Riflessione su Euroghost di Daniele Capezzone

di Fabrizio Amadori

Chi può replicare, dopo lo splendido saggio di Robert Conquest Il secolo delle idee assassine, alle critiche di Capezzone sull’Unione europea? Chi crede, infatti, che questa Europa non sia da rifare pena l’impoverimento e la crisi? Una crisi tale da far nascere il sospetto che i pericoli questa Europa li crei, più che risolverli? Io, francamente, credo nessuno. Questo però è il punto, criticare l’Europa è come sparare sulla Croce rossa, e meglio sarebbe cogliere quanto di buono essa fa e rappresenta. Questa benedetta guerra irachena è stata impostata male. Capezzone lo sa bene, ma poi fa una riflessione accademica (sulle responsabilità franco-russo-tedesche) che di radicale non ha niente. Eppure, in altre parti del libro, ci sono alcune proposte interessanti e per niente astratte. Perché non seguire una filosofia radicale in ogni circostanza? Ad esempio, sulla questione della guerra. Non solo irachena, ma qualsiasi guerra, a cui si oppongono i pacifisti di tutto il mondo, a torto o a ragione. Contro ogni guerra, ad esempio, si è scagliato il celebre documentario Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, facendo vedere la frode ai danni di giovani disoccupati, convinti con l’inganno ad arruolarsi. Non bisognava aspettare la guerra irachena per assistere a tanta cinica determinazione da parte degli arruolatori e, piaccia o no a Capezzone, questo succede nello stato più avanzato, gli Stati Uniti d’America. La guerra, che ha bisogno di molti giovani senza lavoro e facili da plagiare, è facile da dichiarare quando la si fa combattere solo ad una parte definita della popolazione (l’“armiamoci e partite”, purtroppo, non è terminato di certo con la fine di una dittatura). Ma l’idea di coinvolgere tutta la popolazione non piace innanzitutto ai governi. Per la maggior parte degli elettori, quelli sopra una certa età, la guerra deve rimanere una questione astratta e lontana: altrimenti le responsabilità del governo risulterebbero maggiori, soprattutto nel caso di un insuccesso. È davvero impossibile pensare ad un mondo in cui la partecipazione alla guerra, da parte di un governo, debba passare attraverso il voto? Non, o non tanto per stabilire se la guerra vada fatta: ma piuttosto (ed è un piuttosto che metterebbe fine a certe ingiustizie, oltre a zittire i cosiddetti pacifisti) per individuare coloro che sono favorevoli. Che poi sarebbero chiamati a caso e a turno a combatterla. Ma, mi chiedo, potendo colpire ovunque, i terroristi non hanno forse dato un nuovo senso alla globalizzazione, utilizzando una guerra che attraversa i confini, e che non colpisce soltanto i soldati mandati al macello sul campo, ma tutti quanti, come è giusto che sia in democrazia (la quale, ripeto, non può accettare la morte solo dei suoi membri più giovani)? In effetti legare il terrorismo alla globalizzazione può sembrare eccessivo, soprattutto perché, specie tra i benpensanti, la globalizzazione piace ed è considerata auspicabile, mentre il terrorismo no, ed anzi viene considerato una aberrazione. Soprattutto da chi vuol continuare a sostenere guerre senza correre alcun pericolo. Il pericolo ora c’è, la guerra non è più solo in TV, ma anche sotto casa. Non siamo ancora arrivati al punto in cui a partire per la guerra è chi la sostiene, e, qualora rimanga in patria, in attesa del suo turno, lo faccia indossando una particolare casacca di riconoscimento, ma non siamo neppure molto lontani da quel traguardo. Intanto, contrariamente a quanto si pensa, l’Iraq ha indebolito l’azione del terrorismo in giro per il mondo, richiamando frotte di terroristi in Mesopotamia. Chi come me non ama pensare alle ingiustizie della democrazia in tempo di guerra si arrabbia all’idea di quei soldati americani che, almeno in parte, fanno da esca. Capezzone crede che sia vile andarsene ora dall’Iraq? Se ne fa una questione morale, perché non decide di partire lui per l’Iraq?


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