Fecondazione ed etica laica

Articolo di Elisa Benzoni dedicato ai promotori del referendum, pubblicato su Mediaquotidiano

E’ più facile parlare di referendum sulla procreazione assistita. E’ più facile parlare di una legge in parte contraddittoria. Più facile parlare di un provvedimento circostanziandolo, limitandosi ai problemi pragmatici che apre. Insomma, se la mettiamo sui diritti della donna, su quelli del malato, su quelli della procreazione, il risultato sembra essere una formula matematica.

Questa legge impedisce la fecondazione eterologa: se solo una persona nella coppia è sterile, perché impedire all’altro di procreare? Questa legge impedisce di fare ricerca sulle cellule staminali dell’embrione: come facciamo a far progredire la ricerca e a cercare di guarire persone che si trovano in una situazione di sofferenza? Questa legge impedisce qualsiasi pratica di indagine embrionale: perché non garantire a una coppia portatrice sana di malattia di avere una progenie in salute? Messa così, messa come la mettono i radicali e non solo loro, le considerazioni sono ovvie: bisogna, tramite il referendum, o tramite un altro provvedimento legislativo, abrogare una legge ingiusta. Punto.

Ma cerchiamo di andare al di là di questo approccio pragmatico, cerchiamo di immettere in questa discussione un altro elemento: il dubbio. Inserire questo fattore non è un esercizio velleitario, perché la questione è, e rimane, questione etica. Questione cioè che ha a che fare con il mistero della vita, che riguarda inevitabilmente le nostre coscienze. Nessun dubbio hanno invece i sostenitori del referendum, ed è questo che ci ha allarmato più di altro. Nessun dubbio – dicevamo – perché elidono interrogativi che invece a noi paiono ineludibili. E partiamo dal dibattito.

I comitati a favore del referendum hanno chiesto una cosa sacrosanta; cioè che in Italia si aprisse sulla questione un dibattito franco che, almeno in parte, si è aperto. Ma si è aperto solo a livello pragmatico, diretto cioè in un’unica direzione: quella a cui accennavamo in apertura. Il salto non c’è stato: diritti della donna, del malato, diritto alla procreazione e per converso si è preferito tacciare, chi di qualche dubbio si faceva carico, di essere talebano, oscurantista, medioevale e comunque troppo influenzato dalla morale cattolica. Al contrario i dubbi che vorremmo risvegliare sono tutti all’interno dell’universo laico. Perché è la questione che è alla base del nostro ragionamento, ad essere laica: qual è la società che vorremmo costruire; quali sono i valori che vorremmo lasciare ai nostri figli.

Perché – e lo diciamo per inciso, sapendo che comunque tutti i protagonisti della vicenda vogliono una regolamentazione della procreazione assistita – lo Stato deve con le sue leggi avere una visione d’insieme su dove vuole andare e, soprattutto, su cosa vuole che la società sia. In gioco c’è la società di domani. Il messaggio etico e morale – involontario e in buona fede, è nostra convinzione – che i comitati referendari hanno dato è che la malattia è l’eccezione, è il non normale, è il deprecabile, è la sciagura da evitare con ogni mezzo. Questo perché dire che “si ha il diritto di procreare un figlio sano” vuol necessariamente dire dare alla salute un’accezione valoriale positiva e la conseguenza naturale è la malattia come un disvalore. E non è che non ci siano stati segnali da parte dei malati in questo senso. Semplicemente la battaglia referendaria ha ignorato questa voce riportando nuovamente tutto su un piano pragmatico: “saranno per primi i malati a giovare dei passi in avanti della ricerca”. Se poi questo vuol dire considerarli come il frutto di un errato posizionamento del caso, pazienza.

Qui non si sta discutendo la buona fede di chi si è impegnato in prima persona per abrogare la legge, qui si sta discutendo sullo sbagliato – questo sì – modo di porre un problema, eludendo domande con risposte inadeguate. E c’è dell’altro, o forse non proprio dell’altro. Parlavamo delle indagini sulle malattie degli embrioni. Facciamo uno sforzo e immaginiamo che tra 20, 30 o 100 anni l’indagine prenatale permetterà lo sceening completo delle malattie che potranno essere contratte dai nostri figli (non crediamo sia un’ipotesi tanto lontana dalla realtà). Quale sarà allora il livello di accettabilità di una malattia: una disabilità parziale, ma non una completa? Quanto potremo accettare e quanto rifiutare? Il quanto è il Problema. E pensiamo veramente che gli uomini siano tanto degni di fiducia da affidare a loro decisioni del genere? E se lo farà lo Stato per noi, come definirà i limiti?

L’eugenetica è il Problema. Non è questione di avere figli biondi e ariani. E’ questione di avere figli certamente sani, ed è eugenetica, forse peggiore di quella dal paradigma estetico, razziale perché fa della malattia l’eccezione, il non normale, il deprecabile. Insomma non è possibile che, a parte qualche editoriale, la battaglia referendaria non abbia aperto una discussione anche su questo. E se è vero che a queste domande probabilmente non si hanno risposte è anche vero che, a nostro avviso, certe domande è necessario formularle se non altro per onestà intellettuale. Voglio dire che l’approccio alla questione è stata più dogmatica e rigida dell’opposizione cattolica all’eventualità di una consultazione elettorale.

Lo ripetiamo: ci rendiamo conto che è difficile rispondere ai quesiti esistenziali che apriamo, ma ci sembra ancora più difficile in mesi di dibattito evitare di aprirli facendo finta che dall’altra parte ci siano solo oscurantisti al servizio del Vaticano. E’ una semplificazione che non rende merito prima di tutto a chi di quella semplificazione si fa promotore. Angelo Brunetta, presidente dell’Associazione ligure thalassemici scriveva su “Il Giornale”: “Io sono un thalassemico, ho 41 anni e convivo con questa malattia da quando sono nato e, anche se la thalassemia non è certo un raffreddore ho condotto una vita pressoché normale, e come me molti altri. Mi sento di rappresentare quindi una voce tra coloro che si sono salvati dal “cestino dei rifiuti” in cui sarebbero certamente finiti se la cultura, del figlio perfetto … e la disinformazione, gravissima, imperante oggi fosse stata pervicacemente sostenuta anche molti anni fa, un tempo in cui, forse di thalassemia si poteva anche morire, ma quando sicuramente esistevano valori e sensibilità nemmeno paragonabili alla pochezza dei contenuti di oggi”.

Aggiungiamo, a proposito della ricerca scientifica, solo che questo è davvero uno strano paese: ci si sta scaldando tanto sull’utilizzo delle cellule staminali embrionali e non si dice nulla sul fatto che le strutture sanitarie (e parliamo di quelle pubbliche, sulle private ovviamente la situazione è di molto peggiore) non hanno infrastrutture adeguate per la conservazione dei cordoni ombelicali donati. Certo, ci direte, “è più produttiva la ricerca con le cellule che provengono dagli embrioni”, ma è pur sempre qualcosa e oltretutto non ci sono problemi etici da sgombrare almeno su questo. Ed è possibile che in una città come Roma si possa donare il cordone ombelicale in solo quattro ospedali. Se siete, se siamo, così interessati alla ricerca perché non puntare su questo prima di tutto?


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