DARFUR: Tra “diavoli a cavallo” e real politik delle Nazioni Unite

Dal blog di Zocalo

SCENARIO Continente Africano, Sudan, regione del DARFUR, la cui estensione territoriale è paragonabile a quella della nazione francese, confinante con Ciad, Libia e Repubblica Centro-africana. Territori caratterizzati da forti siccità ed avanzata desertificazione (in particolare nella parte più settentrionale) che, sin dagli anni ’70, hanno comportato scontri e dissidi tra i gruppi etnici che popolano quella regione, divisi fra etnie nomadi e stanzianti, fra gruppi di discendenza araba e popolazioni africane che non parlano arabo (Fur, Masaalit e Zaghawa, ad esempio). Per molto tempo, i leader tribali di queste popolazioni riuscirono a ricomporre gli scontri e i dissidi tra queste fazioni, che erano comunque contrassegnati da livelli molto bassi di violenza e, soprattutto, da una maggior grado di sporadicità. La situazione cambia radicalmente sul finire degli anni ’80, quando il presente scenario viene influenzato, geopoliticamente, da una situazione più ampia che coinvolgeva tutta la nazione Sudanese: la guerra civile tra la parte centro-settentrionale, guidata dal regime islamico della capitale Khartoum, e la parte meridionale, quella più ricca di risorse naturali (gomma arabica, minerali, acqua, terreni fertili e petrolio), abitata da popolazioni tribali, di fede cristiano-animista, difese dal gruppo ribelle conosciuto come SPLM/A (Sudan People’s Liberation Movement Army). Difatti, proprio per indebolire quest’ultimo internamente, cercando di togliergli il supporto che godeva presso molti gruppi etnici del sud Sudan, il governo di Khartoum cominciò a manipolare la struttura etnica nell’area considerata, causando lo scoppio di una lunga serie di scontri etnici tra le parti. Per il regime, era considerato estremamente positivo modificare l’assetto etnico della regione a proprio vantaggio. Tutto questo ha portato ad una lunga serie di scontri tribali basati sulla solidarietà etnica, che si sono poi diffusi in tutto il paese, e quindi anche nell’immensa regione del Darfur. Le politiche e le trame del governo arabo-islamico di Khartoum hanno fatto sì che i vecchi leader delle comunità tribali arabe ed africane perdessero la capacità di garantire pace e riconciliazioni fra le parti, sconvolte da scontri sempre più violenti, subendo una delegittimazione del loro potere e della loro influenza. Al comando delle fazioni di discendenza araba sono saliti capi-fazione corrotti e senza scrupoli, che sfruttano le paure collettive delle loro etnie per il raggiungimento di scopi personali. Per difendersi dagli attacchi degli arabi, le etnie africane si sono invece progressivamente riunite in nuovi gruppi ribelli, sorti per difendersi dagli attacchi delle milizie arabe segretamente foraggiate, e stimolate, proprio dal governo di Khartoum. E così, mentre quest’ultimo sigla, proprio nei primi giorni di Gennaio 2005, spinto anche dalle pressioni diplomatiche internazionali delle maggiori potenze mondiali (interessate ad una stabilizzazione politica della regione, in quanto stimano che entro dieci anni il Sudan diventerà uno dei maggiori produttori di petrolio), la pace con i ribelli della regione meridionale, ponendo fine ad una guerra civile ventennale, la mattanza del Darfur continua senza sosta, vera e propria conseguenza di quell’odio etnico scatenato dal governo di Khartoum. "I DIAVOLI A CAVALLO" Sono i cosiddetti Janjaweed, le milizie arabe che imperversano, a cavallo o sui dromedari, nella regione del Darfur, attaccando le popolazioni africane, armati di kalashnikov e machete. Fomentati dall’odio etnico più radicale, foraggiati ed incoraggiati dal governo centrale di Khartoum, stanno attuando (dal Febbraio 2003) una delle più drammatiche forme di pulizia etnica della storia contemporanea. Uccidono, rapiscono, mutilano. Compiono ogni sorta di vessazione ed umiliazione nei confronti delle loro vittime. Il copione è sempre lo stesso, da due anni a questa parte: Prima arrivano gli elicotteri governativi, che falcidiano i malcapitati con raffiche di mitra. Poi è il turno degli Antonov dell’aviazione, che bombardano a tappeto e “preparano” il terreno. Infine, è il turno dei Janjaweed: I “Diavoli a cavallo”, che a volte si servono pure di camion, si accaniscono contro i civili dei vari gruppi etnici di discendenza non araba, in fuga. Incendiano capanne, squartano neonati, effettuano stupri di gruppo nei confronti delle donne e dei bambini, rubano raccolti e bestiame. I due principali gruppi ribelli che li combattono, lo JEM (Justice and Equality Movement) e lo SLA (Sudan Liberation Army), affermano che è tutto conseguenza di un piano del governo centrale per arabizzare tutto il Sudan. Bahar Bassigei, portavoce dello SLA a N’Djamena (Ciad), afferma: “Questa non è una guerra di religione. In Darfur siamo tutti musulmani. Gli arabi del nord hanno semplicemente deciso, appoggiati dal governo, di sterminare tutti noi neri africani”. Padre Gianfranco Jacuzzi, gesuita del Jesuit Refugee Service, rimasto nove mesi in Ciad, ha vissuto anche l’esperienza e gli orrori quotidiani dei campi profughi di Farchana, Touloum e Iriba : “Io e il nostro piccolo gruppo ci occupiamo specialmente dei cosiddetti vulnerabili, coloro cioè che, per quanto possibile, vivono un dramma ancora peggiore, come gli handicappati fisici e psichici. Cerchiamo di dar loro conforto, aiutandoli a vivere una vita meno dura e sofferta. Per questi sventurati, è impossibile anche raggiungere i punti di distribuzione del cibo. A volte si impedisce loro persino di ottenere ciò a cui hanno diritto. Eppure, nonostante le enormi sofferenze e le grandi difficoltà che condividiamo con queste persone, restare accanto a loro mi rende felice, perché posso vivere pienamente i valori in cui credo, e la mia fede si rafforza ogni giorno”.


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