I conservatori della ricerca

Da Corriere.it – Segnalato da Camilla Heller

Lo studio della Fondazione Rosselli su ricerca e innovazione, illustrato sul Corriere di domenica scorsa, non fa giustizia dello stato della ricerca in Italia. E’ possibile che la situazione sia tanto disperata che persino la Spagna sembri ormai irraggiungibile, ma non è vero che in Italia non esistano centri di ricerca e ricercatori eccellenti. Nel campo della matematica e della fisica la Scuola internazionale di studi avanzati di Trieste è uno dei luoghi migliori dell’Europa continentale; in alcune aree delle scienze mediche e biologiche l’Istituto Mario Negri e l’Istituto europeo di oncologia, sono essi pure tra i migliori d’Europa. Anche nella mia materia, l’economia politica, esistono centri di ricerca eccellenti, anche se sconosciuti ai più: uno dei migliori d’Europa ha sede presso l’Università di Salerno.
E tuttavia questi successi sono ottenuti non grazie a uno sforzo coerente per promuovere la ricerca, ma nonostante si faccia di tutto per ostacolarla. Si dice spesso che il problema è soprattutto la mancanza di finanziamenti. Nulla di più errato. Se ci confrontiamo ad esempio con la Gran Bretagna, un paese spesso ai primi posti nelle classifiche, la spesa per accademico (dati Ocse del 1999) era 139 mila dollari in Gran Bretagna, 167mila in Italia. La differenza sta nella produttività: il numero di citazioni per un milione di dollari spesi era, nel 1997, di 70,5 per un accademico britannico, di 34 per un italiano. Dare più finanziamenti a questo sistema servirebbe solo ad aumentare le rendite di cui godono le corporazioni della ricerca, con scarsi effetti sulla qualità e sulla produttività.

Il vero problema è quello del reclutamento: nelle università l’età media dei ricercatori – i più giovani nella gerarchia accademica – è di 50,6 anni e il 25% ha superato i 56 (si veda Reichlin e Lippi su www.lavoce.info). Il blocco delle assunzioni, che il governo si appresta a reiterare, è la morte della ricerca. La signora Thatcher svecchiò le università offrendo incentivi affinché chi aveva abbandonato gli studi si ritirasse. Perché si mandano in pensione anticipata i dipendenti della Fiat e non i professori? Solo perché costoro non stanno sul mercato e nessuno ne valuta la produttività, molti cioè vivono di rendita. Assumere nuovi ricercatori senza cambiare le regole avrebbe effetti altrettanto deleteri: l’anziano rentier accademico che va in pensione verrebbe sostituito non dal giovane più promettente, ma da quello che è stato più assiduo nel sostituirlo quando i suoi molti impegni non gli consentivano di tenere le lezioni. (Per l’economia si vedano i dati del Bollettino dei concorsi sul sito www.igier.unibocconi.it/perotti).
Anche le imprese chiedono più finanziamenti per la ricerca. Prima di spendere nuovi denari, sarebbe opportuno capire se funzionano, e quanto sono sinora costate, le iniziative avviate: Torino Wireless, Veneto Nanotecnologie, il distretto campano sui materiali polimerici, quello di Catania di microelettronica, l’ Hi-Mech in Emilia, il distretto sulla bioscienza a Milano, quello sull’Aerospazio a Castel Romano: come si vede non mancano le idee, ma forse i risultati.
Confindustria spesso lamenta la scarsa attenzione del governo per la ricerca: verrebbe da dire «Da quale pulpito!». I nostri imprenditori possiedono un’università, la Luiss: per le ultime due cattedre di economia assegnate da questa università non è stato scelto uno dei molti giovani italiani che insegnano negli Stati Uniti e rientrerebbero volentieri, bensì due professori molto vicini all’associazione ma non certo giovani ricercatori.

Francesco Giavazzi


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