Urge una Cina Democratica

Di Paolo Tatti

E se non fosse il protezionismo il modo migliore per arginare l’ascesa selvaggia della Cina nel mercato mondiale? Tremonti, Bossi (e con loro pure Bertinotti) denunciano da qualche tempo il fatto che i prodotti cinesi stiano sottraendo a quelli italiani consistenti fette di mercato a causa dei loro irrisori costi di produzione. La denuncia è giusta ma è triste che ci si accorga delle disumane condizione dei lavoratori cinesi solo quando si sentono pericoli per i nostri profitti e la nostra economia: non solo in Cina si lavora 10-12 ore al giorno, la paga è bassissima e non esistono libertà sindacali ma ci sono pure i campi di concentramento. Si chiamano “Laogai” e vi lavorano forzatamente milioni di persone, in condizioni pessime e le loro produzioni arrivano pure nostri negozi. Ma cosa si risolverebbe espellendo il MADE IN CHINA dal mercato coi dazi e con obsoleti, quanto condivisibili boicottaggi? Forse noi incrementeremmo l’occupazione di qualche mezzo punto percentuale ma ci siamo chiesti come continuerebbe a vivere il popolo cinese? Forse starebbe persino peggio di oggi: continuerebbero a lavorare come bestie e a morire di fame. La risposta alla Cina (tigre economica e al tempo stesso feroce dittatura) è una sola: lavorare perché anche lì si compia la rivoluzione democratica, globalizzare con il mercato anche lo stato di diritto. Pensate alla Cina di oggi in cui semplici operai come Cao Yingyun, Liu Jingsheng sono stati condannati a 10 e 15 anni di carcere per aver organizzato manifestazioni di protesta e nel ’94 e Zhou Guoqiang, Zhang Lin e Liu Huawen sono stati condannati a tre anni di "rieducazione attraverso il lavoro" per aver organizzato un sindacato alternativo a quello di stato, l’ ACFTU. E pensate se fosse possibile in una Cina democratica (con le libertà di associazione e di pensiero) che le condizione di lavoro e di vita fossero subordinate agli interessi del potere comunista? Pensate che se la società cinese fosse lasciata libera di partorire proteste e richieste di diritti i lavoratori cinesi sarebbero trattati come schiavi? Coi tassi di sviluppo di questi anni la Cina si avvia ad essere una superpotenza potenzialmente concorrente agli USA: può il mondo permettersi che dopo l’URSS potere economico, influenza internazionale e quindi potenza militare torni nelle mani di una dittatura criminale? L’usignolo della nostra realpolitik, Sergio Romano, si dice convinto che la svolta capitalista (chiamarla liberista è una forzatura) riuscirà ad imporre riforme democratiche anche ai vertici del Partito. Questo non è detto: ci sono e ci sono stati governi totalitari che hanno convissuto con economie capitaliste (la Germania Nazista, ma anche alcuni regimi del medioriente di oggi). Occorre lavorare anche da occidente per una Cina Democratica. Non auspico una possibile nuova guerra di esportazione della democrazia che oltre che essere inutile e impossibile può rivelarsi perfino dannosa ma l’aiuto della transizione democratica tramite le i-bombs, le bombe dell’informazione. Lasswell definiva la comunicazione di massa come "un proiettile magico capace di incenerire il cancro del dissenso e temprare l’acciaio dell’entusiasmo bellico". Lo sapevano bene i grandi dittatori che neutralizzavano il malcontento popolare più con la radio che con le polizie speciali. Si tratta di fare il percorso inverso: aiutare la democrazia a germogliare tramite l’informazione clandestina, l’aiuto della dissidenza e il bombardamento del popolo cinese di informazione. Forse ne guadagneremmo anche da qui.


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