La sinistra denuncia il declino dopo averlo causato

Di Benedetto Della Vedova (dal Corriere Economia)

C’è da stare sicuri che nella lunghissima campagna elettorale che ci accompagnerà fino alle elezioni politiche lo spettro del declino verrà con forza evocato dagli uni ed esorcizzato dagli altri. La sinistra “declinista” non perderà occasione, in particolare, per imputare al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi la responsabilità della sofferenza dell’economia italiana, che appare incapace di uno scatto di reni che la possa proiettare a nuovi livelli di eccellenza in termini di produttività, competitività e crescita. Dalla attuale maggioranza non mancheranno accuse di disfattismo e spirito antinazionale nei confronti dell’opposizione. Nel volume “Il declino economico dell’Italia. Cause e rimedi”, la tesi prevalente è che le sofferenze attuali della nostra economia abbiano radici lontane. Il che suggerirebbe di derubricare le responsabilità del Governo Berlusconi da “causa” del declino a “mancato rimedio”. Riccardo Faini sottolinea come le cause del rallentamento economico italiano vadano rintracciate nei decenni precedenti agli anni novanta; Vincenzo Visco – tra i curatori del volume – indica la fase attuale come l’approdo di una crisi iniziata nel corso degli anni settanta; Marcello De Cecco, che individua nella crisi della grande impresa italiana una delle ragioni del declino, ripropone un brano di un suo scritto nel 1980 in cui, a proposito della smobilitazione delle grandi imprese, si legge “si sarà allora disceso un ulteriore gradino nel degrado dell’economia italiana cominciato nel 1964, ma le cui premesse si possono collocare nell’immediato dopoguerra”. L’ingresso nell’Euro ha tolto ogni illusione sulla possibilità di tenuta del vecchio modello di sviluppo: quella a cui assistiamo oggi è una specie di crisi di astinenza dalla droga dei bilanci in deficit e delle svalutazioni competitive. Il rischio del declino italiano è oggi, più che mai, però, anche un capitolo del rischio del declino europeo. I mali italiani sono in buona misura un’accentuazione dei mali europei: carichi fiscali eccessivi, welfare ingiustificabilmente e insostenibilmente generosi, mercati del lavoro ancora pieni di rigidità e ossificazioni, mercati dei prodotti e dei servizi che ancora garantiscono rendite al riparo dalla concorrenza. Occorrerebbe dunque una rivoluzione riformatrice che attraversi l’Europa e la scuota dal torpore e dall’assuefazione. Chissà che l’allargamento ad est dell’Unione non finisca proprio per costituire il detonatore di questo processo: avendo dato pieno accesso al mercato unico europeo a paesi capaci di aggredire i mercati con piglio “cinese”, i paesi della vecchia europa si ritroveranno da una parte a dover reagire ad ulteriori pressioni competitive, dall’altra a fare i conti con una classe politica più pragmaticamente disponibile all’innovazione. Una cosa resta da chiedersi: se il centro-destra non ha saputo fin qui mantenere – al di là della congiuntura internazionale – la promessa di una vera rivoluzione liberale che ponesse le basi per un nuovo “miracolo italiano”, la cultura politico-economica della sinistra che in Italia agita lo spettro del declino appartiene più all’ordine dei rimedi o a quello delle cause? Il riflesso interventista sulla Fiat o la mozione parlamentare sottoscritta da 70 senatori della sinistra che chiede al Governo di intervenire su Telecom (un’azienda privata) affinché blocchi la cessione di Finsiel, solo per citare due episodi degli ultimi giorni, sono sintomatici di un atteggiamento conservatore, non riformatore. Finita la stagione della tossicodipendenza e superata la crisi di astinenza, l’economia italiana troverà una sua nuova collocazione in Europa prima e nel mondo poi, solo se saprà riformarsi con forza e rapidità. E se la sua classe politica saprà affrontare i costi delle riforme convincendo l’opinione pubblica che i dividendi potranno essere copiosi. www.benedettodellavedova.com


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