Il nuovo corso

Di Andrea Carapellucci

Avvolte in un silenzio allucinante, le parole di Ciampi segnano l’ingresso in prima fila dell’Italia nel nuovo corso della politica occidentale nei confronti di Pechino.
Sembrava già abbastanza incredibile ascoltare il nostro Presidente della Repubblica, autoincaricatosi ad interim del ministero delgli Esteri, ricordarci i legami secolari tra i nostro popolo e i cinesi (quali legami? Escludendo Marco Polo, ci spiega cosa diavolo avremmo in comune con un paese dalla storia millenaria del tutto indipendente dalla nostra e attualmente governato da un regime comunista? Ce lo spiega, Presidente?); dissertare sull’ “inevitabilità” di un futuro con “una sola Cina” – da cui si deduce che la Repubblica di Taiwan, fosse per il Quirinale, dovrebbe già aver alzato bandiera bianca e sostituito le statue di Chang-Kai Shek con quelle di Mao – e accompagnare i nostri servilissimi magnati dell’industria nel loro viaggio in cerca di delocalizzazioni, manodopera a basso costo e mercati da saturare. Non lo era. Ancora più incredibile, è stato il silenzio con cui queste affermazioni sono state accolte in Italia e all’estero. In Europa soprattutto.
Dico in Europa, escludendo gli Stati Uniti, per alcune ragioni precise. Non c’è dubbio che l’America consideri da tempo la Repubblica Popolare Cinese il suo principale avversario strategico. Lo ha dimostrato non solo con le parole, ma – distinguendosi una volta di più dall’Europa- coi fatti. Bush ha venduto ai taiwanesi nuove navi da i guerra, equipaggiate con sofisticatissimi sistemi antimissile. Ha mostrato i muscoli dei suoi gruppi da battaglia ogni volta che i cinesi si sono avvicinati a Taiwan per le loro “esercitazioni”, si è rallegrato della nuova politica giapponese di riarmo in funzione anti-cinese. Non devono ingannare le riserve espresse dagli Usa nei confronti del partito indipendentista taiwanese, che voleva una separazione definitiva dell’isola dal continente, sancita dalla Costituzione: partito recentemente sconfitto alle elezioni, seppur con un margine ristretto. A Taiwan non hanno vinto, come lascerebbero intendere i titoli di alcuni giornali, i promotori di una “rifunificazione” (leggi: capitolazione), ma i difensori dello status quo.
Cioè di una situazione di indipendenza di fatto, garantita da tecnologia militare di provenienza statunitense e da un trattato che obbliga l’America a difendere Taiwan in caso di aggressione (negli anni cinquanta, uno sbarco cinese nell’arcipelago di Taiwan fu fermato dai marines, a prezzo di molte vite: un episodio di cui pochissimi sanno).
Gli Stati Uniti non vogliono che la Cina riprenda il controllo di Taiwan così come ha fatto con Hong Kong, firmando un trattato sullo yacht del Principe Carlo d’Inghilterra. Tanto meno lo vogliono i cittadini di Taiwan, che da anni chiedono che la loro nazione sia riconosciuta dall’ONU, da cui è esclusa da un veto cinese.
L’Europa, a giudicare dai fatti, sembrerebbe di sì.
Apertura. Questa è la parola d’ordine. Apertura al mercato, abbattimento delle barriere doganali e delle sanzioni (perfino quella sulle armi). Tutto quello che i cinesi non sono riusciti a trafugare dall’America – ne deduciamo – potranno tranquillamente acquistarlo dall’Europa. Tutto quello che non hanno già compiato… ma c’è qualcosa non abbiano ancora copiato?
Apertura ad ogni costo. E le minoranze oppresse dal regime, i cento milioni di membri della Falun Gong, i poveracci giustiziati per aver commesso orrendi crimini contro lo Stato come aver bruciato un cassonetto? Possono andare a farsi fottere. Scusate la volgarità.
E’ realpolitik, questa? No: è un clamoroso errore storico. La Cina è un opportunità per le nostre economie in crisi. L’apertura forse metterà in crisi, nel lungo periodo, alcuni aspetti vetusti e particolarmente disgustosi del regime. Ma non porterà a nient’altro. Non libererà un miliardo di cinesi da una dittatura che li opprime da cinquant’anni. Non eliminerà la minaccia che la Cina costituisce per l’Occidente. Una minaccia economica e militare.
Avevamo a disposizione armi potenti. Il ricatto, innanzitutto. La Cina per crescere aveva bisogno di noi. Per uscire dall’isolamento a cui si era costretta, per entrare nel WTO, per aprirsi al mondo aveva bisogno dell’Occidente. L’Occidente poteva esigere dei cambiamenti: non l’ha fatto. Poteva imporre alcune scelte, o almeno evitare alcune delle innumerevoli porcherie di quel regime si macchia ogni anno, ogni mese, ogni giorno: non l’ha fatto. E le armi, le difese in nostro possesso si assottigliano ogni giorno di più, a ogni nuova concessione, a ogni nuova apertura. Qualcuno dirà che sono un catastrofista. A questi rispondo: quando quei vecchi missili che hanno segnato la Storia del dopoguerra torneranno ad essere la nostra unica garanzia nei confronti di un nuovo Impero del Male, a cosa ci affideremo? A una joint-venture?


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