“Se i nostri ragazzi non sanno più soffrire”

<b>IL CASO. Una studentessa: "Non voglio star male
neanche un minuto". Ed è il simbolo della società</b>

Entriamo nella classe di una scuola di periferia: il professore vorrebbe interrogare un’allieva, due domandine su un racconto di Maupassant letto nella lezione precedente, niente di difficile. Ebbene, la ragazza si rifiuta tassativamente di farsi interrogare, non ci pensa proprio di alzarsi e rispondere. Il professore le chiede il perché di quella decisione: non ha studiato, non ricorda, pensa di essere più pronta l’indomani?

Perché adesso non vuole accettare due domande? La risposta è semplice e chiara: "Non voglio soffrire neanche un minuto: ma nessuno vuole più soffrire, non se ne è accorto professore?". In fondo questo deve essere lo stesso pensiero che ha portato i quattro studenti del Parini di Milano a di allagare la scuola per evitare un compito di greco. Non volevano soffrire. Ecco la verità centrale della nostra civiltà, ciò che prima l’ha resa straordinaria e ora la rende così fragile. Contro la crudeltà della Natura, contro la violenza degli uomini, contro i sensi di colpa e contro ogni dolore, la nostra civiltà ha trovato mille soluzioni.

I nostri padri e i nostri fratelli maggiori hanno inventato l’anestesia, lo stato sociale, il tempo libero, il divorzio e l’aborto, le medicine, il cinema e la televisione, i centri anziani e le ferie, i bar e il campionato di calcio, il laicismo e il diritto al piacere: e il mondo è diventato migliore, tanta inutile pena è stata sconfitta. Siamo vissuti a lungo in un tempo che ha quasi realizzato il sogno di una vita più felice, di una rosa quasi senza spine. Certo, la sofferenza non può mai essere debellata totalmente perché le prepotenze sociali restano, perché la morte alla fine arriva, perché la vita comunque è dura. E soprattutto non si può cancellare la fatica che ognuno deve fare per dare una forma alla propria esistenza. Ognuno sa di avere un destino da compiere, e questo costa un impegno e dunque anche una sofferenza. Se non la spremiamo, dalla nostra arancia non uscirà alcun succo. Insomma, abbiamo costruito un modello di società dove non dobbiamo patire insensatamente: dobbiamo solo cercare di essere felici esprimendo il meglio di noi stessi, e forse possiamo anche farcela. Ma ora questo modello traballa per lo stesso motivo per cui si è imposto. Come ha dichiarato quell’alunna, noi non vogliamo soffrire mai, neppure per un momento, neppure per misurare le nostre forze.Ancora una volta dai ragazzi, avanguardia del tempo, ci arriva il messaggio più nitido, quello ci costringe a riflettere sul centro della questione. La nostra capacità di sopportare le difficoltà, di raccogliere le energie di fronte a una piccola salita, di pretendere qualcosa di più da noi stessi grazie a uno sforzo anche esiguo, ormai si sta esaurendo. Andiamo avanti a pasticche che sollevano dalla depressione o smorzano l’ansia, beviamo per non sentirci inadeguati, abbassiamo ogni giorno gli obiettivi, ci ritiriamo da ogni confronto, anche dal confronto con la nostra vita e con i nostri sogni. Tutto va bene così come è, e se non va bene ci si può sempre voltare dall’altra parte, distrarsi, stordirsi, evitarsi. Non c’è grappolo che non sia comunque troppo in alto, non c’è uva che non sia acerba. Persino la malinconia, sentimento capace di allargare l’anima per farle accogliere tanta altra vita, viene respinta dal nostro modello imperante. E così questa civiltà, che tante battaglie ha combattuto e vinto contro ogni dolore, ora si sta afflosciando. Ogni nobile illusione viene immediatamente scartata perché prevede una fatica che non si desidera più compiere.


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