I limiti del relativismo – Dal terzomondismo a Fini

Di Luigi Pavone

Di relativismo etico ormai si parla frequentemente, e a ragione. Le occasioni sono tante. Dalla guerra in Iraq per esportare la democrazia all’uscita dell’ultima opera cinematografica di Almodòvar. Dal dibattito sulle radici cristiane dell’Europa al caso Buttiglione. Per non parlare del dibattito bioetico sulle possibilità e i limiti della procreazione medicalmente assistita e della ricerca scientifica. Solitamente al relativismo etico si accompagna un’altra parola: nichilismo. Se non che, quando si parla di relativismo o di nichilismo, molte cose restano non dette, e con molta facilità, in luogo della riflessione, domina la polemica, che per lo più assume le vesti del dibattito polemico tra laici e cattolici. È una lacuna che qui non è possibile superare. Un passo innanzi può però essere compiuto. Qualche anno fa lo psicologo culturale Giuseppe Mantovani pubblicava L’Elefante invisibile, che è anche un saggio di antropologia culturale. Le questioni affrontate sono quelle relative alle diversità culturali e alla presunta superiorità dei valori occidentali. G. Mantovani ritiene di poter affermare che i risultati della psicologia culturale e della antropologia culturale sono sufficienti a escludere la tesi della superiorità dei valori della civiltà occidentale – valori in senso lato, cioè categorie, principi, istituzioni sociali, politiche etc. Secondo Mantovani l’antropologia culturale conduce a questo, cioè al c.d. relativismo etico, che non si limita – ed è questo il punto – ad affermare che esistono diversità culturali, a volte anche radicali, insuperabili. Il relativismo etico non si limita ad affermare che i concetti etici di bene e male si costituiscono e si determinano concretamente all’interno di orizzonti culturali storicamente e geograficamente determinati, ma va anche oltre: in quanto storicamente condizionati, tutti i valori si equivalgono. Se questa equivalenza significa che tutti i valori sono prodotti della contingenza… niente contro le tautologie. Se invece l’equivalenza intende esprimere un contenuto nuovo, rispetto alla contingenza dei valori, si tratta di capire in che cosa consiste questa novità. Ciò che solitamente si tende a trascurare. E la novità consiste in un giudizio di valore, che i relativisti, contravvenendo ai loro stessi presupposti, innalzano al di sopra della storicità a cui intendono vincolare l’etica. Anche il giudizio sulla equivalenza di tutte le civiltà è cioè un giudizio di valore che non può trascendere la dimensione storica in cui sorge. A questo giudizio invece i relativisti ascrivono indebitamente una validità universale. Quella validità che i terzomondisti di ieri e di oggi pongono a fondamento metafisico delle loro scelte politiche di non trasformare sudditi oppressi in cittadini liberi. Anche recentemente, in un dibattito televisivo, Giuliano Ferrara domandava a Massimo Fini – giornalista, scrittore, un po’ filosofo – se è giusto che una adultera venga lapidata. Risposta: dipende dal contesto. E se è giusto che un uomo venga condannato senza processo. Risposta: vedi sopra. Anche l’infibulazione, a quanto pare, è un fatto di cultura da rispettare come tale. Al comitato nazionale dei Radicali Italiani questa idea è stata aspramente criticata in alcuni interventi, compreso quello della leader radicale E. Bonino, che contro l’infibulazione conduce da tempo una nobile battaglia. Nobile, anche se Fini potrebbe con ogni probabilità definirla violenta e non rispettosa delle culture altre. Lo ripeto: anche questo è un giudizio etico.


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