In difesa del preservativo

di Fabrizio Amadori

…Vorrei riprendere un attimo però l’idea suddetta che poiché il piacere nell’atto sessuale tramite il fallo non è disgiunto in natura dal processo riproduttivo allora non è giusto che l’uomo li separi. Ma perché ciò che avviene per natura dovrebbe valere come legge? Si tratta, non dimentichiamolo, di quella stessa natura che per millenni ha fatto nascere un gran numero di bambini allo scopo di ucciderne la maggior parte, in nome della selezione naturale. La Chiesa stessa sostiene di essere contenta che in tal caso la natura sia stata soppiantata dalla scienza. I preti, in realtà, credono di sapere in anticipo quale valore dare alla riproduzione, ossia un valore enorme, anche se potrebbe sembrare il contrario per via del «permesso» alla contraccezione naturale. In verità essa sembra una concessione concepita come extrema ratio, una concessione fatta perché si tratta di una via più difficile da seguire, una concessione chiamata con troppa leggerezza naturale, per via del principio che in tale campo bisogna far valere la natura come legge. Essa serve insomma a sostenere la tesi che alla Chiesa sta più a cuore, ossia quella per cui non bisogna usare il preservativo, perché il preservativo separa ciò che la natura ha unito, e la natura ha dignità di legislatore. Se però si analizza bene la contraccezione naturale, è dubbio se tale definizione, naturale, sia corretta al cento per cento, in quanto si tratta di un fenomeno che è nato con l’uomo, sì, ma di cui l’uomo ha scoperto l’esistenza solo dopo molto tempo, e di conseguenza un fenomeno che solo dopo molto tempo ha iniziato a sfruttare. Seguendo lo stesso ragionamento di prima forse egli non dovrebbe servirsi di un meccanismo di cui non aveva conoscenza per istinto, ma a cui è arrivato con l’osservazione e la riflessione. E’ vero che osservazione e riflessione costituiscono capacità che l’uomo possiede per natura, ma allora è difficile comprendere cosa significa che bisogna seguire la natura, se essa stessa ci fornisce gli strumenti per aggirare gli ostacoli che ha collocato lungo la strada. Per scoprire la contraccezione naturale l’uomo ha usato le stesse facoltà usate per creare in seguito la contraccezione artificiale. Certo, nel caso della contraccezione artificiale egli si è avvalso appunto di un oggetto artificiale, ma non capisco perché ciò debba fare la differenza, dato che in altri campi non la fa. Altrimenti sarebbe come dire che è ragionevole che l’uomo abiti riparato, ma non è giusto che usi le case, trattandosi di manufatti. Secondo la Chiesa è accettabile servirsi della contraccezione, ma solo perché esiste in natura. Se non esistesse credo che per essa non sarebbe comunque ammissibile sfruttare quella artificiale, ma, a parte questo, appunto perché esiste è bene utilizzare solo quella; ciò, però, equivale a sostenere che poiché esistono dei ripari naturali non è lecito costruire dei palazzi, che pure riparano meglio. Il preservativo protegge appunto meglio dal «pericolo» della gravidanza, ed è considerato per tale scopo un progresso rispetto alla contraccezione naturale, come i palazzi sono considerati un progresso rispetto alle grotte: ma la Chiesa si rifiuta di ammettere che in un campo simile si possano fare dei progressi. Infatti, mentre il palazzo, poniamo, aumenta il benessere delle persone, il preservativo no. Il che, a rigore, non è assolutamente vero, in quanto esso garantisce il godimento sessuale eliminando gli effetti collaterali, ossia le malattie o una gravidanza indesiderata: ma il piacere sessuale non è certo il genere di benessere a cui la Chiesa presti particolare attenzione… Se la Chiesa la smettesse di considerare la nascita di una persona un bene in sé a prescindere dalla situazione contingente, riuscirebbe ad analizzare il problema in maniera più serena e obiettiva, come non può fare se continua a reputare la vita un diritto anche per chi di tale diritto farebbe volentieri a meno. L’uso del preservativo garantisce il piacere all’individuo, ma non il diritto alla vita (diritto che, a rigore, non nega neppure poiché non rende sterile la persona che lo usa), diritto che però non coincide affatto con il benessere. I bambini nati nel Terzo Mondo si sono visti riconosciuti tale diritto, ma non il benessere, perché soffrono la fame e la sete, e spesso muoiono ancora piccoli. Strano diritto alla vita, questo. Se essa non garantisce affatto il minimo necessario al nascituro, ed anzi promette tutto il contrario, che razza di diritto è? Si può obiettare che non è colpa della Chiesa se loro nascono per vivere di stenti: in realtà essa è almeno in parte responsabile, non degli stenti, certo, ma della nascita sì. Il punto è che la Chiesa non giudica il proprio operato, quello volto a permettere al maggior numero di bambini di venire al mondo, col metro convenzionale del benessere sulla terra, ma con un metro completamente diverso. Tutti sanno che per i preti nascere significa vivere in eterno, ed ogni persona (=anima), una volta nata ha in sé la possibilità di salvarsi. Se poi questo comporta atroci sofferenze sulla terra, pazienza: ciò che interessa alla Chiesa è soprattutto l’anima, non il corpo, e il destino dell’anima prescinde dalle condizioni materiali dell’individuo sulla terra. Seguendo tale ragionamento la Chiesa non ha tutti i torti ad opporsi all’uso del preservativo, che non garantisce affatto, ed anzi ostacola, il diritto alla vita al maggior numero di persone, perché è uno strumento troppo efficace per il controllo delle nascite. Non ha tutti i torti a pensare di operare bene, in quanto la nascita rappresenta una condizione fondamentale per la salvezza dell’anima (che del resto, però, se non nascesse non rischierebbe neppure l’Inferno – come dice Russell -, che invece rischia nel caso opposto. E che dire poi, tra parentesi, delle persone mai nate? Non è questo un controsenso, «persone mai nate», come quello di preoccuparsi dell’anima di individui che non esistono? Cosa importa ad essi di non andare in Paradiso? A meno che non si voglia accordare loro un certo genere di esistenza, ma temo che tale concessione crei più problemi di quelli che intende risolvere). A questo punto, però, è lecito chiedersi se la Chiesa abbia ragione a sostenere l’esistenza dell’anima, ossia di quella cosa capace di rendere meno irragionevoli simili posizioni. E rispetto a tale problema la natura, temo, non ci può aiutare, proprio su un punto, cioè, su cui il suo giudizio avrebbe finalmente un valore fondamentale.


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