“Morire di carcere”: dossier ottobre 2004

La lista dei “morti di carcere” nel 2004 si allunga inesorabilmente: questo mese abbiamo registrato 5 casi di detenuti morti per suicidio e 2 per malattia. Le “storie” raccolte dall’inizio dell’anno sono 80 (45 i suicidi).

Assistenza sanitaria disastrata: 2 ottobre 2004, Carcere di Pisa

Detenuta italiana, di 30 anni, muore nella sua branda durante la notte. Le compagne di cella se ne accorgono solo al mattino, quando ogni soccorso è inutile. Il corpo non presenta segni di violenza, la causa del decesso sarebbe un infarto cardiaco (Indymedia, 5 ottobre 2004).

Suicidio: 4 ottobre 2004, Milano

Francesco Mercuriali, 65 anni, ex primario dell’Ospedale “Niguarda” di Milano, si uccide piantandosi un coltello nel cuore. Era agli arresti domiciliari da 5 giorni, accusato di corruzione e turbativa d’asta. Il primo interrogatorio di Mercuriali, di fronte al Gip Luisa Verga, era fissato proprio per il giorno nel quale si è ucciso, senza lasciare alcuna lettera.
I difensori, tuttavia, non hanno nulla da eccepire sul comportamento di magistrati e inquirenti. Dichiarano che l’ex primario era gravemente malato (un tumore al cervello) e riconducono alla malattia, più che all’imminente interrogatorio, le cause del suicidio. I magistrati non sapevano del tumore (Il Manifesto, 5 ottobre 2004).

Suicidio: 5 ottobre 2004, Carcere di Pisa

Alessandro M., 41 anni, si uccide impiccandosi in cella. Ad accorgersi di quanto era avvenuto sono state le guardie, ma ogni tentativo di rianimare l’uomo è stato vano. La tragedia si è consumata in pochi minuti. L’uomo, che aveva chiesto di stare in cella da solo, ha eluso la sorveglianza delle guardie e si è impiccato usando delle lenzuola annodate fra loro.
Una esistenza difficile, straziata dalla dipendenza dalla droga, che lo aveva visto spesso recluso al Don Bosco sempre per episodi della stessa natura. Padre di una bambina di 4 anni, avrebbe voluto vederla più spesso, nonostante sia i familiari che gli operatori sociali che lo seguivano cercassero di spiegargli i motivi di opportunità che sconsigliavano le visite della bambina al Don Bosco. Negli ultimi tempi l’uomo era particolarmente depresso e per questo ancora più attentamente seguito.
Ma le attenzioni non sono bastate. Martedì sembrava tranquillo, ma, appena le guardie si sono allontanate ha messo in atto il suo piano con le lenzuola, evidentemente preparate durante la notte. La salma è stata composta all’istituto di medicina legale per l’autopsia, mentre sul suicidio è stata aperta un’inchiesta coordinata dal Pm Aldo Mantovani. I funerali si terranno non appena la salma sarà restituita, a spese dell’amministrazione comunale. Ad organizzare la cerimonia saranno gli operatori del carcere (Il Tirreno, 7 ottobre 2004).

Il 5 ottobre al carcere don Bosco di Pisa si è tolto la vita Alessandro, livornese. Alessandro aveva già tentato il suicidio l’8 agosto scorso, ma i suoi compagni se ne erano accorti ed erano riusciti ad impedirlo. Quella notte fu lasciato in cella completamente nudo, solo con il materasso e null’altro.
Alessandro era stato giudicato incompatibile con il sistema carcerario ed era invalido al 100%. Doveva essere fuori dalla galera ma non trovavano nessuno (o forse non lo volevano trovare?) che fosse disposto ad accoglierlo in affidamento. Perché Alessandro non era ricoverato al Centro Clinico del don Bosco, visto che era invalido al 100%? Alessandro è morto 2 ore dopo dal suo tragico gesto: perché nessuno l’ha portato al Pronto Soccorso? (Indymedia, 8 ottobre 2004).

Martedì mattina c’è stato un improvviso subbuglio, medici agenti e infermieri che correvano. Uno si è impiccato, Alessandro M., un uomo di 41 anni, pisano, l’hanno soccorso freneticamente, ma non ce l’hanno fatta. Uno che era entrato e uscito, era stato operaio metalmeccanico, una sequela di reati legati alla tossicodipendenza, questa volta era più disperato, si era separato da sua moglie, aveva una bambina, non sopportava che gli fosse stata tolta, né che, nonostante il tribunale avesse stabilito che potesse vederla una volta alla settimana, non gliela portassero.
Gli stavano dietro, qui dentro, gli avevano parlato anche questa mattina. Ha ingannato tutti, forse anche se stesso. Impiccarsi a un lenzuolo alle 11 di mattina è una cosa che non si fa. Non ha lasciato lettere: deve aver pensato che fosse superfluo. Forse contava di scriverne una e spedirla. Ha lasciato 48 euro, 12,08 li aveva impiegati per l’ultima spesa, che gli sarebbe arrivata domani.
La copio, qualcosa vorrà dire. Francobolli per lettere, 1. Buste bianche, 1. Nutella, grammi 54, zucchero, un pacco, 2 scatole di tonno, Alfa con filtro, 3 pacchetti, 1 bomboletta di gas
(Alessandro ha lasciato 48 euro, di Adriano Sofri, Panorama 11 ottobre 2004).

Suicidio: 13 ottobre 2004, Carcere di Bergamo

Detenuto italiano, di 50 anni, si uccide impiccandosi. L’uomo, che divideva la cella con un altro detenuto, poco prima delle 23 avrebbe detto al compagno che andava al bagno, posto all’interno della stessa cella. Dopo diversi minuti di attesa, non vedendolo tornare, l’altro detenuto si è allarmato ed è andato a controllare facendo così la macabra scoperta: il cinquantenne si era impiccato, pare utilizzando delle lenzuola annodate. Subito è scattato l’allarme, ma i soccorsi sono stati inutili.
L’uomo era in carcere per scontare una condanna a 10 anni per abusi sessuali nei confronti della figlia, quando questa era minorenne. Era stata proprio lei a denunciare il fatto. Il padre era stato allontanato dalla famiglia e rinchiuso in carcere il 17 luglio, dopo un processo in direttissima per violazione di domicilio e minacce. Il 29 settembre la condanna per abusi sessuali. Quel giorno davanti ai giudici l’uomo aveva detto: “Ho sbagliato, chiedo perdono alla mia famiglia”. E la famiglia, dopo la condanna, aveva manifestato la propria disponibilità a riaccogliere il congiunto (L’Eco di Bergamo, 15 ottobre 2004).

Suicidio: 17 ottobre 2004, Carcere di San Vittore (MI)

Giancarlo Valtorta, 54 anni, si impicca a una grata in una cella del reparto “infermeria” di San Vittore. Lo trovano così intorno alle 3 di notte. Il 27 aprile scorso aveva ucciso la moglie a coltellate e, dopo aver vagato per la città alcune ore, aveva confessato l’omicidio chiamando il 113. Erano scattate le ricerche e poco dopo l’uomo era stato rintracciato e arrestato dai Carabinieri.
Agli investigatori aveva raccontato la vita di frustrazioni e un amore finito dalla moglie Bruna Melandri, da cui era separato da alcuni mesi. Quando la donna gli aveva detto che aveva un’altra relazione lui l’aveva ferita a morte con un coltello da caccia. A San Vittore per un periodo era stato detenuto nelle celle riservate alle persone considerate a rischio, poi era stato spostato al quarto reparto nelle celle denominate infermeria, dove sono ospitati i detenuti che non hanno situazioni croniche di pericolo (Repubblica, 20 ottobre 2004)

Assistenza sanitaria disastrata: 30 ottobre 2004, Cagliari

Giuseppe Paderi, 53 anni, muore all’Ospedale Civile “San Giovanni di Dio”, dove aveva da poco ottenuto gli arresti domiciliari a causa di una grave malattia, di cui soffriva da tempo. L’uomo stava scontando una pesante condanna, per una rapina commessa a Milano.
Negli anni della carcerazione, Beppe Paderi aveva messo a frutto l’indole artistica e creativa e si era scoperto pittore, allestendo anche qualche mostra personale dei suoi quadri. La malattia gli ha negato ogni ipotesi di libertà (L’Unione Sarda, 1 novembre 2004).

Suicidio: 31 ottobre 2004, Carcere di Perugia

A.G., detenuta italiana di 56 anni, viene ritrovata morta in cella. Secondo indiscrezioni non ancora confermate, la donna si sarebbe uccisa, impiccandosi in un bagno. Quando è stata trovata ormai non c’era più nulla da fare. Era originaria di Salerno, ma residente a Prato, e attualmente reclusa nel carcere femminile di Perugia. Ieri mattina il cadavere di A.G. è stato trasportato all’obitorio dell’ospedale di Monteluce, dove sarà sottoposto a perizia autoptica (La Nazione, 2 ottobre 2004)


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