Nuove (vecchie) sciocchezze sul referendum

Di Manlio Mele

Il referendum, si sa, piace poco, a destra come a sinistra: la solita vecchia storia che il referendum «spaccherebbe il Paese» ce la siamo puntualmente sentita ripetere niente di meno che da Romano Prodi non appena fu chiaro che le 500.000 firme erano ormai state raccolte. Sul «Corriere della Sera» di venerdì scorso, 11 febbraio, ecco spuntare una nuova dichiarazione di Giuliano Amato, intervistato dal giornalista Aldo Cazzullo, fatta apposta per complicare ciò che complicato non è per nulla, con il risultato di far capire agli Italiani il meno possibile se non addirittura niente. Intanto, alla domanda «Come voterà al referendum?» Amato risponde senza rispondere: «Questa è la cosa che conta di meno». Forse, a quel milione di italiani che ha firmato le richieste referendarie importa eccome sapere che cosa voterà l’onorevole Giuliano Amato; forse, importa alle coppie che non possono avere figli e che sono costrette a ripiegare sul “turismo procreativo” a causa degli ottusi divieti introdotti da questa legge; forse, importa ai numerosi malati che vedono preposta alla loro speranza di guarigione la conservazione di embrioni destinati ad ammuffire inutilmente nei frigoriferi di qualche laboratorio. Ma che cosa sarebbe allora importante secondo l’onorevole Amato? Trovare una soluzione che non scontenti nessuno, perché il referendum genererebbe non un solo rischio, ma addirittura due: in caso di vittoria del No tutto resterebbe immutato (che scoperta!), in caso di vittoria del Sì i vincitori potrebbero attestarsi su una «lettura rigida del responso referendario; per cui si cancelleranno norme senza creare le premesse per norme migliori, e cadremo in una situazione di pericolosa non regolazione». Insomma, la legge 40 è sbagliata, ma dobbiamo sistemarla noi politici, con una bella leggina che piaccia anche al Vaticano, perché altrimenti il referendum ci farebbe precipitare nel far west. Di fronte a queste dichiarazioni, è necessario ricordare che non è affatto vero che tutto fosse possibile prima della legge 40, perché dal 1999 l’articolo 42 del Codice deontologico della Federazione nazionale dell’ordine dei medici punisce con l’allontanamento dalla professione i medici che abbiano praticato inseminazione su single o post mortem, oltre che sulle cosiddette “madri-nonne”. Il medesimo articolo stabilisce, inoltre, che «È proscritta ogni pratica di fecondazione assistita ispirata a pregiudizi razziali; non è consentita alcuna selezione dei gameti ed è bandito ogni sfruttamento commerciale, pubblicitario, industriale di gameti, embrioni e tessuti embrionali o fetali, nonché la produzione di embrioni ai soli fini di ricerca». Per quanto riguarda il futuro, se dovessero vincere i sì nessuno negherà l’opportunità di normare la materia della fecondazione assistita con una legge dello Stato, ciò che è importante è che questa legge non stravolga, come è accaduto per il finanziamento pubblico ai partiti, ad esempio, l’esito del referendum. Se gli Italiani vorranno libertà di ricerca scientifica sugli embrioni, si legiferi pure in merito, ma senza impedire quella libertà, se gli Italiani diranno sì all’eterologa, si normi questo aspetto, ma senza impedirlo più o meno capziosamente. Del resto, una legge già bella è pronta si può leggere sul numero di «Diritto e libertà» di gennaio-aprile 2003: si tratta di una proposta di legge popolare che scongiura il temuto far-west – che in realtà dal 1999 non c’è mai stato in Italia, lo ripeto, – e nel contempo evita pericolose e illiberali ingerenze dello Stato nella sfera privata dei cittadini. Queste sottili, solo in apparenza, disquisizioni di Amato sembrano mirare ad un solo obiettivo: far mancare il quorum a mettere ancora una volta il bavaglio alla voce popolare democraticamente espressa tramite il referendum. Fallito il tentativo di scongiurare l’eventualità, disastrosa per Amato e compagni, del referendum ecco sorgere tutta una serie di timori e distinguo, di tentativi di mediazione su ciò che non può essere oggetto di trattativa: le libertà individuali e la libertà di ricerca scientifica. Il problema vero è che il Paese è in maggioranza contrario alla legge 40: se ben informato, si precipiterà a votare per abrogarne le parti peggiori, visto che la Consulta gli ha impedito di abrogarla in toto. Questo lo sanno bene tutti, anche i vescovi che tentano, per bocca del cardinale Camillo Ruini, disperatamente la carta dell’astensionismo. Non si può cedere su temi come questi, magari con una leggina soltanto un po’ meno peggiore dell’attuale, ma che non risolve proprio un bel niente. Ci vuole il coraggio di rivolgersi ai cittadini e cercare il loro consenso francamente, senza mendicare accordi con le gerarchie vaticane, sempre più lontane dalla realtà del paese, sempre più arroccate su posizioni anacronistiche ed inaccettabili anche all’interno della Chiesa stessa. La sinistra del quieto vivere questo non vuole farlo e preferisce agitare falsi pretesti per far fallire i referendum e tradire così la propria base.


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