Lo scetticismo di questa pagina è difatti presentato da Leopardi come un inconveniente del rifiuto di conoscere sistematicamente, dopo aver argomentato in lungo e in largo sulla necessità per la conoscenza dell’idea si sistema, che è un’idea reale, cioè corrispondente al modo di esistere delle cose, che «ha il suo fondamento, e il suo soggetto nella sostanza, e in ciò ch’esiste». L’isolamento – cioè la separatezza in cui l’uomo conosce le cose della natura, in isolamento per l’appunto da rapporti essenziali con la totalità delle cose esistenti –, lungi dall’essere un ostacolo alla conoscenza, ne è al contrario la condizione sine qua non, anche se l’errore è sempre possibile, «prendendo per sistema reale e naturale un sistema immaginario», e dal fatto che nella conoscenza si sovrappongono facoltà affatto diverse e contrarie, come l’intelletto e l’immaginazione. I limiti che Leopardi avverte nella conoscenza umana, che è sempre conoscenza del singolo individuo, non consentono di dar credito all’interpretazione di Severino, che nei suoi due libri dedicati al poeta recanatese, ne fa un antiparmenide, trascurando per l’appunto il pessimismo gnoseologico di Leopardi, e il fatto che se per Parmenide non è il singolo individuo a conoscere – che in quanto individuo appartiene al molteplice, e quindi all’errore –, per Leopardi è indubbio che la conoscenza non si costituisce in una dimensione sovraindividuale, non si costituisce altrove che nel pensiero del singolo individuo, con i limiti che ne derivano, e con la possibilità che il Sentiero delle illusioni possa in qualche modo trovare verità. Il merito dunque di Savoca sta nell’aver sottolineato questa conseguenza dello scetticismo non sistematico di Leopardi, la possibilità cioè che il mondo delle illusioni trovi realtà, verità in un al di là trascendente la conoscenza razionale. Giuseppe Savoca, Giacomo Leopardi, Marzorati Editalia


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