Elezioni in Iraq

di Tommaso Ciuffoletti [Rimandare le elezioni in Iraq e allo stesso tempo dare un segnale forte] Non sarebbe impossibile se …

Il Riformista in questi giorni ci ha riportato le linee del dibattito che su alcuni giornali statunitensi (NY Times in primis) ha preso corpo relativamente all’opportunità o meno di rimandare le elezioni in Iraq. Il pericolo che si intenderebbe sventare con questa difficile decisione è quello di vedere un trionfo schiacciante della "lista unica sciita" creata grazie alla regia dell’ayatollah Sistani e che include il partito del premier Allawi, quello di Chalabi, gli islamici di Al Da’wa e il filo iraniano Sciri. I timori paiono assai giustificati, non solo per il lungo periodo di un Iraq a guida sciita potenzialmente filo-iraniano, ma anche per le reazioni immediate che potrebbe avere la minoranza arabo-sunnita, che rappresenta circa il 18% della attuale popolazione iraqena. Una minoranza che fino alla caduta di Saddam, ma già da prima della presa del potere da parte del raìs, ha di fatto rappresentato una minoranza dominante, ma che adesso si potrebbe trovare nella scomoda posizione di diventare una minoranza "dominata". Proprio su questo la strategia terroristica ha violentemente giocato le sue ultime carte. Tuttavia proprio dai sunniti è arrivata nei giorni scorsi una duplice proposta rivolta agli americani e al governo di transizione: rinviare le elezioni e rivedere il sistema elettorale, cambiandolo da proporzionale su base nazionale a proporzionale su base provinciale. In questo modo la preponderanza sciita e la compattezza del listone di Allawi potrebbero essere compensati dalla presenza locale di partiti e liste di vario tipo. Ve ne sono ben 109 che si stanno preparando al voto e vanno dai comunisti dell’Unione Popolare, guidata da Hamid Magid Musa, ai cristiani dell’Alleanza democratica della Mesopotamia; dal partito della Vendetta di Allah, organizzato a Bassora dai parenti delle vittime del regime di Saddam, al Fronte dei turcomanni iracheni, che mirano a dare rilievo alla terza nazionalità del paese dopo arabi e curdi. Proprio i curdi paiono invece intenzionati a mantenere salda la propria autonomia nel nord del paese e non vedrebbero di buon occhio una larga vittoria sciita. Ma di motivi per guardare con sospetto al listone sciita ve ne sono diversi a partire dal fatto che proprio il partito Da’wa e lo Sciri, pur mantenendo stretti collegamenti con il Grande Ayatollah, rappresentano dei diretti concorrenti al ruolo di guida degli sciiti; lo stesso vale per Muqtada al- Sadr, che ha un grande seguito nei distretti sciiti di Baghdad. In quest’ottica e ancor prima per evitare le nefaste conseguenze di elezioni "affrettate" (così come accadde ad esempio in Angola nel 1992), potrebbe assumere una nuova e ancor maggiore rilevanza la proposta lanciata a Dicembre da Thomas Friedman sul NY Times e rilanciata anche da Oscar Giannino sul Riformista e di cui riporto le parole: "Fosse anche solo per un atto simbolico volto a sottolineare il significato epocale del voto iracheno, perchè non chiedere a tutti i paesi dell’Unione Europea, a tutti i paesi della Nato – comunque abbiano giudicato Iraqi Freedom – di mandare anche solo cento uomini a testa e anche solo per un mese, giusto per garantire che alle urne gli iracheni si possano recare senza tema? Che cosa esistono a fare queste grandi federazioni e alleanze, se non riconoscono neppure che per la prima volta nella storia del travagliato scacchiere mediorientale* un popolo intero prende in mano finalmente in modo democratico il terribile compito di venire a capo del proprio equilibrio di governo, complicato da una terribile eredità di frazionamento etnico e confessionale?" Oggi forse questo appello potrebbe assumere, dicevo, una rilevanza nuova, perchè potrebbe rappresentare l’escamotage per poter rinviare le elezioni per un periodo limitato – si parla di tre mesi – nel quale cercare di rivedere il sistema elettorale, senza scatenare le ire degli sciiti e senza dare l’impressione di aver ceduto alla violenza terrorista. Allo stesso tempo si darebbe un segnale forte in tutta la zona dell’interesse, non solo anglo-americano, a che la "definitiva" e tanto auspicata transizione avvenga nel miglior modo possibile.


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