L’epistemologia di Croce

Di Luigi Pavone

Siamo alle solite. L’autolesionismo degli italiani è proverbiale. Anche nel mondo della cultura. Così non mancano intellettuali italiani pronti a screditare quanto la cultura italiana produce e ha prodotto, con l’aggiunta delle solite e fastidiose genuflessioni verso quanto si produce all’estero. Il problema vero è che questo passatempo è spesse volte praticato a sproposito, a scapito degli stessi interessi della cultura. E per di più contro Croce e Gentile l’arte dell’ingiuria si è appiattita a tal punto da diventare sciatta, insulsa. C’è financo impudicizia nell’affermare che la filosofia della scienza di Croce è espressione di un atteggiamento antiscientifico che alla scienza nega autonomia e dignità gnoseologica. Eppure c’è ancora chi lo sostiene. Giulio Giorello sulle pagine dell’ultimo numero di Corriere magazine.
Rimbrottando Remo Bodei, che sulle colonne del Corriere della sera aveva dichiarato che spetta alla filosofia la qualità del dubbio, come proprietà che la differenzia dalla scienza, o per meglio dire dalle scienze, il filosofo Giulio Giorello – epistemologo, ordinario di Filosofia della scienza presso l’Università di Milano – scrive che Bodei sbaglia ad affermare quale criterio di demarcazione tra scienza e filosofia il principio secondo cui la scienza si costituisce come dominio della certezza e la filosofia come dominio del dubbio.
Ovviamente sono d’accordo con lui nel sostenere l’inadeguatezza di questo criterio. Tuttavia Giorello si muove in un’ottica in cui la distinzione tra scienza e filosofia tende a perdere consistenza. Non si capisce infatti la sostanza del terreno proprio della filosofia di cui egli parla nel suo articolo e che sarebbe continuamente sfidato dalla scienza. In questa prospettiva alla filosofia spetta tutt’al più il compito di capire come funziona la scienza, nella consapevolezza che tale funzionamento non è vincolato ad alcun sistema  cognitivo che la filosofia possa stabilire aprioristicamente.
Contro un certo modo di intendere la scienza come sapere senza qualità – e secondo Giorello alla categoria dei filosofi denigratori della scienza appartengono a pieno titolo Croce e i crociani – l’articolo in questione cita C. S. Peirce e K. R. Popper, cioè rispettivamente il pragmatismo e il falsificazionismo. Ma è proprio vero che l’epistemologia di Croce sta agli antipodi di queste filosofie della scienza? O non c’è invece una sostanziale convergenza tra il concetto della scienza elaborato da Croce e le tesi del pragmatismo e del falsificazionismo?
Sebbene in modi diversi, l’epistemologia contemporanea  è impegnata in una progressiva demistificazione della scienza che passa attraverso alcuni momenti centrali, come ad es. la critica all’apriorismo kantiano, la crisi del principio di verificazione, la negazione dello speciale statuto epistemologico accordato alle proposizioni protocollari etc. Ebbene, c’è una profonda sintonia tra queste elaborazioni e la collocazione delle scienze naturali nella forma pratica dello Spirito, segnatamente nella forma speciale dell’economico – tanto contestata a Croce quale ennesima riprova del carattere antiscientifico dell’idealismo. La scienza è dunque prassi. La sua finalità è economica. Sì che la filosofia della scienza di Croce risponde in fondo alle stesse esigenze di fluidità che animano l’epistemologia contemporanea: la prassi è per eccellenza la sede della libertà e della contingenza. Ed è altresì in accordo con l’epistemologia evoluzionistica: la prassi è anche la sede dei bisogni, e innanzitutto del bisogno di adattamento. Ma per Croce la prassi non è soltanto questo: ad essa appartiene anche l’errore. L’errore è pertanto in qualche modo consustanziale alla ricerca scientifica. E non dice qualcosa di molto simile Bachelard quando afferma che tutte le teorie scientifiche proiettano da qualche parte ombre, cioè fuor di metafora l’errore?
Certamente, per Croce allato delle scienze c’è la filosofia. E sotto questo aspetto filosofi diversissimi si muovono nella stessa direzione percorsa da Croce. Qualche esempio. Secondo Husserl, l’atteggiamento naturale, in cui si costituisce il sapere scientifico, non è l’unica fonte di conoscenza, e ad esso si contrappone la visione originalmente offerente. Secondo Bergson al metodo cinematografico della scienza, che ha essenzialmente carattere pratico, si contrappone l’intuizione metafisica. E poi Heidegger.
Insomma, a quanto pare, la tesi del carattere pratico della conoscenza scientifica, del carattere rivedibile delle teorie scientifiche, è valida a condizione che non sia Croce a sostenerla.
Giorello lamenta inoltre il fatto che la diffusione del neoidealismo in Italia ha condotto ad una politica antiscientifica. Ma all’idealismo si devono aggiungere la cultura cattolica e tanti altri fattori. E non è detto che in questo l’idealismo abbia giocato il ruolo più decisivo. Se non che, l’errore di Giorello è quello di spacciare un semplice fatto per logica necessità. Dall’idealismo non discende necessariamente l’istituzione di un ordinamento degli studi ostile o contrario alla scienza, o in generale una politica volta a boicottare il progresso scientifico. Questa necessità non c’è. Non c’è in Croce, come non c’è in Gentile. E non c’è neanche in Husserl, Bergson, Heidegger. Filosofi la cui intelligenza della scienza ha molti punti di convergenza con il neoidealismo italiano.


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