The million dollar baby

THE MILLION DOLLAR BABY di Clint Eastwood Di Gianfranco Cercone

* Come in certe pietre, capita che in uno stesso film coesistano minerali preziosi e minerali più vili. Come distinguerli? Un criterio è forse questo. I momenti davvero belli di un film sono quelli meno facilmente riducibili a un’interpretazione semplice e univoca; sono quelli che riescono ad afferrare la complessità e l’inevitabile ambiguità della vita. L’ultimo film di Clint Eastwood è indubbiamente e per tante ragioni molto ben fatto, e non sorprende che si sia aggiudicato numerosi Oscar (che premiano di solito un cinema medio di buona qualità). Però, se consideriamo la costruzione del personaggio principale, l’allenatore di box interpretato dallo stesso Eastwood, quel che cogliamo subito è appunto….la costruzione. Perché l’uomo, nonostante sia un allenatore di notevole esperienza e talento, è povero e amareggiato? C’è una risposta pronta: poiché uno dei suoi pugili durante un combattimento ha perso un occhio, egli non ha più il coraggio di impegnare gli atleti di maggior talento che allena, nella sfida per il titolo mondiale. E questi, esasperati dall’attesa, lo mollano e passano alla concorrenza. E’ un complesso psicologico dei tanti cui ci ha abituato la facile psicologia o la facile psicanalisi di certa Hollywood; quella psicologia per cui ogni comportamento si spiega sempre con una sola ragione, e quella ragione la si può definire con poche parole. Eastwood attore dona al personaggio un’aura dolorosa e solitaria, che però non riesce a nascondere la facilità dello schema. Guardiamo adesso l’altro grande personaggio del film, la donna pugile. Conosciamo anche le sue ragioni: di famiglia povera, sente di possedere un grande talento sportivo, punta tutto sull’allenamento, e, grazie alla sua tenacia, riesce sfondare. Tutto lì sembra. Eppure: è un personaggio buono o cattivo? Non è facile dirlo. Ammiriamo la sua testardaggine, tifiamo per lei. Ma la sua volontà di riuscire è a momenti crudele, anche feroce. Sul ring, per stroncare la campionessa in carica, non esita a tempestarla di cazzotti alla sciatica. E la stessa ferocia impiega verso se stessa, quando, rimasta mutilata, per cercare di uccidersi, si morde la lingua per soffocarsi con un’emorragia. Si intuisce in lei una cieca forza istintiva, che la spinge prima a esprimersi e poi a distruggersi. Per questa splendida ambiguità, la palma della riuscita artistica va a mio parere al suo personaggio. * redattore della rivista Cinemasessanta, collaboratore del Dizionario critico dei film della Treccani


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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