Salvare le professioni

Luigi Pavone Luigi.pavone@libero.it

Sulle colonne del Corriere della sera del 3 agosto 2004, Francesco Giavazzi scrive che la vera novità del Dpef, cioè del Documento di programmazione economica e finanziaria, approvato recentemente dal parlamento, è che la politica dei tagli, senza adeguati provvedimenti volti a promuovere lo sviluppo economico, è insufficiente per il risanamento dei conti pubblici, e che lo sviluppo economico è possibile sulla base di scelte liberali di politica economica, tra cui la riforma delle professioni. A Giavazzi sembra di sognare. Ma è questa soltanto una questione economica? Vale a dire: la liberalizzazione delle professioni risponde soltanto ad esigenze economiche di maggiore competitività o di stabilizzazione dei conti pubblici? o c’è anche altro? Forse c’è anche altro. Se per un verso sono motivazioni economiche a suggerire una riforma in senso liberale delle professioni, per altro verso occorre indicare le ragioni per cui è possibile sostenere che la liberalizzazione delle professioni ha un senso o un valore culturale e sociale che va oltre il calcolo utilitario. L’attuale organizzazione delle professioni è un tipo di organizzazione castale, quindi antiegualitaria, feudale – si potrebbe anche dire. Ironicamente Giavazzi definisce tangente la quota associativa che occorre versare all’Ordine in cambio di… protezione. Che le professioni tendano a chiudersi è fisiologico e anche legittimo, se si vuole. Ma a questa legittima difesa dei propri interessi lo Stato italiano offre una copertura legislativa che oltre ad impedire la crescita delle professioni – in termini di competenza professionale e di etica professionale –, ciò che è peggio, giustifica una situazione sociale evidentemente discriminante. Ciò che è in gioco è la solidarietà sociale, nella sua versione liberale, che non è egualitarismo comunista o carità cristiana. Si tratta cioè di capire che l’attuale sistema delle professioni irrigidisce la dialettica sociale intesa come mobilità sociale, rendendo vincolante il peso del capitale economico e sociale ereditato dalla classe di appartenenza, a scapito della libertà di autoaffermazione individuale. La liberalizzazione consentirebbe inoltre un distaccamento del mondo delle professioni dalla politica. Distaccamento, questo, che gioverebbe alla vita democratica del nostro paese, cioè all’informazione giornalistica, innanzitutto, e poi alla amministrazione della giustizia, all’istruzione etc. Nell’editoriale del Corriere sopra richiamato, Giavazzi fa notare che contrariamente agli orientamenti della Commissione europea e dell’antitrust il ministro Castelli e il presidente del consiglio Berlusconi si sono espressi a favore degli Ordini professionali e per il mantenimento dello status quo. Ma la riforma delle professioni non si farà non per le riserve di Castelli o di Berlusconi, ma per un fondamentale motivo: la cronica debolezza di un sistema politico partitocratico incapace di far prevalere l’interesse generale su quello particolare.


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