UN BACIO APPASSIONATO di Ken Loach

Di Gianfranco Cercone

* I film più belli, di solito, raccontano storie o illustrano problemi? Può sembrare una falsa alternativa. Ogni storia contiene un desiderio contrastato (se ai personaggi tutto andasse liscio, non ci sarebbe niente da raccontare), e dunque almeno un problema da risolvere. Quando però per l’autore il problema conta più della storia ed egli, imbastisce il suo racconto, non per il piacere disinteressato di raccontare, ma per rendere edotto il suo pubblico dell’esistenza e dei termini di un problema sociale, il racconto finisce fatalmente per impoverirsi e schematizzarsi. In Un bacio appassionato, Ken Loach aveva in mente di denunciare i condizionamenti culturali e religiosi che pesano sui rapporti d’amore degli immigrati arabi anche nelle società laiche occidentali. Come procede, allora? Prende un giovane pakistano “medio” immigrato in Irlanda, che si innamora di una donna irlandese “media”. (L’aggettivo “medio” non ha in questo caso connotati peggiorativi: si tratti due giovani vitali, belli, e intelligenti, che, come tanti altri, avrebbero tutto per vivere un rapporto d’amore felice). Incontrano, però, alcuni ostacoli caratteristici (o come tali presentati) in questo genere di unioni: il matrimonio, combinato dalla famiglia, del pakistano con un’altra ragazza pakistana, l’ostracismo dei familiari per la ragazza irlandese; e, da parte occidentale, la reprimenda di un parroco e l’espulsione da una scuola cattolica della ragazza (insegnante), per aver intrapreso un rapporto di libera convivenza. Come non condividere la denuncia di Loach, e come non riconoscere come mali quelli che come mali lui addita? Resta, però, che l’andamento del racconto ha l’aria di un teorema; che si procede per enunciazione dei dati, enucleazione di un problema e sua risoluzione (i due giovani decidono comunque contro tutti di proseguire la loro storia d’amore); che personaggi e situazioni non valgono per se stessi, ma sono funzioni di un percorso dimostrativo. Così, se pure i due ragazzi sono simpatici e il loro ritratto non manca di finezza, se pure l’entourage familiare del ragazzo arabo è descritto con umorismo non grossolano, per quanto mi riguarda preferisco il Loach, o quei momenti del cinema di Loach, in cui l’autore si abbandona a descrivere certe realtà che gli sono congeniali (come l’ambiente operaio urbano), senza precipitarsi a comprimere il suo racconto nelle strettoie di una denuncia o di una tesi. * Redattore della rivista Cinemasessanta, collaboratore del Dizionario critico dei film della Treccani


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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