HEIMAT 3, Cronaca di una svolta epocale

Di Gianfranco Cercone

* Chi non ha visto Heimat 1 e Heimat 2 può essere in dubbio se vedere Heimat 3: si può comprendere una saga partendo dal terzo capitolo? (Tanto più che Heimat 1 e Heimat 2 erano ognuno ben più di un semplice capitolo: il primo era un ciclo di undici film; il secondo di dodici, concepiti per la televisione tedesca, ma in Italia usciti al cinema). Il potenziale spettatore farebbe male, però, a mio avviso, a lasciarsi dissuadere da questo dubbio: anzitutto perché gli Heimat sono una delle opere cinematografiche più belle degli ultimi anni; e poi perché sono concepiti in modo tale che ognuno dei suoi tre capitoli (e ognuno dei film che a loro volta li compongono) possono essere compresi e goduti anche senza conoscere i precedenti. I protagonisti sono in buona parte musicisti; e il film – fluviale come un grandioso romanzo sul tipo della Recherche di Proust, o dei Buddenbrook di Thomas Mann – è concepito secondo una logica musicale. Come in una sinfonia, sono contrapposti ed entrano in conflitto fra loro, due grandi temi: da una parte, il desiderio di felicità, di armonia, di amore, che appartiene a noi tutti; dall’altra, la malattia interiore, l’autodistruttività, la crisi, che, in qualche misura, appartengono purtroppo a noi tutti anche loro. In Heimat 2 ci veniva presentata una schiera di giovani studenti del Conservatorio di Monaco (negli anni Sessanta), creativi e pieni di entusiasmo all’idea di rinnovare il linguaggio dell’arte. Ma a contraddire tanta vitalità, c’era, fra altri episodi, la storia d’amore irrisolta fra lo studente di composizione Hermann e la studentessa di violoncello Clarissa: appassionatamente innamorati l’uno dell’altra, eppure condannati a sfuggirsi di continuo, forse proprio per paura dell’intensità del loro sentimento. Nel primo episodio di Heimat 3, uscito da poco nei cinema (seguiranno gli altri cinque, uno ogni due settimane), ormai cinquantenni e artisti affermati, Hermann e Clarissa si rincontrano, e decidono una buona volta di non fuggirsi più. Comprano una vecchia casa, in cima a una splendida montagna, e la eleggono a loro “nido d’amore”. E’ il 1989, l’anno del crollo del muro di Berlino, e per i destini della Germania, come per i destini privati dei due personaggi, tutto sembra filare per il meglio. Eppure…quella vecchia casa, da ristrutturare, ha un’impalcatura forse fragile; i due amanti sono troppo presi dalle loro rispettive professioni, che li trascinano in giro per il mondo, perché possiamo immaginare che convivano stabilmente; l’opulenza della Germania ovest agli occhi di due artigiani della Germania est manifesta anche paradossi e insidie…. Scommetterei insomma che i prossimi episodi di Heimat 3 contraddiranno in parte questa promessa di felicità. Forse perché l’esistenza non ammette un equilibrio statico, e un’Heimat (=patria), pacifica e definitiva, è, in vita, impossibile. * Redattore della rivista Cinemasessanta, collaboratore del Dizionario critico dei film della Treccani


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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