Contro la pena di morte

Contro la pena di morte, la tortura, la violenza e l’indifferenza. Contro il disprezzo, la vendetta, la rabbia e l’intolleranza. Contro ogni forma di non rispetto, la voce di una poetessa, Joyce Lussu, che con parole chiare e semplici, spesso ironiche, riesce a descrivere quanta ingiustizia governa l’esistenza di coloro che, avendo commesso un qualche sbaglio nel corso della loro vita, non hanno la possibilità né di rimediare né di pentirsi ma soltanto quella di attendere inermi il proprio destino. Così l’attenzione si sposta da quello che J. Lussu definisce "assassinio legale" alla dignità del condannato e all’ambiente in cui è costretto a vivere i suoi ultimi giorni.
 Ma una cella colorata e ben arredata rimane pur sempre una gabbia da cui non è possibile fuggire se non momentaneamente con la fantasia e, in ultima spiaggia, con la morte.  

Federica Onori

Signor Presidente
Signor Governatore
che potete con una sola sillaba
decidere
se un vostro simile vive o muore
io non protesto e non contesto
la vostra decisione
perché ho saputo
fin da piccola
che i ricchi hanno
sempre ragione.
Dietro la vostra sillaba
c’è una complessa organizzazione
che coinvolge nelle vostra scelta
un’infinità di persone.
Intanto i processi sono lunghi
qualche volta durano vent’anni
impegnando giudici e magistrati
giurati e avvocati
scrivani, uscieri e segretari.
Poi ci sono tecnici e manovali
indaffarati nella costruzione
di carceri speciali
con celle della morte
anticamere del grande salone
dove si compirà l’assassinio legale:
un salone con una grande parete di vetro infrangibile,
per permettere alla televisione
e alle famiglie delle vittime
di assistere all’esecuzione.
Bisogna anche costruire la sedia elettrica
o la camera a gas a tenuta stagna
o la botola per l’impiccagione.
Poi c’è tutto il personale di custodia
secondini e secondine
poliziotti e poliziotte
e uno stuolo di inservienti.
Signor Presidente
Signori Governatori
poiché date lavoro a tanta gente
ed io sono una cittadina
ligia alle leggi e alla costituzione
mi rivolgo a voi come datori
di lavoro:
sono disoccupata.
Quando lavoravo facevo l’arredatrice
la mia competenza potrebbe essere utile
vorrei proporre sommessamente
qualche modifica nel senso
di un piccolo miglioramento
in tempi di progresso e di globalizzazione.
Vi faccio un esempio:
le celle dei condannati a morte
sono sempre terribilmente squallide
senza colori, senza finestre sul verde,
anche senza la finta finestra di un qualche pittore.
E’ già duro morire
per mano di un boia
ma perché questo sovraccarico
di sofferenza
dato dalle pareti grigie e disadorne
dai mobili informi
di plastica, di metallo, di fòrmica
dalla tristezza claustrofobica
di un ambiente troppo simile a una bara.
Perché non mettere, nella cella,
un tavolino Luigi Decimo Quinto
magari anche finto, ma di legno,
con sopra una brocca rustica
piena di fiori di campo?
Perché non appendere alle pareti
due stampe di quadri di Van Gogh
con lo splendido giallo ondeggiante
dei campi di grano
e dei cipressi agitati dal vento?
Perché non coprire
l’angolo del bugliolo e del lavamano
con una tenda di colore africano
dai vividi colori?
Costa così poco.
Ma perché gli occhi di un condannato
non debbono posarsi
le ultime volte su qualcosa di bello
e colorato?
Io ci metterei anche un gatto
un gattino bianco dal pelo morbido
che se sopravvivesse in quel luogo
così poco aerato
si affezionerebbe teneramente
all’inquilino solitario.
La legge non prescrive
di aggiungere alle sue sofferenze
il tormento
di un orrido arredamento.

Joyce Lussu, da "Inventario delle cose certe"


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