Le giovani voci che l’Italia non ascolta

di Vannino Chiti – l’Unità, dal sito dei DS

Il dibattito che si è sviluppato su l’Unità attorno al tema delle giovani generazioni, ha avuto alcuni meriti. Ha affrontato la questione non solo in relazione alla politica o ai partiti ma alla società. È un dato che le giovani generazioni devono trovare spazi per ruoli di direzione nei partiti: è una condizione essenziale per costruire il futuro di una forza politica.

Per i Ds il prossimo congresso dovrà servire anche a questo. Di più: abbiamo bisogno non semplicemente di una generica apertura alle giovani generazioni, ma in particolare di una fortissima volontà di garantire funzioni di responsabilità, nel partito e nelle istituzioni, alle ragazze ed alle donne. Abbiamo iniziato a farlo con le elezioni europee: ma non deve rappresentare un caso isolato. Il riformismo della sinistra, i suoi valori e contenuti; la capacità della nostra democrazia di rappresentare il paese, passano attraverso un’ampia promozione di quadri femminili.

L’aspetto più interessante della discussione ha riguardato quelli che un tempo si sarebbero definiti gli orientamenti culturali delle giovani generazioni; ed anche le speranze e gli spazi concreti che i giovani hanno nella società italiana. Le generazioni che vanno dalla adolescenza ai trent’anni, presentano tra loro un tratto comune e molte, profonde differenze. Non sono generazioni di “ex”. Hanno maturato le loro esperienze politiche in un’Italia che non aveva più i partiti protagonisti della prima fase di vita della Repubblica; in un’Europa che aveva dietro di sé i blocchi militari contrapposti e la sovranità limitata. Le generazioni dei trentenni hanno conosciuto però la crisi delle certezze, la controffensiva neo-liberista delle destre, la sfiducia verso i partiti seguita qui da noi a tangentopoli. Soprattutto a differenza delle generazioni che si erano affacciate alla politica nei primi anni settanta, non hanno avuto valori di riferimento condivisi, che proponessero una solidarietà credibile. Hanno avuto a disposizione il miraggio del successo ad ogni costo ed una realtà che al contrario li escludeva, ampliando i momenti di solitudine, spesso il vuoto di senso.

Gli adolescenti e i ventenni sono partecipi, da alcuni anni, della ricostruzione, anche se incompiuta, di alcuni modelli ideali di riferimento: la critica alla globalizzazione neo-liberista; la scelta della pace e per la stragrande maggioranza della non violenza. Posso sbagliare ma credo che si tratti di orientamenti che fondano una identità, un comune sentire a livello sovranazionale, che gettano un seme di speranza nel futuro. Naturalmente caricano anche di responsabilità nuove noi, la sinistra del ventunesimo secolo: la sfidano nella capacità di dare contenuti politici concreti, orizzonti visibili a queste aspirazioni e valori. Vi è comunque un ritorno alla politica nella società, in particolare nei giovani: vi è un bisogno di partiti e di partecipazione, che deve essere colto.

E veniamo alla nostra società. Quella italiana è nei fatti sorda e chiusa nei confronti delle giovani generazioni. Le condizioni materiali di vita, con un benessere raggiunto dai genitori ma dal quale si rischia ora di essere ricacciati indietro; le pigrizie culturali ed un familismo arcaico; le scelte negative dei governi di destra, portano i giovani a rimandare a trent’anni e oltre la scelta di assumere piena responsabilità e autonomia. Non si va fuori dalla casa dei genitori; non si forma una nuova famiglia; non si compie la scelta di mettere al mondo, ancora giovani, dei figli. Sta qui una differenza netta rispetto ai coetanei del Centro-Nord dell’Europa. Del resto il lavoro è sempre più precario, non flessibile. Le professioni hanno ordinamenti degni di caste feudali, che, a differenza dell’Europa, imprigionano la voglia di fare dei giovani e li rendono subalterni e sfruttati in anni preziosi per costruire la loro vita.

Il prestito d’onore, con il quale sperimentare l’avvio di una propria autonomia, è bandito dalle destre italiane, liberiste soltanto nel distruggere le politiche di solidarietà e giustizia sociale, colpevoli del furto della stessa speranza di futuro. Le statistiche dicono che dagli anni settanta in poi l’Italia non ha mobilità e dinamismo sociale: ciò naturalmente suona severa critica anche per la sinistra e per il sindacato, che devono interrogarsi attorno alla necessità di scelte innovative, discontinue. Quanti sono i giovani iscritti ai partiti della sinistra e quanti quelli che aderiscono al sindacato? Quanti sono quelli che lo incontrano e lo sentono utile come alcuni decenni fa? La scuola, la formazione permanente sono un punto cardine. Il governo di destra vuole mettere in crisi la scuola per l’infanzia e quella primaria, che funzionano, anziché operare con efficacia sulla media dell’obbligo e sulle superiori. La scelta a tredici anni tra istruzione e formazione, anziché un’attenta politica contro gli abbandoni e per un obbligo formativo a diciotto anni, accentuerà i caratteri di staticità sociale e di iniquità della società italiana. Il centrosinistra dovrà approvare subito, se vincerà le elezioni, ed attuare quella Carta dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, che dà regole alla flessibilità e punta su lavori stabili e di qualità. L’assenza di certezza di lavoro e di reddito non dà certo slanci di vita.

La sfida di fondo resta quella di aumentare fino ai livelli dei paesi europei, il tasso di attività della popolazione, che poi vuol dire, in concreto, creare condizioni di accesso al lavoro per le ragazze.
Le giovani di oggi studiano con molta grinta; pretendono giustamente di inserirsi alla pari con i ragazzi nelle attività professionali; non vogliono rinunciare alla famiglia ed agli affetti. Lo stato sociale deve essere ripensato a partire da questi bisogni e deve essere anche capace di liberare parte del tradizionale lavoro domestico, creando nuove opportunità di occupazione. Del resto il nostro futuro è nella capacità di costruire la società della conoscenza e questo obiettivo non sarà raggiungibile se più della metà dei cittadini – le donne – ne rimanessero di fatto escluse.

Per l’Italia il permanente dualismo Nord-Sud e l’insufficiente tasso di attività della popolazione sono ostacoli da rimuovere, per imboccare con decisione la strada di uno sviluppo sostenibile, che è l’altro nome della società della conoscenza. Le domande dei giovani ed in particolare delle ragazze si mostrano così per quello che realmente sono: questioni generali, la cui soluzione è indispensabile per dare all’Italia fiducia nel futuro, uno sviluppo fondato sull’innovazione, una qualità della vita più alta. Per tutti.


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