Generazione L e il referendum

L’articolo di Marco Paolemili pubblicato su Mediaquotidiano del 23 giugno

Cinquecentomila firme in tre mesi, per abolire la legge 40/2004 sulle “norme in materia di fecondazione medicalmente assistita”. E’ la lotta di sempre: quella per un paese laico e liberale, per riforme che il parlamento nemmeno discute. Lo strumento è sempre lo stesso: il referendum. Tante volte i cittadini italiani sono stati chiamati a decidere per i loro diritti e con i loro voti hanno sancito vittorie sociali come il divorzio, l’aborto, l’abolizione del nucleare, l’uso personale di stupefacenti e via dicendo. Oggi come allora c’è bisogno di un nuovo voto, per abolire o mantenere una legge che affronta due temi fondamentali: il diritto alla maternità e il futuro della ricerca scientifica. Sono passati trent’anni dal maggio del 1974, quando il 60% dei votanti disse No all’abrogazione della legge sul divorzio e ventisei dal referendum del 1978 con il quale sempre gli Italiani approvarono la legge sull’aborto. Gli Italiani e non i partiti, la storia si ripete. A quei tempi il Partito Comunista, fresco del “Compromesso storico”, non si unì alle campagne referendarie dei Radicali e decise di non adoperarsi per quei diritti civili di cui si diceva difensore. Assieme alle forze cattoliche, i comunisti persero. I loro elettori, la maggioranza del paese, andarono a votare ugualmente e fecero sentire la vera voce dell’Italia. Io sono figlio di quelle vittorie, ho potuto votare a diciotto anni (contro il loro parere), ho dei diritti che se fosse stato per quei due grandi partiti forse non avrei ancora. Ma la battaglia non è finita, i nemici sono sempre gli stessi, i temi anche: la libertà e la legalità. Insieme ad altri ragazzi, Radicali come me, abbiamo fondato Generazione L, un progetto editoriale e multimediale. Distribuiamo il nostro giornale nelle università, siamo su internet (www.generazioneelle.it), e su Radio Radicale ogni settimana. Siamo partiti in pochi, ragazzi universitari di Roma, Milano, Torino, Cagliari, e stiamo crescendo nel resto d’Italia, al sud come al nord. Facciamo informazione per i giovani, fedeli al motto “conoscere per deliberare”, e senza la nauseante retorica delle associazioni giovanili dei grandi partiti portiamo avanti le nostre quattro L: liberalismo, liberismo, libertarismo e legalizzazione. Assieme agli altri, e più esperti, Radicali raccogliamo le firme per il referendum e ci impegniamo affinché a tutti sia chiaro quanto drammatica sia la legge 40/2004 e quanto sia importante ridare slancio a quel grande strumento democratico quale è il referendum. Troppo ottimista o forse presuntuoso, ho deciso di ripercorrere la strada di un tempo e sono andato a bussare alla porta dei DS. Pensando che gli eredi del Partito Comunista fossero, come me, figli di quelle vittorie civili, mi sono recato alla sezione di Monteverde, il quartiere di Roma in cui vivo. Era pomeriggio, la sede era semideserta, tra manifesti vecchi e nuovi inneggianti alle vittorie elettorali e bandiere della pace in una stanza laterale trovai un ragazzo al computer e un signore anziano. Mi presentai, venivo da parte del comitato promotore del referendum per chiedere ai diessini della sezione Monteverde se volevano, da soli o accanto a noi, raccogliere le firme nella zona. L’uomo anziano tornò a leggere “La Repubblica” e il ragazzo cominciò a discutere con me sull’opportunità del quesito unico o dei tre, sulla testardaggine di Pannella, sulle opinioni dei suoi compagni e così via. Si sarebbero in ogni modo riuniti in serata, per discutere su come comportarsi. Mi ricordai che le donne dei DS erano con noi Radicali davanti al Senato, mentre si discuteva la sciagurata legge e, sicuro della loro coscienza, mi ripresentai fiducioso la mattina dopo. Stesso deserto, stesso signore con “La Repubblica” e stesso ragazzo al computer. Stessa storia di trent’anni fa: “La direzione centrale del partito non si mobiliterà e noi quindi come sezione non faremo nulla”. Avevo sbagliato pensando che quello con la Margherita non fosse un nuovo compromesso. C’è D’Alema in fotografia davanti a me, forse anche lui quando aveva la mia età, si trovò davanti un giovane del partito radicale che gli chiedeva collaborazione per un referendum. Di sicuro avrà risposto alla stessa maniera del ragazzo di Monteverde. Abbiamo incassato questo preannunciato no, ma Generazione L prosegue nella sua campagna d’informazione e sensibilizzazione. Per il referendum, che dà voce a chi non viene rappresentato dalle persone a cui ha dato il voto, una forma di democrazia diretta che toglie potere ai partiti e che perciò da questi è osteggiata. Non basteranno le cinquecentomila firme per vincere, ma raccoglierle sarà la prima pietra contro chi decide di rimanere al fresco delle sezioni di partito. Poi sarà la volta della Corte Costituzionale, manovrata sempre da loro e poi della campagna vera e propria per il sì, dove la lotta sarà sempre contro i grandi partiti che, per non farsi togliere un’altra volta dal referendum il potere decisionale, cancelleranno il più possibile gli spazi televisivi. I ragazzi di Generazione L saranno ancora lì però, per una nuova primavera referendaria.


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