Ankara in Europa

da www.magna-carta.it

di Fiamma Nirenstein

Quando nel 1998 Bin Laden lanciò il suo proclama di guerra all’Occidente, fece un riferimento a “ottant’anni di pena e di oppressione, di indicibile spargimento di sangue e umiliazione” per l’ Umma dei credenti. A quei mussulmani che conoscono assai bene la loro storia, il senso del riferimento non sfuggì: il capo del terrorismo mondiale parlava della sconfitta definitiva della magna pars del mondo mussulmano, la Turchia, allora Impero ottomano. La disgrazia abbattutasi sul mondo islamico con il suo crollo è profondamente legata all’idea, condivisa da tutto quanto l’estremismo islamico, del tradimento e delle colpe della Turchia, della sua laicizzazione ad opera di Kemal Ataturk, della Rivolta dei Giovani turchi e di ciò che seguì: la Turchia divenne terra rubata all’Islam, consegnata all’Occidente dagli apostati, e primo passo verso l’occupazione di altre terre islamiche da parte dei miscredenti.

L’identikit di quegli “apostati”, che insieme ai “crociati” e agli “ebrei” – come Bin Laden chiama con odio i nemici nella guerra mondiale del terrore, gli occidentali – sono proprio quei mussulmani la cui storia, le cui scelte, il cui desiderio di progresso e di benessere hanno condotto verso la modernizzazione e la democrazia. Nella lista degli apostati, la Turchia è sempre stata al primo posto. E adesso, il suo desiderio di appartenere all’Unione europea è ancora un segnale di apostasia, secondo i criteri dell’integralismo islamico, aggravato da un altro crimine agli occhi dell’Islam di Bin Laden, degli Hezbollah, degli Ayatollah, di Hamas: la Turchia ha rappresentato un raro punto di riferimento filoamericano fra i Paesi islamici nel corso della guerra fredda. E inoltre, orrore! la Turchia è l’unico paese mussulmano ad avere rapporti strategici e diplomatici con Israele.

La preoccupazione che nel clima odierno la Turchia possa cambiare faccia e divenire una testa di ponte antioccidentale assai potente, data la sua posizione geopolitica e i suoi ottantacinque milioni di abitanti, naturalmente non è peregrina: l’ascesa al potere del partito islamico e il comportamento erratico del Primo ministro Recep Tayyp Erdogan, che ha due terzi della maggioranza in parlamento, non sono da sottovalutare. Bernard Lewis, il famoso storico del Medio Oriente, che è sempre stato favorevole all’integrazione della Turchia in Europa, avverte oggi del rischio che la nuova posizione turca comporta per la nostra identità. Erdogan ha cercato di accrescere il budget delle scuole religiose, di ridimensionare il ruolo dell’esercito, di consolidare il conservatorismo sociale; ha dichiarato, in occasione di un disastro ferroviario su cui si sarebbe dovuto indagare, che si trattava della volontà di Dio e non c’era niente da cambiare; e soprattutto ha modificato l’atteggiamento turco nelle istanze legate alla Conferenza Islamica, rendendolo più animoso e ad essa confacente. Il prezzo di ciò l’ha pagato, volentieri, con la moneta più corrente nel mondo arabo – la criminalizzazione di Israele. In varie occasioni la Turchia, da sempre bastione e salvaguardia strategica contro l’estremismo mediorentale in partnership con Israele, nonché unico Paese mussulmano che parla al Paese degli ebrei e che compie esercitazioni militari in comune, ha insultato i diplomatici dello Stato ebraico, e ha criticato la guerra di difesa dal terrorismo. Le cose sono andate tanto avanti che il ministro degli Esteri, Abdullah Gul, ha minacciato di richiamare per consultazioni l’ambasciatore in Israele, Feridun Sinirliogu. I turchi hanno usato toni e mostrato atteggiamenti autenticamente insultanti nei confronti di Israele, e si sono spinti fino a distinguere fra il terrorismo di Bin Laden e il terrorismo palestinese. Anche nei confronti degli americani la Turchia ha compiuto un autentico voltafaccia, con il suo atteggiamento tepido e reticente nella guerra in Iraq. In questo ha pesato molto il suo eterno conflitto con i curdi, che essa teme siano sostenuti sia dagli USA che da Israele.

Tuttavia, sebbene a livello dei rapporti bilaterali con USA e Israele l’entrata della Turchia in Europa non prometta ricadute positive immediate, nel lungo termine il fatto che 85 milioni di mussulmani dal 2015 saranno partner di un contesto democratico e moderno, li vincola a comportamenti che non possono certo derivare dalle leggi della sharia – e ciò è di per sé un bene. Ma non è tutto: l’accettazione della Turchia segnerà un punto strategico fondamentale nella guerra contro il terrorismo, a favore della dottrina che postula che questo verrà debellato con la sconfitta dei regimi autocratici e la dimostrazione che un Paese mussulmano può vivere in un contesto democratico. Sarà in sostanza prova e l’esempio che la democrazia è possibile nel mondo mussulmano, e che anche il grande popolo delle moschee può scegliere una strada diversa dalla dittatura pur di partecipare di un contesto moderno e occidentale, contro il revival islamista. A sua volta l’Europa, avendo a che fare in maniera diretta col mondo mussulmano, senza inutili mitologie e senza strumentalizzazioni antiamericane, potrà sviluppare un diverso intendimento del Medio Oriente, più equilibrato, più realistico. Persino la Francia, oggi così devota al policentrismo, e così prona di fronte alla perversione operata dall’ideologia islamista in chiave antiamericana e antisraeliana, si confronterà con la realtà della convivenza con un paese islamico democratico. Non poco, per chi considera una fantasia politica inutile la strategia che vede nello sviluppo della democrazia nel mondo islamico l’arma principale nella guerra al terrorismo – idea che acquisterà invece forza e legittimazione.

In una parola, se accogliere la Turchia apre i confini del mondo giudaico cristiano in modo indubbiamente rischioso, e può portare a un’ulteriore inebolimento identitario, d’altra parte, in piena guerra contro il terrorismo, la sfida vale la candela. Si tratta di un poderoso allargamento del fronte, di un cambiamento strategico straordinario, sempre che abbia successo. Le armi che abbiamo a disposizione non sono molte: se il fatto che la Turchia è un Paese mussulmano rappresenta di per sé un rischio per l’Europa, è anche vero che qualche sfida l’Europa dovrà pure accettarla, nella guerra contro il terrorismo. Potrebbe essere proprio questa la maniera per iniziare a farlo. È il caso di capire che abbiamo bisogno di rafforzarci.


Comments are closed.