Le radici religiose del liberalismo

Di Massimo Messina

Il 3 settembre scorso è stata pubblicata, sotto il titolo “Cattolicesimo e Liberalismo”, una lettera a me personalmente rivolta di Luigi Pavone. Non è soltanto il sentirmi tirato in ballo che mi spinge a chiederVi di pubblicare una mia risposta, bensì l’interesse che nutro per l’argomento.
Innanzi tutto esprimo la mia sorpresa per essere da Luigi chiamato “amico scomparso”, dato che sapeva benissimo dov’ero e come rintracciarmi.
Entrando nel merito, Luigi scrive giustamente che io sono “fiducioso e ottimista circa la possibilità di accordare il Cattolicesimo con il Liberalismo” (perchè le maiuscole?). Sempre più mi convinco che, non solo un accordo sia possibile, ma addirittura necessario, in quanto nessun liberalismo può reggere senza una fede in altro rispetto a miopi convenienze a breve periodo, ma più che altro perchè nessun cattolicesimo che non voglia tagliare le proprie radici ebraico-evangeliche può permettersi coerentemente di non essere liberale in questa fase della storia dell’umanità.
Luigi segue le etichette che volgarmente sono usate dai giornali quando scrive “confronto tra laici e cattolici”. Un cattolico non può non essere laico e laico perchè credente, seguendo il principio evangelico di separazione tra Cesare ed il divino. Ne segue che non necessariamente un peccato sia un reato e l’attuale tendenza del nostro Legislatore a produrre norme che, invece, sono basate su questa equazione esprime quanto ci si allontani dal Vangelo piuttosto che il contrario, così come l’attuale atteggiamento vaticano di ingerenza nella legiferazione degli Stati altro non è se non un retaggio clericale che contraddice non solo le Scritture, bensì anche la “Tradizione”, ovvero le elaborazioni dei padri della chiesa. San Tommaso, ad esempio, ritiene che le leggi civili debbano avere come scopo la convivenza sociale, non la salvezza delle anime. Le attuali posizioni vaticane contraddicono anche lo spirito pragmatico delle norme dello Stato della Chiesa, che tolleravano la prostituzione.
Luigi scrive che “il rapporto conflittuale tra laici e cattolici resta decisivo, in quanto espressione di due diversi modi di rapportare l’esistenza al progresso, o per meglio dire all’essenza del progresso, cioè alle sue intrinseche finalità”. Non mi sento per nulla in conflitto con me stesso se, non solo sono laico e credente contemporaneamente, ma addirittura fondo il mio liberalismo libertario sulle mie convinzioni di fede. Infatti sono laico perché, ribadisco, distinguo evangelicamente tra Stato e fede e sono libertario perché nonviolento, come la mia fede mi impone di essere.
Luigi scrive che “la libertà pensata e vissuta nell’ambito della modernità differisce essenzialmente dalla libertà che sta al centro della proposta morale metafisica o teologica”. Se la “modernità” è il liberalismo e la “proposta morale” è quella nonviolenta, le due cose non possono che incontrarsi, come ben hanno notato e vissuto sulla propria pelle i gandhiani del Partito Radicale. Se la teologia si fonda sulla rivelazione del Sinai, rifiuta ogni idolatria, anche quella di pretendere di conoscere fin nei dettagli il volere divino circa la legislazione civile e, quindi, impone umiltà e, di conseguenza, nonviolenza. Proprio il postmoderno che cita Luigi impone la fine della stupida contrapposizione tra laici e credenti, altro che “conflittualità di fondo tra cultura moderna e cultura tradizionale”!
Il pensiero liberale si fonda su concetti astratti quali “individuo”, “libertà”, “uguaglianza”, alla formulazione e sviluppo dei quali ha contribuito grandemente la rivelazione giudaico-cristiano-islamica. L’ordinamento divino del mondo, citato da Luigi come credenza che ostacola il liberalismo è per me causa di liberalismo, poiché seguire lo spirito della rivelazione del Sinai mi conduce fino ad un libertarismo che non può non essere radicale poiché antiidolatrico e, come spiegavo, è idolatria pretendere di conoscere il volere divino circa i singoli commi delle leggi statali. Il libertarismo politico “moderno” è per me il contenuto dell’imperativo etico rivelatomi dalla divinità.


Comments are closed.