Lo scontro finale in Sudan

Di Valeria Manieri

Nel 1986 fu creata l’IGAD ( Inter –Governative-Authority on Development )una organizzazione sub regionale che è composta da rappresentanti dei paesi dell’Africa orientale.Questo organismo si impegna a favorire una cooperazione economico-politico-sociale al fine di incoraggiare uno sviluppo, un miglioramento delle condizioni dei disastrati paesi della regione africana e per tentare di far comprendere che, senza collaborazioni durature e pace, non può esservi sviluppo nè economico, né tantomeno miglioramento delle vita per milioni di africani. Certo l’IGAD ha un compito arduo, reso ancor più difficoltoso data la solitudine di cui gode, suo malgrado: pochi infatti sono coloro che si occupano degli “affari” di uno delle tante parti del mondo dimenticate forse da Dio, (forse perchè ce ne son troppi di dei da adorare nei paesi più distrutti dalle guerre civili-religiose), ma cosa ben più grave, dimenticata dagli uomini, o meglio dalla comunità internazionale. Occhi distratti che non s’accorgono che da più di venti anni, anzi per la precisione 22, in Sudan è in atto una guerra “nordisti-sudisti” che invece di ricordarmi il pur lacrimevole “Via col vento” e la guerra civile americana, mi riporta agli orrori mai dimenticati della seconda guerra mondiale e al tragico “Schindler list”…. poiché, signori miei, si tratta e parliamo di un genocidio in piena regola. Per la precisione, parliamo di pulizia etnica. Dal 1982 i sud-sudanesi, popolazione di tradizioni e religione cristiane e animiste, si ribellano al governo nazionalista per tentare di distaccarsi dal nord del paese, che vede a sua volta una maggioranza di cultura arabo-islamica. A parte lo scontro nord-sud Sudan, la vera e propria polveriera dell’intera area africana è ormai da tempo il Darfur, regione che si trova ad ovest del Sudan. In Darfur, le milizie della Janjaweed , hanno commesso e continuano a commettere crimini indescrivibili, appunto un genocidio, con il tacito consenso e supporto del governo centrale di Khartoum. Il governo centrale di Khartoum purtroppo segue tristemente il pericoloso sillogismo del collaborazionismo con terrorismi di vario genere contro un “nemico”comune:in pratica sei nemico del mio nemico, quindi sei mio alleato. Quando un governo opera servendosi della sponda offertagli da gruppi miliziani terroristici più o meno legittimati ad attuare la “pulizia etnica” ai danni delle minoranze cristiane, animiste, secessioniste e sudiste e non solo, per portare al trionfo il fondamentalismo cui il governo del Sudan sembra essersi indirizzato negli ultimi decenni, per la pur meritevole IGAD, non vi è molto da fare. Tanto più che proprio l’IGAD attualmente, pochi mesi fa, non ha posto come urgenza la risoluzione della situazione nel Darfur, come del resto la nostra brava e cauta Europa. Sicchè il governo ha colto la palla al balzo per prender tempo e riprendere intanto le vere o presunte trattative con la SPLM/A , ovvero il principale gruppo ribelle sudanese che chiede autonomia con il quale i vari gruppi islamici e i miliziani entrano sistematicamente in guerriglia. Ma ecco forse il perchè dell’intensificarsi della pulizia etnica e delle guerriglie in Darfur e nel Sudan: nel 2002 ,non riuscendo ad indire un referendum che ponesse fine all’annosa questione nord-sud in un paese ormai stremato dalle carestie, dalla povertà e dalla guerra civile, tentò di trovare un accordo, stipulando il PROTOCOLLO MACHAKOS tra le due parti. Il protocollo prevede la risoluzione di due particolari questioni:la prima stabilisce l’autodeterminazione per il sud Sudan e legge islamica sharia per il nord. La seconda in realtà è quella che mette più fretta a chi evidentemente vuole continuare le proprie “pulizie ”-perdonate il sarcasmo, ma rende l’idea nella pur tragicità della situazione- preventive: le due parti si impegnarono allora a creare un governo ad interim per sei anni e mezzo.Al termine di questi sei anni e mezzo ancora in corso i sud-sudanesi avranno l’opzione di rimanere uniti al nord del Sudan oppure ottenere la secessione.Insomma con una specie di referendum. Ora è evidente il folle motivo che spinge al genocidio, come atto finale: eliminare opposizioni soprattutto sudiste e far sì che tra 4 anni prevalga una unica opzione, quella fondamentalista. Allungando i tempi e fingendo di trattare con i rappresentanti del SPLM/A(Sudanes peoples liberation movement /army) si indebolisce il "nemico", cosicchè al tavolo delle trattative -semmai ce ne saranno- o di un ipotetico referendum arrivino davvero in pochi…per lo più un Darfur ridotto in polveriera. E’ dunque indispensabile l’intervento dell’ONU,oggi più che mai, e che finalmente le molte segnalazioni fatte da organizzazioni come l’INTERNATIONAL CRISIS GROUP, da parititi come quello RADICALE TRANSNAZIONALE e dalle organizzazioni come “Non c’è Pace senza Giustizia”, nonché dallo HUMAN RIGHTS WATCH, vengano prese seriamente in considerazione. Il trenta giugno Colin Powell si è recato in Darfur, attirando per un attimo l’attenzione degli States che guardano con preoccupazione quell’area così“strategica” per gli equilibri internazionali, nonché lo sguardo troppe volte assente di una Europa sempre in tutt’altre faccende affaccendata.. Gli stati confinanti con il Sudan e in particolare con la regione del Darfur, come il Ciad, non riescono più a sostenere il numero di profughi sudanesi che fuggono dal genocidio.Tutto ciò comporta un ulteriore elemento di destabilizzazione e rallentamento per paesi economicamente arretrati proprio come quelli tutti intorno al Sudan, che certo non possono permettersi , né riescono, a tamponare le emorragie provenienti dal Darfur. Il Sudan oltretutto, inquadrato nell’ottica internazionale e mediorientale ,e, vista la situazione ancora precaria in Iraq , rappresenta un fuoco da tenere sotto strettissima sorveglianza, per evitare risvolti neppure così nascosti o imprevedibili. Del resto non è un mistero la posizione filoiraniana e fondamentalista assunta dal governo di el-Bashir già nel corso degli anni ’90 e non sono da sottovalutare neppure le accuse degli Stati Uniti già nel ’98 nei confronti del Sudan di appoggiare l’estremismo islamico, Stati Uniti che bombardarono una fabbrica sudanese perché sospettata di produrre gas chimici a seguito di attentati alle ambasciate americane in Africa. Insomma piove sul bagnato. Se al tutto non dovessimo aggiungere il fatto che di bagnato in senso stretto c’è poco o niente: la siccità e la mancanza di risorse inaspriscono gli scontri interni tra i vari gruppi di varie etnie. Anche se almeno sulla carta il Sudan degli ultimi anni ha tentato di invertire il trend “isolazionista” e ha riallacciato i rapporti e le trattative diplomatiche con altri paesi africani,gravano sul governo di Khartoum pesanti accuse di violazioni di diritti umani. Se non ci si preoccupa per il rispetto dei diritti umani e per la vita delle popolazioni africane, (questione che teoricamente dovrebbe venire prima di ogni altro interesse, ma sappiamo bene che in realtà sono altri i “fattori” che spingono ad intervenire in una zona del mondo piuttosto che in un’altra) almeno si intervenga per evitare guai maggiori a livello internazionale. E forse gli Stati Uniti, sempre ben guardinghi, se ne stanno accorgendo in un modo o nell’altro…noi europei,speriamo al più presto…


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