La famiglia, la Chiesa e l’educazione sessuale

Di Fabrizio Amadori

Oggigiorno la famiglia è considerata un elemento che non si può mettere in discussione, neanche da un punto di vista teorico. Essa, però, rallenta il processo di cambiamento della società, perché ingabbia di volta in volta le nuove generazioni. I grandi hanno il compito di insegnare ciò che l’istinto non dice ai cuccioli, ed è evidente che l’educazione negli uomini è importantissima per la loro indole scarsamente istintiva. Inoltre essi hanno il dovere di difenderli. In natura i genitori svolgono entrambe le cose, perché spesso sono gli unici ad avere interesse a farlo, mentre nella società umana i padri educano i figli quasi esclusivamente sul versante dei comportamenti, non su quello delle conoscenze, e li proteggono soltanto in quei casi in cui lo Stato non lo può fare direttamente, ma appunto indirettamente tramite loro. Col tempo, insomma, ai genitori si è sostituito piano piano lo Stato tramite altri adulti. In tale maniera qualcosa è cambiato in meglio, ma al prezzo di un maggior controllo sui ragazzi. Così essi, oggi come ieri, si abituano a venire sorvegliati, e rischiano di esprimere il proprio naturale desiderio di indipendenza nel modo sbagliato. Per un verso le cose sono migliorate, perché più adulti si controllano l’un l’altro nell’educazione del giovane, che ha quindi meno possibilità di essere maltrattato da uno di loro: fermo restando che la punizione fisica rimane prerogativa dei genitori. In un certo senso essi agiscono al posto dello Stato anche in questo caso. Infatti, ripeto, è interesse di tutti gli adulti che il bambino cresca rispettoso ed equilibrato, anche di persone non appartenenti alla famiglia. Pure in natura l’educazione del cucciolo è frutto della collaborazione di numerosi adulti se essi vivono assieme in un gruppo: il gruppo, infatti, potrebbe trarre giovamento da una buona educazione del piccolo, una volta cresciuto, soprattutto se sarà destinato a diventare il capo. Che i genitori agiscano al posto dello Stato è chiaro se si pensa che non possono eccedere nelle punizioni in quanto in tale maniera andrebbero contro i suoi interessi e verrebbero a loro volta puniti. Ed anzi alcuni pensano addirittura che gli adulti non dovrebbero picchiare i figli per legge, quasi in nome di una non punibilità fisica che lo Stato fa rispettare – o dovrebbe fare rispettare – anche nei confronti dei delinquenti. La quantità di botte che lo Stato è disposto ad accettare a danno dei figli indica la quantità di autonomia lasciata da esso ai genitori nell’educazione dei ragazzi: cioè, per fortuna, sempre meno. Anche i padri nel corso del tempo hanno creato dei problemi ai figli, e pure allo Stato quando ha cercato di aiutarli. Per questo non starei ad osannare tanto un istituto che non ha in sé gli anticorpi contro il male: la famiglia, infatti, è migliorata perché sono migliorate le condizioni generali della società. Ora viene osannata da tutti, soprattutto dalla Chiesa di Roma: essa, però, ha contribuito in misura minima a tale sviluppo generale. Nonostante ciò vorrebbe prendersi i meriti di una politica da sempre a favore della famiglia, senza tenere conto che oggi non si intende esaltare la famiglia in sé e per sé come fa lei: bensì la famiglia venutasi a formare nel corso del tempo anche in contrasto con la Chiesa. Essa vuole fare passare per normali proprio quelle qualità per le quali, invece, si è combattuto senza il suo aiuto. E ora vuole fare passare per anormali cose che a lei sembrano tali, e che appunto per questo faticheranno ad imporsi: a causa cioè delle qualità già esistenti e con cui in realtà si trovano in sintonia, ma delle quali la Chiesa rivendica a torto la paternità. La Chiesa dovrebbe smetterla di sventolare meriti che non ha, e riconoscere finalmente che nel corso della propria storia ha detto spesso, troppo spesso, delle grosse sciocchezze, come del resto avviene anche ai nostri giorni. Un’istituzione del genere ha sempre creato un mucchio di problemi, e continuerà a crearli, se nel futuro ci sarà gente disposta a seguirla. Finché esisteranno genitori cattolici esisteranno figli cattolici, che cresceranno come i padri, ed educheranno i figli nel cattolicesimo come prima hanno fatto i padri con loro. Se i cattolici sono così convinti delle proprie idee, aspettino a battezzare, a cresimare ed insomma a fare diventare cristiani i figli quando sono cresciuti: essi, infatti, lo diverranno di sicuro a propria volta se la loro religione è quella vera. Basta che gliene parlino quando sono grandi, non quando sono piccoli, perché il rischio che diventino religiosi per condizionamento familiare non mi sembra inferiore al rischio che non lo diventino affatto. Non è vero che l’alternativa all’educazione religiosa sia l’insegnamento dell’ateismo, ma l’ateismo è il rischio che corre chi non è educato religiosamente (un genitore può infatti benissimo non parlare né di religione né di ateismo). Una persona avrebbe ragione di attaccare l’ateismo frutto dell’insegnamento, non l’ateismo frutto della mancata educazione religiosa, perché l’eguale mancata educazione atea non avrebbe potuto impedire all’individuo di abbracciare una religione qualsiasi. Egli, insomma, sarebbe potuto diventare religioso. Ed anzi – il punto è proprio questo – sarebbe dovuto diventare religioso. Il fatto che esista il rischio contrario, che diventi ateo senza essere stato educato da ateo, rappresenta un fatto paradossale, in quanto si tratta di un rischio a cui evidentemente crede solo il clero e non la comunità dei fedeli: infatti nessuno di loro avrebbe interesse a farlo evitare ai figli se fosse convinto della sua esistenza. Questo perché non capirebbe il motivo di volere imporre una religione se la fede non è per natura nell’uomo. Ciò che la Chiesa in realtà vuole evitare è che si propaghi tale idea in contraddizione con l’argomento che essa desidera difendere, ed in nome del quale vuole imporre l’educazione religiosa, e cioè che mentre nessuno senza educazione atea diventa ateo, è naturale che diventi religioso. Sarebbe costretta ad ammettere che il vero motivo per cui vuole imporre l’educazione religiosa è appunto quello che altrimenti oggi pochi crederebbero in Dio nelle società avanzate. Un motivo, ripeto, della Chiesa, non certo delle persone comuni, le quali, però, hanno imparato da lei che la religione è insita nell’uomo per essere spinti innanzitutto ad educare i figli a crederci. A credere in Dio: o meglio a credere nel dio dei cattolici. Il fatto che sia cattolico e non un altro dovrebbe a propria volta spingere noialtri a pretendere una dimostrazione ancora migliore: che cioè, mentre nessuno senza educazione atea diventa ateo, è naturale che non solo diventi religioso, ma pure cattolico! Il che è evidentemente impossibile. La Chiesa ha una visione parziale della realtà, e lo ha dimostrato anche negli ultimi anni, dando ragione ad un noto politico italiano, il quale ha sostenuto in televisione di essere contro l’assunzione di maestri elementari omosessuali. Io non capisco sinceramente perché non si dovrebbe affidare un figlio ad un maestro omosessuale. O meglio, lo capisco benissimo: a causa della nevrosi del vir occidentale nei confronti del sesso. Un omosessuale è colui che è diverso nel campo più delicato di tutti, quello della sessualità. Egli, insomma, ha il torto di essere diverso non nel campo dell’intelligenza, o dell’aspetto fisico, o dell’ideologia, bensì del sesso. Ad un omosessuale uomo pia
cciono gli uomini? E allora? Nessuno contesta il fatto che ad un maestro etero piacciano le donne e che contemporaneamente educhi delle bambine. Il problema vero è che un omosessuale non è considerato un individuo come tanti altri, con la particolarità, tutto sommato marginale, secondo me, di provare attrazione per rappresentanti del suo stesso sesso: intendiamoci, marginale è il fatto che gli piacciano dello stesso sesso, non il fatto che gli piacciano, in quanto la sessualità è una sfera importantissima della vita umana. Ma per molti non è marginale tale particolarità, perché per loro il sesso è tabù. L’omosessuale, insomma, è un maniaco sessuale: per cui si dà per scontato che, una volta affidatogli un bambino, egli non farà passare un attimo prima di mettergli le mani addosso, o prima di cercare di farlo diventare omosessuale come lui. Nessuno – ripeto – si sognerebbe di contestare l’educazione da parte di un maestro etero di una femminuccia. Lo Stato non pretenderebbe da lui di sconfessare ogni attrazione per le donne perché sa benissimo che un individuo adulto eterosessuale normale è sì attratto da esponenti dell’altro sesso, ma contemporaneamente è capace di distinguere quali persone possono diventare oggetto di desiderio e quali no. Perché un omosessuale non dovrebbe essere in grado di compiere la stessa distinzione? Se un uomo di trent’anni è attratto da un altro di trentadue o di ventitré, non è detto che lo sia, anzi il mio discorso presuppone proprio questo, che non lo sia, da un bambino di dieci anni. Molti uomini equilibrati e di «sani principi» sono attratti «addirittura» dalle ventenni, ma non per questo lo sono dalle bambine di otto anni. L’accusa di pedofilia, insomma, che ad un eterosessuale non viene mossa se non in sede penale, viene invece rivolta con troppa facilità all’omosessuale. E questo appunto perché egli, a differenza dell’eterosessuale, non viene considerato una persona equilibrata capace di distinguere quali persone possano diventare oggetto di desiderio e quali no: ché altrimenti non sarebbe omosessuale, perché un uomo non può essere oggetto di desiderio di un altro uomo (o una donna di una donna)!


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