Il discorso e il saluto di Daniele Capezzone ai Radicali Francesi

Care amiche, cari amici,

sono molto lieto di affidare questo mio messaggio ai giovani radicali
italiani di “Generazione L”, invitati a partecipare a questo vostro
appuntamento.

Chi ha sperato e spera nell’Europa sa di andare incontro a una
sconfitta
assai probabile, ma sa anche che una riscossa è ancora possibile.

L’attuale Unione Europea, certo, è per tanti versi la negazione del
mito in
cui generazioni intere hanno sperato e creduto. Meccanismi
istituzionali
barocchi, opachi e inefficienti, fatti per negare o almeno celare ogni
responsabilità chiara e comprensibile; scelte economico-sociali
sistematicamente chiuse, sequestrate nella spirale tasse/spesa
pubblica/debito pubblico, inique in nome dell’equità, conservatrici
nonostante le proclamazioni progressiste, cucite su misura per la
tutela dei
segmenti più protetti e meno dinamici della società; allargamento (con
esempio e leadership rigorosamente italiani) delle opzioni emergenziali
in
materia di giustizia, con le esigenze di garanzia individuale sempre
più
messe tra parentesi: tutto ciò come pendant logico, nel teatro dei
nuovi
rapporti internazionali, di una difesa arcigna dello “status quo” (poco
importa se a beneficio di dittatori e regimi efferati, e a danno di
popoli
in cerca di libertà e di democrazia); di un antiamericanismo che unisce
piazze e tecnocrati, masse e maitres à penser (o, più spesso, à
dominer);
dell’esigenza di costringere a gogne riservate o pubbliche, a veri e
propri
rituali di degradazione -e comunque alla marginalità e alla “diversità”
civile- quanti osino sottrarsi a questo pensiero unico.

Che fare, dunque? Darsi definitivamente per vinti? No. Proprio ora è
necessario un colpo d’ala, darsi e dare ai riformatori europei
un’ultima
opportunità. E’ forse ancora possibile riconcepire un percorso che
metta l’
Europa nella condizione di tessere un nuovo dialogo con gli Stati
Uniti, di
ridisegnare i contorni di una rinnovata alleanza transatlantica. I
radicali
insistono a descriverla, questa nuova alleanza, questi “Stati Uniti
d’Europa
e d’America”, come il mezzo, lo strumento, l’attrezzo utile per e verso
il
fine dell’”Organizzazione Mondiale della Democrazia”, cioè di un ordine
internazionale in cui il parametro di riferimento per giudicare un
paese,
per consentirgli la membership delle varie organizzazioni
sovranazionali,
non sia la sua mera esistenza sulla carta geografica, ma la sua
capacità di
garantire e promuovere libertà, democrazia, diritto, diritti. L’
uropa -però- deve cambiare molto, e farlo presto, se non vuole perdere
anche
questo treno: altrimenti, l’America sarà ancora costretta a far da sé,
e la
maledizione, la condanna da noi imposta dell’unilateralismo si
trasformerà
nel suo contrario, e cioè in una benedizione per tutti quelli che
abbiano -comunque- a cuore quegli obiettivi di libertà.

***

Certo, negli ultimi 18 mesi, dagli Stati Uniti sono piovuti giudizi
assai
ruvidi sulla “vecchia Europa”; così come dalle capitali europee
continua a
salire un lamento anti-Usa che sembra inarrestabile, e alimenta
l’illusione
di poter sciacquare nella lavatrice dell’antiamericanismo i nostri
panni
sporchi. E’ davvero l’ora di smetterla, da ambo le parti.

Occorre, invece, costruire le condizioni per un nuovo incontro, per un
nuovo
appuntamento. I radicali italiani continuano a evocare la prospettiva
degli
“Stati Uniti d’Europa e d’America”: e indubbiamente si tratta di un
“oggetto” non facile da maneggiare.
“Stati Uniti d’Europa e d’America” significa innanzitutto “nuovi
rapporti
transatlantici”. Gli “Stati Uniti d’Europa e d’America”, come dicevo,
possono divenire un mezzo, uno strumento per realizzare l’obiettivo di
un
nuovo ordine mondiale basato sulla libertà e sulla democrazia. Insomma,
non
sarebbe improprio affermare che quella che i radicali chiamano
“Organizzazione Mondiale della Democrazia” sarebbe il fine,
l’obiettivo,
mentre gli “Stati Uniti d’Europa e d’America” assumerebbero la veste
del
mezzo, della nuova alleanza (di “like-minded”, di “willing”) protesa
verso
quel traguardo.

Occorre, in primo luogo, che le democrazie imparino a lavorare insieme,
a
fare fronte comune, a pesare in modo congiunto. Ovviamente, in primo
luogo,
fuori dall’Onu, aggregandosi su obiettivi precisi, come è sempre
possibile.
Ma anche dentro le Nazioni Unite, e in ogni altro consesso
internazionale.
Su questo, occorre essere chiari: non si tratta di essere “contro
l’Onu” e
“contro il multilateralismo”, ma -di certo- “contro questa Onu” e
“contro
questo multilateralismo”.
Per fare solo un paio di esempi, l’Italia postfascista è entrata
nell’Onu
solo nel 1955, dieci anni dopo la fine della seconda Guerra Mondiale;
le due
Germanie hanno ricevuto “luce verde” addirittura nel 1973: com’è
possibile
che invece, oggi, si possa fare parte di queste strutture -e allo
stesso
titolo di ogni altro paese- del tutto a prescindere dal rispetto di
accettabili standard democratici? Com’è possibile che il Sudan, teatro
di un
autentico genocidio in corso, sia entrato trionfalmente a far parte
della
Commissione diritti umani? Come può l’Onu continuare a vivere tradendo
la
sua Carta fondativa e gli stessi principi che l’hanno fatta nascere?

Finora, dai “non allineati” alla “Conferenza islamica”, abbiamo visto
tante
“coalizioni” operare in modo efficace, anche se su obiettivi
detestabili: è
l’ora che a lavorare insieme in modo altrettanto efficace -ma nella
direzione giusta!- sia l’”Asse delle Democrazie”. La maggioranza degli
Stati
membri dell’Onu erano un tempo governati da dittatori, ma ora circa due
terzi sono guidati da governi eletti democraticamente. Possono le
democrazie
lavorare insieme per restituire integrità alla Commissione diritti
umani?
Questa è la domanda da cui partire.

Una risposta possibile viene dal lavoro dei radicali italiani e
transnazionali di Marco Pannella ed Emma Bonino che stanno contribuendo
ad
animare uno schieramento di ONG e personalità che (a sostegno di
svariati
Governi, ovviamente) si batte per la costituzione di un “Democracy
Caucus”,
di un “gruppo democratico” alle Nazioni Unite. E’ possibile compiere
passi
decisi e decisivi in questa direzione. E anche questo può servire a
isolare,
poi a mettere in minoranza, poi a destabilizzare, e infine a rovesciare
(senza sparare un colpo: senza, cioè, dover fare ricorso agli strumenti militari tradizionali) quei 43 dittatori che l’ambasciatore Mark Palmer ha recentemente “contabilizzato” nel suo ultimo libro.

Riuscirà l’Europa ad essere protagonista (anzi, come sarebbe auspicabile:co-protagonista) di questa avventura? E’ un’occasione -credo- che non dobbiamo, che non possiamo sciupare.

Daniele Capezzone
Segretario Radicali italiani
d.capezzone@radicali.it


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