Volontà senza centro

Di Gianni Buganza

Alcuni mesi orsono Luigi Berlinguer, nella sua alta autorità di uomo di cultura e di uomo di diritto, introduceva a Venezia un importante corso di Storia delle Istituzioni presso la locale Università degli Studi. A precisa domanda a proposito delle “guarentigie” dell’individuo innanzi a certi “eccessi” della sovranità, rispondeva che si, in Italia, in Europa, in Occidente, il sistema giuridico aveva da sempre pensato, organizzato, attuato dei sistemi di “pesi e contrappesi” a favore delle libertà individuali, e che ciò faceva parte integrante della sua tradizione migliore e della sua realtà attuale. Ma ugualmente da sempre, il detentore della sovranità e la sovranità stessa, nella sua dimensione concreta, storica, quotidiana direi, era ed è attraversata da un fiume carsico, quasi un lieve e costante terremoto sotterraneo, per usare le sue parole, una tentazione legata ai fatti, agli uomini, alle politiche, questo pericolo e si chiamava e si chiama “autoritarismo”. Da quello del pater familias, come diceva Berlinguer, a quello del questore di turno, per capirci – aggiungo invece io. Questo interessante libro di Irti, pensato in dialogo con le tesi di Emanuele Severino, si immerge nella contemporaneità del pensare e dell’amministrare diritto, cercando con forza le radici del suo “ridursi” a mera forza, “consegnato” come è “per intero alla volontà degli uomini”. Non so se questo libro, così stimolante, piacerebbe a Luigi Berlinguer. Forse lo troverebbe eccessivamente filosofico e letterario. Non di meno è un libro che ha il merito di mettere a nudo le radici, con sincerità intellettuale, di quelle interpretazioni che sono parte non certo secondaria di quel “costante terremoto sotterraneo” di cui parlava, con altezza di contenuti e di temi, Luigi Berlinguer in quella magistrale lezione veneziana di cultura e di esperienza giuridica. “Parole” scrive Irti “che ieri apparivano solide e sicure (da Stato a sovranità, da ordine a territorio) e che gli uni e gli altri usavano in tranquilla quotidianità, si son fatte incerte, inquiete, dubbiose.” La legge è ormai priva di giustificazione; e tale “absence de justification” “la consegna per intero alla forza impositrice”. La tragica chiarezza di Irti ci lascia ossigenati quando, tra Pascal, Camus e Givone, ci insegna che “il fondamento di forza riceve la prova più sicura dalla logica dei regimi democratici”: non potendo trovare il giusto si è trovato la forza, giacché, per dirla con Camus “in mancanza di un volere superiore” ci si è diretti “nel senso dell’efficacia immediata”. “Nulla essendo vero o falso, buono o cattivo”. Legittimo o non legittimo. I giuristi borghesi del Settecento “hanno preparato i due nichilismi contemporanei: quello dell’individuo e quello dello Stato”. Con la regalità definitivamente slegata dal mistero. Con la secolarizzazione al potere, con la produzione assunta a categoria centrale. Produrre: “la parola più audace e crudele”; le norme del diritto ridotte “al pari di un qualsiasi bene di mercato”, vengono dal nulla e colà possono essere ricacciate senza problemi: “nessun privilegio di immutabilità e di inviolabilità”. Ed esce la parola “destino” associata a quella di “diritto”. Ma quale razionalità dei codici, quale sovranità degli stati, quale spirito del popolo, vecchie balle dei giuristi. “Ora non restano che incessante produzione e consumo di norme”. E non c’è più un “dove” questa macchina produttrice si diriga, “basta che essa funzioni, e soddisfi il fabbisogno delle più imprevedibili casualità”. Scriveva in Umano, troppo umano un vecchio maestro: “non abbiamo più un senso tradizionale del diritto, perciò dobbiamo accontentarci di diritti arbitrari, che sono espressione della necessità che esista un diritto”. “Morto Dio” – scriveva Camus ne L’homme révolté “non rimane altro che la storia e la potenza”. E la stessa storia del diritto “non è un andare verso, ma un più onesto e nudo andare”. Rimane dunque allo scoperto, a nostro vedere, in questo spazio desolatamente privo di riferimenti, il problema della violenza (su cui mi sono già soffermato altrove riflettendo su un libro di Agamben e uno di Derrida, ambedue in dialogo con Walter Benjamin). Della violenza di questa “volontà senza centro”. Giacché finché è teoria è un conto, è discussione alta tra filosofi, tra giuristi, tra storici e politologi, ma quando la si subisce o la si vede, è un altro. Pur nel fuoco d’artificio illusionistico del denial degli apparati e degli stati – e rimando sempre a quello splendido volume di Stanley Cohen per l’editore Carocci. È proprio dunque il problema della violenza, in questo mondo-impresa, in questo territorio dell’impero della tecnica, a meno che non ne sia uno dei destini, ciò su cui voglio interrogare Natalino Irti e Luigi Berlinguer. Tra filosofia e contemporaneità, tra pratiche e storia, tra manganellate rigorosamente democratiche e sproloqui interessati sul concetto di necessità, tra omertà e connivenza e silenzi e l’ennesimo inutile fondo del Corriere della Sera o del Manifesto. Tra Guantanamo, Bolzaneto, e tre barboni extracomunitari pestati dai signori con la divisa delle Istituzioni Democratiche (e sempre per “errore”). Tra campagne elettorali che invocano violenza chiamandola sicurezza (speculando sulle paure della gente) e politici e giornalisti che ci costruiscono sopra una carriera, di uno squallore infinito.


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