Malaria

Di Tommaso Ciuffoletti

Dopo la lunga scia di morte e distruzione, lo tsunami di S. Stefano, ha lasciato dietro di sè anche l’inquietante prospettiva dell’esplosione di nuove e devastanti epidemie. Tra le malattie che si teme possano diffondersi nelle zone devastate dal maremoto c’è anche la malaria, un’infezione causata da protozoi del genere Plasmodium e trasmessa agli esseri umani attraverso la puntura della zanzara anofele, come scoperto, alla fine dell’800, dal medico italiano Giovan Battista Grassi. Fino ad allora si credeva che le febbri malariche fossero il risultato della "mala aria" – appunto – generata dai "miasmi" esalati dalle erbe che marcivano nelle zone paludose. "I sintomi della malattia sono molto variabili: essi dipendono dal Plasmodio responsabile (la forma più grave è la malaria da falciparum) e dalle condizioni del soggetto. In genere è presente febbre, a volte preceduta da brividi, mal di testa, dolori muscolari e simil-influenzali; a volte si aggiunge anemia ed ittero." Per chi come me ha sangue maremmano, la malaria ha abitato spesso i racconti dei nonni e dei parenti anziani, mentre per coloro che viaggiano regolarmente in zone "a rischio", la malaria è un pericolo assai presente e concreto. O meglio, è tornata ad esserlo in maniera preoccupante a partire dal 1997, quando l’Agenzia ONU per l’Ambiente (UNEP) ha promosso un Trattato per la messa al bando di 12 sostanze chimiche, tra cui il DDT. Il Dicloro-Difenil-Tricloroetano fu sintetizzato nel 1874 dal chimico tedesco O. Ziegler, ma la sua efficacia insetticida rimase sconosciuta fino al 1939, anno in cui venne scoperta dallo svizzero Paul Hermann Muller alla ricerca di un prodotto da usare contro i pidocchi. Il DDt venne commercializzato dalla ditta farmaceutica Geigy col nome di Gerasol o Neocid, per uso agricolo. Il suo impiego fu sperimentato per combattere vari insetti, comprese le zanzare e, in particolare, proprio la zanzara anofele. "Tre caratteristiche rendevano il prodotto particolarmente interessante per la lotta contro l’anofele: 1) la lunga persistenza, 2) l’elevata tossicità per gli insetti associata ad una relativa innocuità per l’uomo, 3) la non volatilità, per cui non presenta un effetto repellente e quindi il contatto dell’insetto con la superficie trattata viene facilitato". L’impiego del DDT in Italia e in molti altri paesi delle zone temperate contribuì in maniera determinante a debellare la malaria. Alcuni dati relativi all’impiego del DDT per combattere la malaria in alcune zone del sud est asiatico sono eloquenti: "in Sri lanka in 10 anni i casi di malaria passarono da 3 milioni a 7.300; in India tra il 1951 e il 1961 i casi diminuirono da 75 milioni (di cui 800.000 morti) a 50.000"*. Proprio in queste zone il ruolo decisivo del DDT per prevenire la morte da febbre malarica assume una rilevanza ancora maggiore se si considera che "in certe zone della Thailandia vicino alle frontiere con la Cambogia e con il Myanmar le infezioni dovute al Plasmodio falciparum sono resistenti alla clorochina e alla sulfadossinapirimetamina, e anche l’efficacia del chinino – rimedio classico contro le febbri malariche – è ridotta. Inoltre che il trattamento con la meflochina fallisce nel 50% dei casi. Esiste una situazione analoga nell’ovest della Cambogia." Per comprendere gli effetti del divieto dell’uso del DDT si pensi che in Sri Lanka, dove l’uso del DDT fu bloccato nel 1964, "nel giro di cinque anni i casi di malaria crebbero da appena 17 a mezzo milione". Non per niente "il Sud Africa – che aveva ceduto alle pressioni internazionali vietando il DDT nel 1996 – nel 2000 ha ripreso il suo utilizzo dopo che i casi di malaria erano saliti del 1000%".* A proposito di Africa; proprio oggi stavo facendo la spesa in un supermercato fiorentino, rimuginando su ciò che volevo scrivere riguardo alla malaria, quando ho notato un cartellone con la scritta: "In Africa ogni trenta secondi la malaria uccide un bambino. Basta una zanzariera per salvarlo." Massimo rispetto per un’iniziativa di questo tipo. Certamente una zanzariera in più non potrà che far bene, ma credo che dai dati che ho riportato sia evidente che si tratta di un palliativo che potrebbe risultare ben più efficace se combinato con interventi di altro tipo. Tantopiù se dati ancor più allarmanti si leggono proprio nelle parole riportate in fondo alla pagina internet (http://www.cesvi.org/malaria.asp) in cui campeggia lo stesso manifesto virtuale che avevo visto nel supermercato: "La malaria è una malattia che può essere mortale ed è trasmessa da persona a persona attraverso il morso della zanzara Anofele. Oggi il 40% della popolazione mondiale (la maggioranza di quelli che vivono nelle zone più povere) abita in zone malariche. Ogni anno la malaria colpisce 500 milioni di persone e ne uccide 2 milioni. Il 90% dei casi di malaria si verifica in Africa ed in particolare nei bambini. Molti bambini che sopravvivono alla malaria grave possono avere dei danni cerebrali importanti. Ci sono 4 tipi diversi di malaria, di cui il Plasmodium falciparum è il più pericoloso. I sintomi della malaria appaiono dopo circa 9 – 14 giorni dal morso infetto della zanzara: febbre, mal di testa, vomito e altri sintomi simili all’influenza. Se i farmaci non sono disponibili o il plasmodio della malaria è resistente l’infezione può progredire rapidamente e portare il soggetto alla morte. La malaria può uccidere la persona distruggendo i globuli rossi (anemia) oppure ostruendo i capillari che portano sangue al cervello (malaria cerebrale) o ad altri organi vitali." Di fronte a questi appelli e a queste cifre pare incredibile che si sia rinunciato all’impiego del più efficace nemico della zanzara anofele. Eppure gli allarmi sull’uso del DDT iniziarono già negli anni ’60 e si amplificarono particolarmente in seguito alla pubblicazione del libro "Silent Spring" di Rachel Carson -considerata a buon diritto la madre del movimento ecologista(!) – in cui vengono amplificate le paure legate all’uso del DDT, in particolare sulla stabilità della molecola di Dicloro-Difenil-Tricloroetano e la possibilità che essa possa depositarsi negli organi ricchi di tessuti grassi di alcuni animali ed entrare così nella catena alimentare. Ad oggi vi sono numerosi studi scientifici che hanno dimostrato l’infondatezza di tale tesi. Il DDt fu tuttavia messo fuori legge anche perché "alcuni "studi rottame" avevano "dimostrato" che assottigliava i gusci di certi uccelli, e che poteva "provocare" il cancro, anche se, come per il fumo, non si poté stabilire causalità eziologica nemmeno per un cancro "attribuito". La scelta politica fu dunque fatta dalle autorità "sanitarie": nel 1972 l’insetticida e pesticida fu messo al bando dall’Agenzia americana per la Protezione Ambientale, nonostante la strenua opposizione dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti. Dopo il bando degli Stati Uniti seguì quello di molti altri paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo, anche perchè fatti oggetto di pressioni in questo senso dai paesi occidentali donatori. Fu così che, nel rispetto del "principio di precauzione" e in nome della salute dell’uomo, milioni di uomini vennero condannati a morire di malaria. Tutto questo vi sembra assurdo? Ebbene, imparate a non stupirvi leggendo il libro da cui sono tratte molte delle citazioni di questo articolo ovvero: *"Le bugie degli ambientalisti. I falsi allarmi dei movimenti ecologisti" di R. Cascioli e A. Gaspari, 2004, Edizioni Piemme, Casale Monferrato (AL) – anche se da buoni cattolici i due autori forzano un pò la mano su certe tematiche come la tanto sbandierata eugenetica – integrando la lettura con questo intervento di Fre
d Smith, Prbesidente del Competitive Enterprise Institute, all’Aleps di Parigi nell’ottobre 2000, di cui vi riporto l’inizio e la fine (in questo caso il consiglio è di sostituire alle diciture "destra"/"sinistra" – "progressisti"/"finto-progressisti"): Meglio il ddt della malaria di Fred Smith Il “principio di precauzione” è stato finora interpretato da ecologisti e politici che non amano il pianeta Il principio di precauzione come parecchi termini politici o retorici è carico di conseguenze per l’avvenire del liberalismo economico nel mondo intero. Le sue origini sono seppellite nel passato. È uno dei due concetti che derivano dal movimento ecologista moderno e che, di questo movimento, riprendono la tematica maltusiana. Chi conosce i miei studi o quelli di Fred Singer sa che il movimento ecologista moderno è diventato molto pessimista. Quando ero giovane, la sinistra americana aveva parecchi problemi, ma era ottimista sul futuro. Convinta di essere destinata a diventare la forza dominante, guardava con fiducia alla crescita economica e ai progressi tecnologici. Ad esempio, per quanto si possano criticare Marx e Lenin, bisogna ammettere che avevano una visione positiva del futuro. Credevano che sarebbero stati i «padroni» dell’avvenire e vedevano nel domani un’occasione per conquistare l’egemonia mondiale. Sono cambiate molte cose negli ultimi trent’anni. La sinistra è diventata pessimista. Non è più sicura di «ereditare» il futuro. Visto che è rimasta comunque potente, ha ribaltato la sua posizione ottimista e progressiva in un conservatorismo reazionario che resiste al cambiamento. Questo rovesciamento è caratterizzato da una nuova politica maltusiana. Uno dei miei colleghi, Ron Dailey, dice che il movimento ecologista americano ha una risposta «p.a.t.» a tutte le domande: «P» per Popolazione, «A» per classe Agiata, «T» per Tecnologia. In altre parole, c’è troppa gente; siamo troppo ricchi; consumiamo troppa tecnologia di cui capiamo troppo poco. La soluzione proposta dalla sinistra per risolvere questi problemi consiste nell’imporre delle limitazioni: limitazione della popolazione, limitazione del consumo, limitazione dell’uso della tecnologia. Ironizzando, la destra traduce queste tre soluzioni sostenendo che la sinistra vuole favorire la morte, la povertà e l’ignoranza. La sinistra fonda la sua politica maltusiana su due grandi temi di fondo: lo sviluppo duraturo che mira, di fatto, a ridurre la popolazione e i consumi imponendo tassazioni sui consumi e sull’energia; il principio di precauzione che, nel campo delle tecnologie, considera più pericolosi i rischi legati all’innovazione di quelli che possono derivare dall’immobilismo tecnologico. […] Le origini del principio di precauzione programmate nei nostri geni Per finire il mio intervento, vorrei ricordare uno degli ultimi capitoli di La presunzione fatale di Friedrich von Hayek. In questa parte del libro l’autore si chiede per quale ragione idee fondamentalmente stupide abbiano tanta presa sul pubblico. La sua risposta riposa su questa constatazione: quando i nostri avi, tanto tempo fa, vivevano di caccia, erano poveri e lottavano continuamente contro la fame e la morte, rischiare era estremamente pericoloso. Una decisione imprudente poteva portare alla scomparsa di un’intera tribù. Le conseguenze di un errore di Tipo 1 (quando un cambiamento pericoloso è considerato portatore di maggiore sicurezza) erano spesso fatali. Il principio di precauzione è forse un atavismo programmato nei nostri geni. Il progresso della civiltà è basato sull’introduzione di istituzioni che permettono di rischiare sempre di più; consentono la libertà d’innovare. Nell’epoca in cui la dimensione collettiva era dominante, un errore si ripercuoteva su tutta la tribù. Con la nascita della proprietà privata, le conseguenze di alcuni errori si limitano alla persona interessata. Gli errori di un individuo hanno un impatto irrisorio sulla collettività visto che l’impoverimento riguarda solo lui. Se un’innovazione ha esito positivo, ne approfitta l’intera collettività. Se si rivela un fallimento, solo l’innovatore ne paga le conseguenze. In un sistema feudale, esiste la nozione di colpa collettiva. Secondo Richard Posner, questa nozione ha ragione di essere in una società in cui la collettività non può sostenere i costi economici di polizia e servizi di sicurezza. Uno dei ruoli della polizia è identificare il colpevole e consegnarlo alla giustizia. Senza polizia, questo compito deve essere assunto dall’intera collettività. Il principio di colpa collettiva spinge ogni membro della comunità a prevenire quando è possibile e a denunciare quando è necessario. L’evoluzione verso uno Stato di diritto fondato sul principio della proprietà privata ha liberato l’uomo dal giogo della colpa collettiva. In questa prospettiva, il principio di precauzione rappresenta una regressione verso uno stadio primitivo in cui la libertà individuale è pesantemente limitata.


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