Questioni di vita e di morte

di Andrea Carapellucci

Le considerazioni che seguono nascono da una convinzione: non vi sarà una piena legittimazione – etica e giuridica- del diritto all’aborto, non vi sarà una vera garanzia alla libertà di ricerca scientifica, non vi sarà alcuna ragionevole certezza del fatto che anni di lotte radicali vengano vanificate da un qualunque provvedimento legislativo o giurisprudenziale fino a quando non verrà introdotta una norma giuridica che sancisca il momento in cui la vita umana ha inizio.
So bene di affrontare un discorso spinoso, pertanto mi affretto a precisare che non si tratta di risolvere la questione filosofica di dare una definizione di essere umano. Se mai si arriverà ad una risposta condivisa su questo punto sarà certamente in un giorno troppo lontano per preoccuparcene ora. Si tratta di porre dei limiti temporali, in modo giuridicamente vincolante e ragionevolmente condivisibile, al concetto dell’esistenza in vita di un essere umano. O meglio: di stabilire da quale momento a quale momento un individuo possa essere considerato un essere umano vivo, e per ciò solo titolare del fondamentale Diritto alla Vita.
A chi sostiene che non spetta al Diritto porre questi limiti, quindi dare indirettamente una risposta a che cosa sia un essere umano, faccio notare che ad oggi, un limite di questo genere è già stato posto, ed è generalmente accettato. Si tratta della definizione giuridica della morte, della condizione in cui un essere umano non viene più considerato vivo.

Secondo la legge e la giurisprudenza attuale, una persona le cui funzioni cerebrali siano cessate in modo completo e irreversibile (condizione accertata dai medici, secondo particolari procedure) è considerato a tutti gli effetti deceduto, anche se le sue funzioni cardiocircolatorie sussistono spontaneamente o perchè sostenute artificialmente.
La necessità di adottare una nuova “definizione giuridica di morte”, diversa dalle precedenti, è stata imposta dalla scienza nel momento in cui si è raggiunta la capacità di procedere all’espianto degli organi. Espianto possibile nel caso di morte cerebrale ma con permanenza dell’attività cardiorespiratoria, che conserva la vitalità degli organi.
La scelta del legislatore è stata di adottare un criterio ragionevolmente condivisibile, fondato su di un assunto scientifico: la condizione di morte cerebrale è irreversibile.
Nel momento in cui la legge ha introdotto una disciplina dei trapianti ha altresì introdotto un criterio per valutare la sussistenza o meno dell’esistenza in vita, quello dell’attività cerebrale: ha posto un limite alla condizione di “essere umano vivo”.

Oggi la scienza, con le ultime scoperte sulle cellule staminali, e la possibilità di utilizzare le staminali embrionali a fini terapeutici, sta ponendo un problema sostanzialmente analogo. E’ evidente che se l’ordinamento recepisse (come implicitamente ha fatto con la legge 40/2004) la posizione della Chiesa cattolica secondo la quale la vita umana ha inizio con il concepimento, la soppressione di un embrione, in qualunque stadio del suo sviluppo, costituirebbe un omicidio. Ed è altrettanto evidente che la possibilità dell’interruzione della gravidanza (“fatta salva” dall’attuale legge sulla procreazione assistita) dovrebbe essere ricondotta (perlomeno nella parte in cui consente fino al terzo mese una scelta non motivata da ragioni di salvaguardia della salute della madre) al caso piuttosto singolare per cui si esercita un diritto di libertà (non il diritto alla salute) di un individuo sacrificando il diritto alla vita di un altro.
La posizione della Chiesa è stata – ripeto – già implicitamente recepita dall’ordinamento italiano.
Da qui soprattutto la necessità di introdurre una norma giuridica che risolva (in modo diverso) la questione dell’inizio della vita umana.
Parliamo di vita umana per una ragione evidente. Non vi è alcun dubbio che l’aggregato di cellule che costituisce l’embrione sia biologicamente vivo, sia nelle sue parti che come unicum. Come non vi è alcun dubbio che un individuo clinicamente morto sia costituito da parti biologicamente vive. Il punto è stabilire in quali casi si possa parlare di vita umana, di essere umano vivo.

Io sostengo – e non credo di essere l’unico – che il criterio applicato per determinare la fine della vita umana, cioè la cessazione dell’attività cerebrale, possa essere utilizzato anche per determinarne l’inizio.
Così come un individuo le cui attività cerebrali siano cessate (non siano più presenti) viene considerato – ragionevolmente – morto, e utilizzabile al fine di salvare la vita a un altro essere umano, un embrione in cui l’attività neurologica non sia iniziata, in cui le prime cellule nervose non si siano (ancora) differenziate, non dovrebbe essere considerato (ancora) un essere umano a tutti gli effetti, titolare del diritto naturale alla vita, riconosciuto e tutelato dalla Costituzione.
La prima conseguenza – evidente – dell’adozione di questo principio sarebbe, naturalmente, la fine della necessità di tutelare giuridicamente la vita di un embrione nei primi stadi di sviluppo, quindi la possibilità per la ricerca di utilizzare tali embrioni a fini di ricerca e terapeutici.
E’ altrettanto evidente che questo principio comporterebbe una necessaria revisione del diritto all’interruzione volontaria della gravidanza, che dovrebbe essere limitato in maniera più restrittiva. Dopo la quinta settimana dal concepimento si può già riscontrare la presenza di una forma embrionale di encefalo.
E’ possibile che questa venga considerata, da chi si è battuto per la legge 194, una condizione non accettabile.
Vorrei però invitare tutti a riflettere sulle possibilità che una tale soluzione aprirebbe, innanzitutto al fine di garantire la permanenza della tutela di quel diritto all’interruzione della gravidanza introdotto dalla legge 194 e confermato dai cittadini tramite referendum. E non è nemmeno da escludere che la dottrina, nella persona di qualche giurista molto più competente e autorevole del sottoscritto, escogiti una soluzione che garantisca il diritto all’interruzione della gravidanza così com’è attualmente anche in presenza si una tale norma.

Infine, arriviamo alla politica. Non possiamo correre il rischio, come laici, liberali e radicali di passare per fanatici laicisti senza alcun rispetto della sacralità della vita, come qualcuno ci considera. Come qualcuno ci dipingerà quando il referendum sulla procreazione assistita sarà indetto e ci batteremo per la vittoria dei SI’. Dalla parte di chi ha voluto quella legge c’è una diffusa ignoranza e la pretesa di rappresentare principi etici espressione della volontà di Dio. Ecco perchè non possiamo permetterci nemmeno di sfiorare la banalizzazione, nelle nostre argomentazioni. Ho sentito “compagni” raccogliere firme al grido di: “Contro l’ultima vergogna del governo Berlusconi che violenta le donne!!!”. Questa legge è una vergogna. Questa legge è stata voluta dal governo Berlusconi. Questa legge è contro le donne. Ma non è questo il punto, mi capirete…

Sostenere una proposta come quella che ho cercato di esporvi sarebbe per i Radicali certo una scelta coraggiosa e, lo riconosco, non priva di rischi. Ma servirebbe anche da ulteriore dimostrazione dell’esistenza di una moralità laica, applicabile alla bioetica, che non teme alcun confronto con i dogmi dei cattolici, su questo come su ogni altro tema.
Mi piacerebbe sentire qualche opinione in proposito.


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