Quando è l’uomo ad essere tsunami

Di Paolo Tatti

Arriva lo Tsunami e improvvisamente sgorgano fiumi d’inchiostro, maratone televisive e solidarietà per un’area del mondo degna di attenzione, fino a qualche settimana fa, solo nelle nostre agenzie di viaggi. Chi scrive non può che essere contento che gli occhi del nostro paese siano finalmente puntati lontano dalle futilità che i nostri media ci propinano ad ogni ora: è comprensibile che un ecatombe di 150.000 morti non può lasciarci indifferenti. Ma in un passato neanche tanto remoto ci sono state tragedie molto più gravi dello tsunami e nessuno ha osato mobilitare le tv per raccontarci quello che succedeva. Qualche esempio? Lo sterminio in Darfur che ha fatto 30 mila morti e ancora oggi lascia 800.000 sfollati; la guerra in Cecenia che ha già decimato il 20% della popolazione e ha reso la città di Grozny un ammasso di macerie: anche lì è passato uno tsunami, un’onda anomala, un uragano artificiale (non a caso Sofri parla di urbicidio); o, tornando a una decina di anni fa, il genocidio del Ruanda che in cento giorni provocò oltre un milione di vittime. Non penso che la contabilità dei morti sia becera, io penso che sia molto più indegno la dimenticanza e l’indifferenza davanti alle tragedie, specie in queste occasioni: perché il mondo si mobilita (giustamente) per un’Apocalisse naturale mentre non getta uno sguardo quando è l’uomo, con le proprie mani, a crearsi l’ecatombe, la carneficina? Perché ci colpisce di più una civiltà devastata da un onda improvvisa di una guerra che pian piano stermina un popolo? Sarà un riflesso antropologico che ci incanta dinnanzi alla natura che compiendo il suo cammino ci mostra tutta la sua potenza e ci spazza via, e ci fa voltare quando è l’uomo a divenire strumento di morte più spietato delle bestie? E voltiamo la testa per evitare di riconoscerci in lui? O forse perché in quel caso non basta un comodo sms di beneficenza per tenerci la coscienza pulita?


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