Poggioreale, il Ministero assicura: ’’Ci occuperemo di Gaetano”

di Giuliana Caso, da “L’Articolo”, dorso campano de L’Unità – segnalato da Rosalba

Nell’impenetrabile mondo delle carceri esiste uno spiraglio che supera la burocrazia, le funzioni e i ruoli; esistono, oltre gli istituti, gli uomini. E tale ci è parso il coordinatore dello staff sanitario del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il dottor Giulio Starnini. Al Dipartimento fin dai tempi di Giovanni Conso, è in altre parole il responsabile della sanità penitenziaria italiana.

Dottor Starnini, è a conoscenza del caso di Gaetano Ruggero che nel carcere di Poggioreale rischia di perdere la vista?

«Preferirei non parlare del caso specifico, perché personalmente ritengo che non sia giusto parlare di chi è riuscito ad avere l’attenzione dell’opinione pubblica, sia per il rispetto dell’individuo, sia perché eticamente e moralmente ritengo che i problemi riguardino il contesto generale».

Va bene, allora ci dica se nelle carceri italiane è garantito il diritto alla salute.

«Lo è nella stessa misura in cui è tutelato il diritto alla salute al di fuori del carcere. Voglio chiarire un aspetto importante: il sistema sanitario penitenziario è un sistema pubblico, delegato alle regioni. Ma non abbiamo una sanità pubblica né uniforme né omogena, bensì sanità che si manifestano in base alle forze che le singole regioni sono in grado di esprimere. Questa realtà forse negli istituti penitenziari è invece un pochino più omogena. Avendo ottenuto a livello centrale la competenza di indirizzo e di programmazione, forse, paradossalmente, riusciamo ad assicurare una omogeneità maggiore».

Ma anche voi, di conseguenza, avete subito vigorosi tagli al bilancio?

«Negli ultimi dieci anni la diminuzione della percentuale di risorse destinate alla popolazione detenuta è stata del 30%. L’anno scorso questa emorragia si è fermata, ma arrestarla non è sufficiente, bisogna fare anche delle trasfusioni. Il dipartimento si sta battendo per ottenere risorse in termini di personale, di organizzazione, di apparecchiature, farmaci, perché le difficoltà sono presenti in tutto il sistema, ovviamente».

Perché oggi la situazione delle carceri è così drammatica? Solo per una questione economica?

«Abbiamo gli istituti penitenziari pieni di persone con problematiche sanitarie enormi, perché i nostri istituti sono tappezzati dalle buone leggi del nostro paese. Vogliamo parlare della 180? Vogliamo parlare del perché il disagio psichico è così diffuso negli istituti? Del perché ci sono il 30% dei tossicodipendenti? 17% di immigrati? Ci ritroviamo a dover fronteggiare situazioni sanitarie che forse non era proprio il carcere a dover affrontare».

Allora, dal quadro che lei ci fa la situazione sembra senza soluzione; quale può essere la via d’uscita?

«L’unica sinergia possibile è il principio di sussidiarietà. Le regioni devono collaborare, riempendo quei vuoti che inevitabilmente si sono venuti a creare. Con la Regione Campania è stato sottoscritto un protocollo d’intesa che dovrebbe, tra le altre cose, aprire un canale tra le carceri e le strutture sanitarie».

Ora infatti il rapporto è difficile, a tratti quasi ostile, con il risultato che i detenuti non vengono affatto curati.

«Dal punto di vista del personale il detenuto dà fastidio; la scelta deve essere un’altra: reparti ospedalieri dedicati, come quello che stiamo costruendo all’ospedale San Paolo di Milano, dove c’è un reparto che si chiama Medicina 5, c’è una presenza di polizia discreta, e queste persone sono ricoverate all’ospedale come gli altri pazienti. Ma ce ne sono anche altri. Questa è la strada, perché chi va in carcere non perda il diritto alla salute».

Forse a Milano non lo perde, ma a Napoli sicuramente sì…

«A Napoli le situazioni contingenti fanno sì che questo diritto sia oscurato molte, molte volte. Non andiamo a negare l’evidenza, lavoriamo perché questo non accada. La strada è quella di adattare i reparti, e l’altra, ancora più semplice, di portare personale in orario di servizio nelle carceri. Nel concreto se la Regione Campania organizza questo servizio, e il protocollo d’intesa si sta muovendo in questa direzione, se le Asl impegnano le risorse che già hanno per mandare proprio personale, allora si potrà davvero parlare di diritto alla salute. Del resto, c’è una legge del ’93 che già prevedeva questi reparti ospedalieri dedicati».

Legge, mi sembra di capire, non applicata?

«Come tante altre cose…»

Per concludere, cosa si sente di dire a Gaetano Ruggero, e ai tanti Gaetano che ci sono in carcere?

«Di comunicarci queste storie, perché noi non lasciamo perdere nessuna delle vicende personali di cui veniamo a conoscenza. Questo è un obbligo morale ed etico. Interverremo quanto prima, perchè non si aggiunga danno a danno».

Ora questa storia gliel’abbiamo raccontata noi…

«E di questo la ringrazio».

Ci risentiamo tra qualche giorno e ci dice anche come ha risolto il caso di Gaetano?

«Assolutamente sì. Anche la stampa può fare molto per far sì che si possa migliorare il livello di assistenza nelle carceri».


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