Oriana Fallaci sulla vittoria del referendum sul divorzio – ARCHIVIO

– Ripeschiamo per poche ore dall’archivio Generazione Elle questo articolo del 1974

Segnalato da Marco Valerio Lo Prete – La Fallaci: felice per il no al referendum divorzio.Il testo scritto dalla giornalista nel ’74 è pubblicato nel nuovo numero monografico della rivista diretta da Daniele Protti.

Caro direttore,non posso scrivere l’articolo che mi hai chiesto. Per scrivere un articolo bisogna esser lucidi, bisogna pensare, e io non riesco a pensare stamani. Non riesco a essere lucida: sono troppo felice. Sono troppo sconvolta dalla gioia che mi travolto ieri sera quando sono scesa dal treno che mi aveva portato a Roma proprio nelle ore in cui si scrutinavano i voti, e sul treno non c’era modo di sapere non si fermava in nessuna stazione. Dio che viaggio lungo, angoscioso, crudele. Ma poi il treno è giunto in stazione, e sono scesa, e ho saputo. E la gioia è stata così grande che mi son messa a piangere. Lì sotto la pensilina, davanti a tutti. Erano trent’anni che non piangevo di gioia. Era dal 1944, dal giorno in cui seppi che mio padre, arrestato e torturato dai fascisti della banda Carità, non era stato fucilato e forse non sarebbe stato fucilato. Devi capirmi se me ne sto qui stordita come quel giorno, a ripetermi che mio padre… voglio dire, che la libertà non è stata fucilata in Italia. Devo capirmi se me ne sto qui con le lacrime che mi riaffiorano agli occhi a dirmi che non siamo stupidi come credevo, non siamo ignoranti come credevo, non siamo immaturi come credevo, al momento opportuno siamo addirittura capaci di rispondere no e fare, dopo quattrocent’anni, la nostra Riforma. Perché io ero certa che avremmo perso. Io da settimane, da mesi, mi battevo con la rabbia di chi riconosce l’inutilità del suo battersi e spara soltanto per morire bene.Se qualcuno mi sussurrava “ti sbagli”, scuotevo tristemente la testa. Se qualcuno mi incoraggiava “devi sperare”, sorridevo con amarezza. E raccontavo a me stessa che era infantile cullarsi nelle illusioni: non appartenevo forse a un popolo di baciapile, un popolo da Controriforma? E questo non lo pensavano forse gli stessi che conducevano la campagna per il No? Dai comunisti ai liberali, dai socialisti ai repubblicani. Io li intervistavo su altre faccende, facevo scivolare il discorso sopra il referendum, e loro replicavano belle parole poi mi chiedevano di chiudere il magnetofono e avvicinandosi al mio orecchio sibilavano: “Guardi, andrà male. La Chiesa è troppo forte, poi c’è il Sud. E poi ci sono le donne. Le mogli degli emigrati ad esempio. Cinque milioni di emigrati, quindi all’incirca cinque milioni di mogli con la paura che il marito le pianti per sposarsi la straniera. Le donne voteranno Sì”. Queste donne sempre sottovalutate, sempre insultate, sempre accusate. Da me per prima che, se una cosa mi va storta, sbraito: accidenti-a-quando-sono-nata-donna! Oggi sono orgogliosa d’essere una donna in Italia. E aggiungo questo, io che non capisco il nazionalismo, io che non do nessuna importanza ai passaporti e alle bandiere e al concetto di patria: oggi sono contenta d’essere un’italiana. La prima telefonata che ho fatto venendo dalla stazione sai qual è stata? Una telefonata a New York, a un americano che l’altra sera in un ristorante della Ciunquantacinquesima Strada m’aveva schernito perché nel 1974 in Italia si discuteva ancora il divorzio e si rischiava di perderlo per via delle donne. Gli ho detto: “I want to tell you that I am very proud to be an Italian woman”. La seconda telefonata, simile a questa, l’ho fatta a un giornalista inglese di Londra. S’era espresso in termini così sprezzanti sul referendum-Italian-style. L’aveva definito grottesco, assurdo, ed io non avevo potuto difendermi. Non avevo voluto perché lo sapevo meglio di lui quanto fosse grottesco, assurdo, e quanto me le meritassi le sue risate, le sue coltellate. Provavo una tale vergogna all’idea di dover difendere una legge civile e con quella la stessa civiltà, la stessa libertà. Dire no all’abrogazione del divorzio non era diventato un mezzo per dire no al fascismo? Ora mi vergogno d’avere avuto vergogna, cioè di non avere avuto fiducia. E mi domando da cosa venisse una simile sfiducia negli italiani. Dalla nostra storia di sconfitte e di umiliazioni? Dal pessimismo cui ci hanno abituato le nostre secolari disgrazie? Da una superstizione che ci induce a mentire a noi stessi per scaramanzia? O da una precoce vecchiaia? Vincendo ho perduto una scommessa di cinquantamila lire con la mia sorellina Elisabetta che ha dodici anni.Mi ripeteva sempre: “Vedrai che vinceremo”. E io: “Perché, Elisabetta?”. E lei: “Perché la gente non è mica stupida. Se una cosa è giusta la gente lo capisce, no?”. Ho telefonato anche a Elisabetta ieri sera. Le ho detto: “Ti devo cinquantamila lire, Elisabetta. E te le darò volentieri perché sei più intelligente di me”. Poi ho parlato con mio padre cui ho confessato il mio pianto e lui ha risposto: “Anch’io mi sento come trent’anni fa. Peccato che ogni trent’anni in Italia si debba rischiare un plotone di esecuzione”. E poi ho parlato con mia madre che ci ha messo un po’ a raggiungere il telefono perché era sulla porta a complimentarsi col lattaio. Il lattaio le spiegava che sua suocere aveva votato No e sua suocera va a messa tutte le mattine. Oltre a sua suocera, aveva votato No il signore della villa di fronte che è anticomunista e vota liberale e nel 1946, al referendum per la Repubblica, aveva votato per la monarchia. Ho quasi gridato: “Mamma, non conosci nessuno che abbia votato Si? Dopotutto vi sono tredici milioni di Si?”. E la mamma: “Guarda, ch’io sappia, il prete della parrocchia di Sant’Ilario e quella signora vedova del gerarca fascista”.Forse avevo perso contatto con la realtà perché negli ultimi giorni non ero in Italia, ero a New York: a farmi prendere in giro dagli americani su un’Italia che vorrebbe avere i piedi in Europa ma ha perfino la testa nel Mediterraneo che bagna la Libia. Da New York ero tornata soltanto venerdì mattina, in tempo per partecipare al grande comizio di Piazza del Popolo e ascoltare Nenni, La Malfa, Parri, Malagodi, Saragat. Un comizio che da una parte m’aveva esaltato e dall’altra m’aveva dato una certa tristezza. Perché era bello, sì, vedere nuovamente riuniti quei vecchi che s’eran battuti una vita intera per la libertà. Sembrava di tornare ai tempi del comitato di Liberazione, guardandoli, ai tempi in cui eravamo sicuri di poterci regalare un mondo più giusto e più intelligente perché il fascismo era stato sconfitto. Però era anche triste scoprire che il fascismo non era stato completamente sconfitto, che per combatterlo quei vecchi di settanta e ottant’anni dovevano ancora darsi una mano e salire su un podio mentre suonava l’inno di Mamelli.[…] Da Roma ero andata direttamente in campagna dove la mia famiglia trascorre il weekend. E qui era successo un episodio che avrebbe dovuto indurmi a un filo d’ottimismo. Vedi, per aiutarci a tener la casa pulita in campagna viene da noi la Nella che è una contadina del luogo, molto devota alla Chiesa e alla DC. È la contadina del prete, appena può corre alla messa, e se ho ben capito considera chi sta a sinistra come un cannibale che mangia i bambini crudi con la mostarda. Nessuno di noi aveva dubbi sul fatto che avrebbe votato Sì. Sabato mattina, poiché m’aveva invitato a conoscere il nipotino che le è appena nato, le domandai a che ora usciva: a che ora sarebbe andata a votare il suo Sì. E lei alzò due pupille indignate, rispose: “Sì?! Né io né mio marito né mia figlia né mio genero voteremo Sì”. Segui un silenzio senza parole, neanche avesse annunciato che l’onorevole Fanfani stava per sposare una plurid
ivorziata. Poi balbettai: “Davvero, Nella? Ma chi le ha detto di votare No?”. E la Nella: “Il prete”., “Il prete, Nella?!”. “Eccome. Anche la mamma del prete voterà No. E lo stesso tutti i fratelli del prete che sono quattro. Il prete ce l’ha detto un mucchio di volte: non é giusto negare un diritto a chi può averne bisogno. Fate come vi pare, he? Votate pure No”. Be’, il prete del mio villaggio è giovane e va in pantaloni, mai con la tonaca. Però nel villaggio accanto c’è un prete vecchio con la tonaca, uso a servirsi del pulpito per ricattare i fedeli. “E la Lamole, Nella? Lì il prete dice di votare Sì”. “Sicuro. E domenica scorsa, quando lo disse, tutti gli risposero male. Si faccia i fatti suoi, reverendo”.[…] E senti che ti dico: in fondo io vorrei ringraziare Fanfani. Vorrei ringraziare Almirante. Vorrei ringraziare Gabrio Lombardi, i Comitati Civici, l’alto episcopato, i missini, tutti quelli che vollero il referendum. Senza di essi non avremmo saputo che stanno cambiati, che siamo cresciuti. Non avremmo saputo che gli italiani sono capaci di qualsiasi cosa: perfino di sceglier l’Europa, perfino di mostrarsi razionali, perfino di spoliticizzare una lotta civile o di politicizzarla nel modo giusto e nella misura giusta […]Vedi, direttore: non posso scriverlo proprio l’articolo che mi hai chiesto. Oltretutto non ho fatto nemmeno le interviste che mi hai detto di fare. Sai come ho trascorso la sera, ieri sera? Sono scesa a via Veneto, ho cercato un taxi per andarmene in giro e, siccome il taxi non c’era, ho fermato un ragazzo con la motocicletta: “Potresti darmi un passaggio?”. “Sicuro, dove vai?”. “Non lo so. A vedere la gente felice. E tu dove vai?”. “A piazza Navona. Si va tutti lì, si va a fare festa”. “Bene, andiamo a piazza Navona”. A mezza strada s’è girato: “Ma tu sei l’Oriana che scrive”. “Sì, sono l’Oriana che scrive”. “Allora hai votato No”. “Ovvio che ho votato No”. “Hai votato anche per me. Io non potevo, ho diciotto anni”. Piazza Navona era uno sventolar di bandiere che sbocciavano come fiori rossi sopra un mare di gente contenta, giovanotti barbuti, fanciulle spettinate. Quanto fossero coscienti di dover tanta gioia ai vecchi che venerdì sera avevan parlato in Piazza del Popolo, ai laici che avevan tenuto duro, ai comunisti che s’erano battuti con un eroismo da Resistenza, ai buoni cristiani che avevan votato come la Nella, a coloro che s’eran lasciati ammazzare per la libertà molto prima che essi venissero al mondo, io non Lo so. Ma in quel momento non me ne importava. Non mi importava neanche di analizzare questa vittoria che in fondo al cuore mi faceva paura, chiedermi cosa significasse oltre a ciò che io vi volevo vederci: c’è sempre tempo per i ragionamenti, per le delusioni, le scoperte delle minacce a venire. E una ha pure il scritto di godersi un poco di felicità. Sorridevo a chiunque. Poi sorridendo sono risalita sulla motocicletta, insieme al ragazzo, e mi sono tuffata tra le automobili che ingorgavano i crocevia in un frastuono allegro di clacson, i cortei che si snodavano con le fiaccolate, la folla dinanzi alle sedi del PCI, del PRI, del PSI, del PSDI. Ma dov’erano i 538. 156 romani che avevano votato Sì? In piazza del Gesù, una delle due sedi della DC, e in via Quattro Fontane, la sede dell’MSI, c’era soltanto buio e silenzio. Il ragazzo gridava: “Che buio, che silenzio!”. Doveva gridare perché il vento portava via le parole, quel bel vento che gelava il naso e gli orecchi.Da quanti anni non correvo in motocicletta con vento che gela il naso e gli orecchi? Dagli anni della mia fanciullezza, dei miei sogni delusi e ora rifioriti. Ma sì, tra qualche giorno ci avrei meditato su. Intanto era così dolce tornare bambina.È tutto, e con ciò ti saluto. Tua Oriana


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