Un blasfemo

Di Marianna Mascioletti

Dice: "Ma a Natale non dobbiamo essere tutti più buoni?" Così pare, rispondo. Insiste: "E tu?" No, io no. No, perché mi sono stufata. La bontà non si può imporre, non si può indossare e smettere a comando, tantomeno di fronte a catastrofi naturali e affini, e il refrain "Anche i ricchi piangono" mi ha annoiata a morte. Piangere o non piangere è un fatto individuale, e nemmeno una scelta. Si piange perché non si può fare altrimenti, perché si è a metà prima di accorgersi di aver cominciato, perché non si capisce quello che sta accadendo. "O Dio non è onnipotente, o non è buono." Questa, molto in sintesi, la conclusione a cui arriva il filosofo Hans Jonas, partendo dal bisogno di ridefinire il concetto di Dio dopo Auschwitz. Non posso che dargli ragione. Mi perdonino i veri credenti, ma io trovo piuttosto cinica l’ipotesi, proposta da una mia ex-insegnante di religione, che un Dio onnipotente e buono infligga all’umanità torture d’ogni sorta al solo scopo di farci diventare tutti più buoni e solidali gli uni con gli altri, che un Dio onnipotente e buono programmi di tanto in tanto qualche carneficina come l’ultimo tsunami nel sud-est asiatico solo per farci apprezzare il valore della vita eterna. Arrivano momenti in cui non riesco a sopportare che nessuno la pensi come me; quelli sono i momenti in cui, per non rischiare di perdere il senso della mia individualità, devo scrivere i miei pensieri e…ascoltare De André. Riprendo così la mia "rubrica" sul cantautore genovese (Dice: "Una rubrica su De André? Esisteva?" Più o meno, rispondo. Chiede:" E quando l’hai aggiornata l’ultima volta?" Mah, borbotto colta in fallo, giugno, luglio, boh. "Uhm…e quanti articoli c’erano?" Uno. "Vabbè, forse chiamarla rubrica è un po’ esagerato…" Sì, forse.), con una canzone che, come al solito, esprime esattamente, ordinatamente e perfino in rima quello che nella mia mente non è altro che un accumulo tumultuoso di pensieri. Beh, coraggio, forse qualcuno che la pensa come me esiste. O almeno, esisteva. Un blasfemo (F. De André – liberamente tratto da "Antologia di Spoon River", E. Lee Masters) Mai più mi chinai e nemmeno su un fiore più non arrossii nel rubare l’amore dal momento che Inverno mi convinse che Dio non sarebbe arrossito rubandomi il mio Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino non avevano leggi per punire un blasfemo non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte mi cercarono l’anima a forza di botte Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo lo costrinse a viaggiare una vita da scemo nel giardino incantato lo costrinse a sognare a ignorare che al mondo c’è il bene e c’è il male Quando vide che l’uomo allungava le dita a rubargli il mistero d’una mela proibita per paura che ormai non avesse padroni lo fermò con la morte e inventò le stagioni mi cercarono l’anima a forza di botte… E se furon due guardie a fermarmi la vita è proprio qui sulla terra la mela proibita e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato Ci costringe a sognare in un giardino incantato Ci costringe a sognare in un giardino incantato


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