Cristianesimo, democrazia e totalitarismo

Di Luigi Pavone

In nome e per conto della stampa italiana, lo storico e giornalista Paolo Mieli – che, essendo il direttore del Corriere della sera, cioè del quotidiano italiano rispetto al quale, come si dice, i giornalisti si dividono in due classi, quella che vi scrive e quella che aspira a scrivervi, può benissimo atteggiarsi in questo modo – chiede scusa per i reiterati fraintendimenti a cui è stato sottoposto il nuovo libro di Giovanni Paolo II, Memoria e identità, e in particolare per la decodifica aberrante, che in alcune pagine del libro ha creduto di rilevare un atteggiamento più remissivo nei confronti del male necessario del comunismo, in contrapposizione al male assoluto del nazismo, e poi per un’altra aberrazione, quella cioè secondo cui nel libro sarebbe presente una esplicita condanna dell’aborto mediante l’equiparazione tra la pratica dell’aborto (e la legislazione degli Stati democratici che la consentono, legittimandola) e il genocidio antisemita perpetrato nella Germania nazista. Riguardo al primo punto, Mieli si limita ad affermare che la distinzione tra male assoluto e male necessario non deve indurre a conclusioni affrettate, a vedervi cioè un atteggiamento del pontefice più indulgente nei confronti del comunismo. E questo è pienamente condivisibile. Tuttavia la distinzione tra male assoluto e male necessario resta, come resta un diverso atteggiamento nei confronti di due diversi mali, che dovrebbe essere approfondito. La riflessione sulla presenza del male del mondo è una delle più gravi questioni della riflessione metafisica occidentale. Riguardo al secondo punto, l’operazione di Mieli consiste in questo: sospingere le affermazioni del pontefice verso una zona in cui quella equiparazione – sterminio degli ebrei e aborto – non è affermata, ma non è neanche negata. Questa operazione ha una duplice conseguenza: evitare sterili polemiche; ma soprattutto sottolineare un pensiero fondamentale della Chiesa cattolica riguardo al rapporto tra libertà, politica e verità cristiana, che Mieli però non vuole approfondire – in Italia non è possibile essere laici di potere senza una buona dose di moderatismo –, e senza questo approfondimento è possibilissimo essere d’accordo con il pontefice, quando afferma che il principio di maggioranza non è una assoluta garanzia di rettitudine e di libertà. Ma il discorso non può chiudersi in questo modo: occorre domandarsi qual è il principio di giustezza e libertà che dovrebbe, secondo la Chiesa cattolica, ispirare la condotta politica. Ebbene, per la Chiesa cattolica, il principio che deve ispirare la condotta politica è la verità, che è la verità della fede cristiana. Sì che la condanna del totalitarismo ha un valore relativo, nel senso che non il totalitarismo politico in quanto tale, ma in quanto anticristiano, è da condannare. Il totalitarismo comunista è condannato non in quanto totalitarismo, ma in quanto comunista, cioè in quanto contrario alla verità rivelata del cristianesimo. E un discorso analogo si deve fare a proposito del nazismo. Ciò che Mieli dimentica di dire è che la condanna del totalitarismo, da parte del liberalismo, ha un senso profondamente diverso dalla condanna professata Chiesa cattolica: la prima è assoluta, la seconda è semplicemente relativa.


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