“Democrazia…”

Un militante di Torino di nome Andrea ci invia questa riflessione che pubblichiamo con piacere. Invitiamo altri fruitori del sito a fare lo stesso, per riflettere insieme.

Giorgio Gaber, lo dico da ammiratore, aveva un enorme difetto: quello di essere libero. Libero in un senso che non è certo quello comune di un termine inflazionato, svuotato del suo significato profondo. La provocazione e l’ironia devastante di quella canzone (Le elezioni) sono uno dei tanti possibili esempi della libertà intellettuale in senso gaberiano: una libertà politically uncorrect, cioè non ipocrita.
Ve ne si potrebbe trarre, e tanti l’hanno fatto, un significato fortemente antipolitico, nel senso peggiore possibile. In fondo Gaber non faceva mistero di non credere “in quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia”. E cosa rappresenta meglio l’immagine dell’italiano qualunque dell’elettore di Gaber, che si reca alle urne leggero, rincuorato dalla regolarità e dall’ordine di quel rito laico capace di farlo sentire a posto con la propria coscienza, per poi intascarsi la matita, dimostrando una totale – e decisamente ridicola – mancanza di senso civico? C’è tutta l’italianità possibile rinchiusa in quella canzone, e la denuncia più acuta che conosca dell’inciviltà latente in ognuno di noi, comune alla grande maggioranza degli abitanti del Belpaese.
Santi, poeti e navigatori, certo. Ma anche partigiani, truffaldini, menefreghisti, campanilisti. Il concentrato di tutti i vizi possibili dell’ homo democraticus. In una parola italiani.
Gaber credeva nella Democrazia? Lo scrivo volutamente con la maiuscola perché mi riferisco all’idea, al principio, e non alla sua maldestra concretizzazione nel nostro Paese. Io credo di sì. Ma probabilmente era troppo intelligente e troppo poco disilluso per poter sperare che quell’ideale potesse mettere radici in un Paese che aveva inventato tutto tranne sé stesso. Che non aveva saputo costruire la sua identità, e quelle regole e quei principi condivisi che sono alla base di ogni convivenza democratica. La visione di Gaber della democrazia in Italia era quella di un di corpo estraneo che non ha mai realmente attecchito. Aveva ragione? Aveva torto?
Non lo so. Di certo chi come noi parla di Caso Italia, si batte per lo spettro della legalità – forse mai tanto evanescente come oggi -, e pratica da sempre quelle forme di democrazia concreta come il referendum, o le lotte non-violente, dovrebbe rifletterci.
C’è forse un partito meno “partito” (in senso classico) di quello radicale? Se c’è non lo conosco. Eppure ribadiamo con forza, come ha fatto recentemente Emma Bonino, che “non siamo mai stati degli extraparlamentari”, e che crediamo nella democrazia formale e nelle sue regole. Che la nostra “rivoluzione liberale”, per cui ci battiamo, non può che essere una rivoluzione che segue le vie della democrazia delle istituzioni e dello Stato. Proprio quella in cui Gaber dimostrava di aver smesso di credere.
Credo che molti, in più occasioni, abbiano avuto la sensazione di battersi per qualcosa che non esiste, o che non è mai esistita. Di coltivare una visione utopica della Democrazia, utopica almeno come quelle di coloro che la democrazia la negano. A me è capitato. Ma non ho mai smesso di crederci. Forse siamo dei pazzi, come qualcuno ci definisce.
O forse in fondo siamo soltanto questo: degli inguaribili ottimisti.


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