Alexander di Oliver Stone

Di Gianfranco Cercone

* Come è noto, nell’antico teatro greco, gli attori che recitavano le tragedie calzavano i coturni (degli zoccoli particolarmente alti) che stavano a significare che i personaggi da loro interpretati, possedevano una natura più elevata dei comuni spettatori. Per dirci a prima vista che un personaggio è un eroe, il cinema ha a disposizione tanti altri espedienti. Almeno uno però di solito lo trae ancora dalle vecchie tragedie: il linguaggio aulico, le battute declamate. Con una differenza però: che in quelle tragedie, almeno nelle migliori, l’elevatezza del tono non ci impedisce di leggere a fondo nelle emozioni intime degli eroi, e di sentirli così umani. Nel cinema cosiddetto “peplum”, invece, siamo perlopiù di fronte a personaggi monumentali, rigidi e senza una vera interiorità. Stone ha affrontato con serietà l’impresa di un film su Alessandro Magno. Ci dice che fin da piccolo il macedone Alessandro è stato imbevuto della cultura e delle leggende greche (e che ha considerato e praticato come un valore, il cosiddetto “amore greco”, omosessuale); che nutriva il nobile ideale di unificare politicamente il mondo orientale, sempre sotto il segno della cultura greca; ma anche che, per realizzarlo, ha messo in piedi guerre che erano spaventose carneficine; che era un generale eroico, ma anche, con il passare degli anni, un megalomane folle. Stone ha mancato però all’obiettivo principale di un buon narratore: quello di infondere vita e verità ai fatti e ai personaggi che racconta. Il suo Alexander dagli occhi neri e tristi, con un’incongrua capigliatura bionda appiccicatagli sulla testa; le sue battaglie roboanti; gli amplessi furibondi del protagonista con la moglie persiana; le emozioni quasi sempre gonfie e urlate; tutto ha l’aria di un monumento, marmoreo o di cartapesta, comunque magniloquente, ma dove non scorre quella duttile e sottile umanità che può rendere concreto un personaggio, e fare noi spettatori profondamente partecipi della sua vita. Così non ci resta che l’ammirazione a bocca aperta per una figura leggendaria; o la noia. * Redattore della rivista Cinemasessanta, collaboratore al Dizionario critico dei film della Treccani


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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