La motocicletta che cambiò il Sudamerica

Di Marco Paolemili

La storia di Ernesto Guevara comincia come quella di tanti altri ragazzi e un po’ come la mia. Studente di Medicina, come me e appena ventiquattrenne, come me, parte per un lungo viaggio da Rosario, sua città natale, in Argentina per attraversare tutto il continente sudamericano. “I diari della motocicletta” racconta la storia di questo viaggio, un viaggio che è un percorso di iniziazione di un uomo, un passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Il tema del viaggio ha spesso, nella letteratura mondiale, avuto il significato di passaggio, di maturazione. Basato sulla vera storia del “Che” anche questo film descrive il momento cruciale nella vita del grande rivoluzionario marxista. Ernesto, già indottrinato dal pensiero di Marx, attraversa l’America Latina in sella ad una vecchia motocicletta con Alberto Granado, suo grande amico ancora oggi vivente a Cuba; da Rosario a Caracas impara a guardare con i suoi occhi “quello che finora abbiamo letto solo sui libri” a capire veramente il Marxismo e la società dal quale le idee del suo fondatore furono ispirate. Il capitalismo avanzava nel sud America, grandi aziende dai capitali USA monopolizzavano miniere e campi coltivati e il desiderio di rivalsa dei sudamericani, poveri e sfruttati, si faceva strada sempre più consistentemente. Nel suo viaggio Ernesto incontra minatori costretti a viaggiare per cercare lavoro e non per puro piacere, donne cadute in disgrazia e padri di famiglia alla ricerca del denaro per pagare gli studi ai propri figli affinché essi non facciano la stessa loro fine. In Perù, tra le rovine di Machu-Picchu, si chiede come sia stato possibile consentire agli Europei di distruggere una civiltà come quella Inca, per fondare un’aberrante città come Lima; e si chiede perchè, in un lebbrosario, medici e pazienti siano divisi da un fiume. Ernesto Guevara passa attraverso la realtà del Sud America del suo tempo e ne esce trasformato, la sua iniziazione si compie, la sua vita di studente spensierato finisce e comincia quella dell’uomo maturo, del rivoluzionario marxista, del “Che”. Arriva un momento, per ogni piccolo uomo, di lasciare il nido materno e volare via con le proprie ali. Spesso, quando si parte, non si ha un programma preciso e una meta definita dove si vuol arrivare, ma soltanto una cartina con un percorso segnato con un pennarello, come quella di Ernesto e Alberto. Non tutti diventeranno un “Che”, un Fidel Castro o loro adepti, qualcuno seguirà un’altra strada: quella di Ghandi e Martin Luther King ad esempio, quella della nonviolenza. “Una rivoluzione senza armi è impossibile” dice il giovane Ernesto nel film, qualcuno lo stava già smentendo invece. Eppure il punto di partenza era sempre lo stesso, quello di una popolazione che soffre, che vede ignorati i propri diritti, ma il cammino verso la libertà tutt’altro. Quale fu il più vincente, lo lascerò decidere liberamente ai lettori, tutte le rivoluzioni hanno avuto i propri morti e i propri martiri, e anche il giudizio sui risultati: l’India, l’America Latina e soprattutto Cuba, i neri americani non vivono senz’altro nelle condizioni di allora ma sono molto diversi tra loro. Una cosa però accomuna tanti grandi rivoluzionari: la loro fine tragica, la morte per mano dei loro oppositori e il loro pensiero, che continua a vivere fino ai nostri giorni. Auguro a tutti i giovani come me di compiere presto un viaggio come quello di Ernesto Che Guevara, per l’America Latina o semplicemente nel proprio mondo quotidiano, per guardare la realtà con i propri occhi, disimparare tante menzogne insegnate da alcuni nostri maestri e capire davvero le parole di altri.


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