La svolta di Gheddafi

Di Andrea Carapellucci

Chi crede nelle conversioni, oggi avrà probabilmente acceso un cero a qualcuno lassù. La scelta di Gheddafi di consentire agli italiani di Libia, cacciati all’indomani della sua rivoluzione, di ritornare a Tripoli insieme agli ebrei espulsi già nel lontano 1967 è stata salutata, comprensibilmente, come un atto di grande coraggio, di apertura, di svolta. Non c’è telegiornale che non ne abbia riferito ampiamente. Gheddafi non è più quello che è stato. Gheddafi è cambiato. Gheddafi amico di Berlusconi. Da qui all’ “evviva Gheddafi” il passo è breve.
Ora, che Gheddafi sia amico di Berlusconi mi sembra un fatto decisamente poco rilevante. Tutti sono amici del Cav., dal Texano che abita la Casa Bianca all’ex capo del KGB che abita il Cremlino, passando per l’intero, colorito panorama umano dei potenti del mondo di oggi: comunisti, post comunisti, anticomunisti, cattolici, sionisti, islamisti.
Che Gheddafi abbia cambiato strada, è invece un dato di fatto.
Ma pochi sembrano sembrano aver compreso che l’atto politicamente più significativo, la vera svolta, non sia stata nelle strette di mano e nei sorrisi fra il Colonnello e il Cavaliere, corredati da scambi di assurde promesse (dalle autostrade nel deserto di Berlusconi alla lotta all’immigrazione di Gheddafi), quanto in un avvenimento ripreso dalla stampa ma sfuggito all’attenzione dei più. Avvenimento da cui è dipesa la revoca delle sanzioni e ogni passo successivo dell’occidente dei confronti del leader arabo.
Mesi fa un aereo è decollato da Tripoli, destinazione Stati Uniti. A bordo di quell’aereo stavano le attrezzature e le conoscenze acquisite in anni di febbrili ricerche, in barba ai trattati sulla non proliferazione e agli anatemi dell’ONU, su armi nucleari, chimiche e biologiche. Progetti che Gheddafi ha deciso di sospendere nel modo più eclatante e trasparente possibile in cambio di un mutamento della politica occidentale nei suoi confronti. Il risarcimento alle vittime di Lockerbie si inserisce in questo contesto. Gheddafi ha deciso che ergersi a paladino dell’Islam contro l’occidente non era più (se mai lo è stato) produttivo. O forse sicuro, dopo l’abbattimento del suo compare Saddam, scovato nel fondo di una buca da una compagnia di marines.
Bisognerebbe avere perlomeno l’onestà intellettuale di ammettere che dietro la “conversione” di un fanatico come Gheddafi c’è qualcosa di più del semplice ravvedimento personale o della mielosa diplomazia europea. Ci sono atti concreti, posti in essere innanzitutto dall’attuale amministrazione americana, che hanno convinto un leader sicuramente folle ma non stupido che il gioco non valeva più la candela. Meglio invecchiare tranquilli, tra le guardie del corpo, come le pop star alle quali Gheddafi deve aver sempre sognato di assomigliare, e passare alla storia come un leader tutto sommato intelligente che finire la propria carriera di dittatore sotto le bombe USA in una cantina polverosa.


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