Perché Chiamparino sbaglia ad opporsi allo stabilimento Fiat in Iran

di Benedetto Della Vedova (da Il Foglio)

Finalmente dalla Fiat in agonia arriva una buona notizia. Non si tratta delle schiarite sul “put”, l’opzione a vendere Fiat Auto alla General Motors, contestata dagli americani e per la quale sembra in vista una transazione che dovrebbe portare un po’ di denaro fresco nelle casse del Lingotto. E nemmeno delle prime foto della nuova Croma disegnata da Giugiaro (Fiat Auto è pur sempre una fabbrica di automobili e il vero rilancio vede come condizione necessaria la produzione di macchine che piacciano più di quelle dei concorrenti). No, la vera buona notizia è quella dell’accordo stipulato la settimana scorsa a Teheran tra l’amministratore delegato di Fiat Auto, Herbert Demel, e dal presidente della Pidf (Pars Industrial Development Foundation), Manouchehr Gharavi per la produzione e la vendita nel Paese di vetture della Casa di Torino. Dal secondo semestre del 2005, nello stabilimento dell’azienda iraniana saranno assemblati alcuni modelli come la "Multipla", a metano e benzina. La produzione annuale dovrebbe attestarsi sulle 250.000 unità. Dopo circa 50 anni, dunque, Fiat torna in Iran. Quali che siano state le strategie, è chiaro che si tratti di un successo messo a segno dall’azienda torinese, che ha battuto la concorrenza assicurandosi un progetto industriale quantitativamente rilevante in un mercato che – fosse anche solo per questioni demografiche – si mostra particolarmente promettente. Una Fiat che batte un colpo, dunque, che investe e si apre spazi in mercati strategici. Arriva questa – buona – notizia e i sindacati torinesi (Fiom e Cobas) subito proclamano uno sciopero e manifestano contro l’ipotesi che questo accordo possa diminuire i volumi produttivi di Mirafiori, dove si produce la Multipla. Il che è comprensibile: i sindacati italiani non hanno mai brillato per lungimiranza e la difesa dell’”uovo oggi” è la loro miope strategia. E comunque, per chi si trovi in mezzo, l’idea di perdere il lavoro a favore di un iraniano ovviamente non piace. Stupisce, invece, che alla protesta si siano accodati i politici. E non per sollevare obiezioni geopolitiche sull’opportunità di accordi economici con uno “stato canaglia”. No, il sindaco Chiamparino (pronto a “sdraiarsi sui binari” nel caso in cui Fiat vendesse a GM) ha detto che se l’accordo implicasse il trasferimento della produzione della Multipla in Iran la risposta “sarà netta”. Dietro il sindaco si schiera anche Mario Borghezio, europarlamentare della Lega Nord, in un’interrogazione al Parlamento Europeo dove si spiega che l’accordo “indebolisce la produzione automobilistica in Europa”. "Siamo arrivati al punto – ha detto Borghezio – che si produrranno più auto Fiat in Iran che in Piemonte". Perfino il Ministro leghista Maroni, inflessibile nell’ammonire che non ci saranno più aiuti pubblici alla Fiat, si è detto rammaricato che la Fiat abbia deciso di investire in Iran piuttosto che a Torino e ha precisato di condividere le preoccupazioni dei lavoratori. L’estate scorsa il Financial Times stigmatizzava la situazione della Fiat a proposito dello stabilimento di Termini Imerese che “perde e continuerà a perdere”: una “follia produttiva” spiegabile con logiche sociali e politiche che non giovano alla salvezza dell’azienda. Ovviamente Mirafiori non è Termini Imerese, ma il riflesso di interferenza politica con le decisioni dell’impresa è il medesimo. Chiamparino e i politici piemontesi dovrebbero avere un riflesso diverso: operare perché la capacità produttiva in eccesso del distretto piemontese dell’auto, con il corredo di know how e di manodopera d’eccelenza, venga messa a disposizione dei produttori asiatici – giapponesi e coreani – che hanno bisogno di teste di ponte produttive in Europa. Ma da questo punto di vista proprio le reazioni alle scelte produttive della Fiat suonano come deterrente per chiunque volesse considerare questa opportuità. Infine un post scrittum. Fiat Auto ha specificato che si tratta solo di “uno scambio di tecnologia: non stiamo stabilendo noi fabbriche in Iran. Non c’erano altre scelte, l’opportunità era quella, o nient’altro. Non potevamo dire no, le costruiamo noi in Italia per voi”. Ma, appunto, questo è solo un post scrittum.


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