Quell’oltre democratico

Di Valeria Manieri

Su un mio libro di storia c’è una frase in latino che descrive perfettamente ciò di cui ci sarebbe bisogno per gestire il conflitto iracheno “Constanter et non trepide”.
In modo costante e senza trepidare.Con pazienza.
Non è un perseverare diabolico la mia idea di non ritirare le truppe dall’Iraq, piuttosto una innata insofferenza di colei che  si duole nell’udire chi con un” tutti a casa” pretenderebbe  la risoluzione di  una crisi assai complessa.
Non so se la guerra in Iraq sia giusta o sbagliata,non entro nel merito perché così come diceva  Benedetto Croce, non si può giudicare la storia nell’immediato, tanto più se di mezzo vi è  l’intero equilibrio  e il cambiamento del mondo mediorientale.
L’unica cosa che si può tentare di fare, con un buon margine di errore tuttavia, è  prevedere gli effetti . Ciò che posso  analizzare è  la gestione del dopoguerra  iracheno da parte degli Usa ,ma anche della comunità internazionale: debole e con molte pecche, anche da parte di chi, in linea di principio, la guerra la voleva fare e quindi doveva calcolarne i rischi e prendere  contromisure adeguate.
Questa guerra agli Stati Uniti doveva costare poco, si pensava di poter tenere bene nel dopoguerra con poche truppe, del tutto  insufficienti per la vastità del territorio iracheno.In più i tentennamenti europei, i ritiri  spagnoli certamente non hanno agevolato la fase post “liberazione”.
Il prezzo da pagare è stato alto,più del previsto, non per via degli iracheni, bensì per i terroristi, la cosiddetta “resistenza”  che certo non ha fatto sconti.
Ma cosa c’è oltre?
Quale può essere  una strategia per salvare il salvabile e magari per dimostrare agli iracheni, a tutto il mondo mediorientale che un po’ di fiducia, un po’ di speranza nella democrazia, la possiamo e dobbiamo avere?
Esiste un oltre democratico, “uno spazio vuoto non ancora popolato”, come si recitava in una canzone che non è sinonimo però di terra da conquistare, ma una dimensione  sin’ora inusitata  chiamata Europa.
Infatti,per quanto strano possa sembrare, per quanto noi europei tendenzialmente ci faremmo cordialmente gli affari nostri, continuiamo  tuttavia ad  essere fondamentali , ma a rifiutare e lasciare che quel vuoto, quell’oltre democratico, venga colmato  dal  terrorismo, dai pacifisti , dalle opinioni secondo come tira il vento dei politicanti, dalle elezioni nostre e americane perfino.
Quel vuoto, continua ad essere riempito dall’ambiguità dell’incitamento al pacifismo di sinistra che talvolta suona più come una promessa di pace interna, tra “gli uniti nell’Ulivo” , da un’ Onu  che non sa più che pesci prendere, dal terrorismo che  è sempre più spietato, poiché minacciato ..del resto una belva ferita è ancora più feroce.
Un ritiro equivarrebbe al delirio e alla guerra civile per l’Iraq e ad un incoraggiamento per i terroristi, la nostra  pace e i loro massacri.
L’Europa è stata sorda  di fronte alla proposta radicale nonviolenta di “Iraq libero e democratico” prima della guerra in Iraq, per costruire con altri metodi , con l’informazione e magari con l’esilio di Saddam una faticosa strada per la democrazia.
Ma la guerra c’è stata,inutile incaponirsi, giusto  un po’ di sano rammarico.
 Saddam non c’è più,e, forse  gli iracheni non è che siano proprio dispiaciuti di non avere più quel Rais che negli  anni del suo regime ha ucciso una media di 150 persone al giorno, particolare che i più tendono a dimenticare troppo velocemente quando si parla della situazione  prima del conflitto.

L’Europa può ancora, se lo vuole, giocare un ruolo fondamentale,può farsi promotrice del “tutti in Iraq”,per  supportare  lo sviluppo di un processo democratico, per ritrovare coesione, per avere fiducia e soprattutto pazienza e farne avere anche agli iracheni. La democrazia   è una  strada accidentata,una conquista mai definitiva, difficile e che  ha bisogno di dialogo, uguali diritti, e soprattutto di sicurezza.Se ci fosse “quell’Europa” saprebbe svegliare l ’Onu e  porsi al tavolo delle trattative in modo serio con gli Stati Uniti.
Per poter essere credibile, agli occhi altrui e soprattutto a  quelli dei paesi mediorientali, il vecchio continente ha già una occasione: l’occasione si chiama Turchia nell’Unione Europea.
Intraprendere  un cammino di collaborazione e reciproca attenzione e soprattutto un dialogo con uno dei paesi di tradizioni e cultura islamica più  democratici, risulta essere quell’oltre  che forse stavamo cercando o che  sempre ci ha spaventato.
Perché quell’oltre  sia una svolta nella nostra politica e in quella dei paesi che aspettano quest’apertura come una opportunità.  
Quell’opportunità da cogliere,quell’oltre che non è un dopo, perché quest’Europa cresca e non invecchi.


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