Letta stavolta ha ragione: la moratoria è vergognosa

Di Benedetto Della Vedova (Corriere Economia, pag. 7)

C’è un profilo del recente allargamento ad Est dell’Unione Europea che è stato poco sottolineato e che viene ripreso da Enrico Letta nel suo saggio «L’Europa a venticinque»: quello delle restrizioni alla libera circolazione dei nuovi lavoratori comunitari nei Paesi della «vecchia» Europa. I trattati di adesione, infatti, hanno stabilito che la totale libertà di movimento dei lavoratori dei nuovi Stati membri dovrà realizzarsi solo sette anni dopo l’ingresso. La libera circolazione delle persone è una delle libertà fondamentali garantite dalla legislazione comunitaria e presuppone il diritto di vivere e lavorare in un altro Stato membro. Eppure i governi dei Quindici hanno preteso di riservarsi la possibilità di usufruire di una moratoria che potrà durare fino al 2011. L’unica eccezione riguarda i lavoratori provenienti da Cipro e Malta, Paesi troppo piccoli per preoccupare. Dal punto di vista politico si tratta di una decisione ingiustificabile, per molti aspetti vergognosa; una sorta di patto leonino imposto ai nuovi cittadini comunitari che ambivano all’ingresso nell’Unione. A fronte della retorica sulla «riunificazione» dell’Europa e sul ricongiungimento con i «fratelli» sfuggiti al giogo comunista, la paura di (improbabili) invasioni bibliche di lavoratori polacchi, cechi o ungheresi ha prevalso sul buonsenso e sul dovere di riconoscere ai nuovi arrivati la pienezza della nuova cittadinanza comunitaria. Senza sottovalutare la sensibilità del tema immigrazione, la fattispecie del lavoratore neocomunitario clandestino, seppur transitoria, non fa onore all’Unione Europea. Sotto il profilo economico, i potenziali immigrati neocomunitari non andavano visti o additati come un «pericolo» ma, casomai, valorizzati come risorsa, portatori di una spinta di dinamismo e di flessibilità nell’economia europea sclerotizzata e sofferente. Nel 2030, a causa dell’invecchiamento della popolazione, saranno necessari in Europa venti milioni di lavoratori stranieri: è stato il commissario europeo per l’Occupazione, il ceco Vladimir Spidla, a dare la cifra, sottolineando che «certo l’immigrazione non offrirà la soluzione, ma sarà sempre più necessaria per il mercato del lavoro e per la prosperità dell’Ue». «In generale – ha proseguito il commissario – gli immigrati occupano dei posti di lavoro che gli europei ormai rifiutano oppure colmano carenze particolari. Oggi in Europa domanda e offerta di lavoro non coincidono. D’altra parte gli immigrati sono più flessibili il che è necessario per l’economia europea». Il 2030 è domani, è il presente dei giovani europei. Occorre perciò che i Paesi dell’Unione adottino una strategia in grado di sottrarre la discussione sull’immigrazione (neo ed extra comunitaria) dal piano della sicurezza interna per portarlo su quello delle strategie per assicurare la crescita. Il timore che gli immigrati finiscano per appesantire il welfare è fondato, ma da questo si dovrebbe arrivare al più presto al ridisegno del welfare stesso nel segno della responsabilità e dell’efficienza che valga per tutti. I Paesi che hanno deciso di non ricorrere alla moratoria (Gran Bretagna, Svezia e Irlanda) hanno introdotto, in forma diversa, restrizioni proprio all’accesso al welfare per i nuovi arrivati dai Paesi dell’allargamento. Non è detto che la soluzione individuata sia quella ottimale, ma sicuramente rappresenta un punto di mediazione più alto di quello di tutti gli altri Paesi. La moratoria prevede più passaggi: due anni iniziali, cui se ne potranno aggiungere altri tre ed infine ulteriori due. Auguriamoci che i grandi Paesi europei rinuncino già l’anno prossimo a qualsiasi prolungamento.


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