Eternal Sunshine of the Spotless Mind

Ore 15.25 del 27 ottobre 2004: scoppia a Roma, quartiere Prati, una pioggia torrenziale. Passa di lì Marianna Mascioletti, che, terrorizzata dai tuoni e dai fulmini nonostante abbia 21 anni suonati, decide di rifugiarsi in un cinema dei paraggi.

L’unico film che si proietta a quell’ora, “Se mi lasci ti cancello”, sembra, dal titolo, la solita commedia romantica americana, ma visto che i protagonisti sono Jim Carrey e Kate Winslet, due dei miei attori preferiti, mi decido a spendere questi cinque euri in cambio di due ore al riparo dalla pioggia.

In realtà, scopro, il titolo originale della pellicola è “Eternal sunshine of the spotless mind”, un verso di Alexander Pope* traducibile con “Lo splendore eterno della mente immacolata”, un po’ complesso e vabbè, tradotto da quegli intelligentoni di noi italiani con uno slogan degno delle campagne di Forza Italia. Promette bene.

Comincia. Suona una sveglia, un Jim Carrey semidistrutto (Joel) si alza da uno sbilenco divano-letto, fuori nevica, è San Valentino e lui è solo. Senza capire bene perché, chiede un giorno di malattia al lavoro e prende un treno per una località di mare, dove incontra una spigliata Kate Winslet (Clementine) dai capelli blu, con cui scatta un feeling immediato.

Fin qui, non fosse per la regia fredda e impietosa di Michel Gondry, insolita per un filmetto d’amore, non ci sarebbe nulla di strano, se non un grumo indefinibile di angoscia, forse meglio dire “straniamento”, che scaturisce da ciò che dicono e fanno i personaggi: parole, atti, gesti lievemente illogici, che lasciano disorientato lo spettatore (non il vecchietto accanto a me, però: quello dormiva, russando di gusto, da prima che iniziasse il film). D’altra parte Gondry è stato regista di alcuni video di Bjork, e quindi c’è poco da stupirsi… Ma questo è solo l’antefatto.

Ben presto la storia diventa sempre più simile ad un incubo: Joel scopre che Clementine, dopo una lite, si è sottoposta ad un lavaggio del cervello per cancellarlo dai propri ricordi. Ferito, decide di fare lo stesso, ma, nella notte in cui due tecnici pasticcioni effettuano l’eliminazione dei ricordi dalla sua mente (e in cui, attorno a lui che dorme anestetizzato, succede di tutto di più), il suo inconscio scopre di amare ancora l’imprevedibile Clem’ dalla chioma arcobaleno. Inizia allora una surreale, tragicomica corsa contro il tempo da parte dell’inconscio di Joel, per salvare in qualche punto nascosto del cervello un ricordo di lei. Gli impietosi tecnici e dottori, però, inseguono quei brandelli di memorie, facendo crollare diroccati gli ambienti in cui via via le proiezioni di Joel e Clementine si rifugiano (colpo di genio dello sceneggiatore, magnificamente realizzato dagli scenografi).

La vera e propria trama del film, in effetti, si riduce ai minuti iniziali e finali: il resto è costituito dai ricordi di Joel, i più recenti pessimi, i più remoti, invece, dolci e struggenti. Mille volte le “scene da un matrimonio” evocate nel processo di cancellazione potrebbero scivolare nell’ovvio: lei che vuole un figlio e lui no, lei che parla e lui che non ascolta, lei che beve come un tifoso inglese e lui che si scandalizza, lei che gli comunica tutto quello che le passa per la testa e lui che si chiude a riccio e non parla mai di sé, e prima ancora le cene cinesi sul divano di casa, le parole sussurrate sotto le coperte, i viaggi improvvisati, le notti all’addiaccio perché è più romantico così…chiunque, cinefilo o no, potrebbe recitare pressoché tutta la litania a memoria. Magari i miei e i vostri ricordi belli sono completamente diversi da quelli di Joel; quelli brutti, quelli delle difficoltà e delle incomprensioni, sono sempre, sorprendentemente simili per tutti.

Ma, al di là della storia, il cui finale lascio scoprire a voi, quello che rende tutto originale e che fa riflettere per parecchio tempo dopo che i titoli di coda hanno finito di scorrere è proprio il senso di straniamento di cui parlavo all’inizio. E’ come assistere ad una pièce di teatro dell’assurdo, si vorrebbe ridere ma non si riesce, si vorrebbe essere solo spettatori e invece ci si ritrova trascinati dentro la rappresentazione, e più i fatti rappresentati diventano irreali, illogici, assurdi, più ci si sente proprio malgrado coinvolti, senza capire perché.

E quando arriva la conclusione del film…beh, non riesco a tirare un sospirone di sollievo, perché non posso fare a meno di vedere, dietro l’apparente happy ending, un fondo di inquietudine che rimane e che si può forse riassumere così: nessuno può mai controllare del tutto la propria mente. Il che sembra scontato, ma se solo ci si riflette un po’ di più se ne coglie la portata sconvolgente e destabilizzante. Siamo esseri solo apparentemente razionali, in realtà guidati da forze interiori oscure e incomprensibili anche a chi la mente umana studia: è il nostro inconscio che decide cosa ricordare e cosa dimenticare, e che valore dare a ciascun ricordo. E, pensandoci bene, non è tanto tranquillizzante che la Terra sia solo un puntino nello spazio infinito, e i suoi abitanti non possano vivere in altro modo che lasciandosi controllare da ciò che è dentro di loro e che ciononostante non possono controllare.

E adesso, visto che sono le 3 di notte, beh, la posso anche finire qui.

* Poeta inglese del ‘700.


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